Spero che il domani
non mi sia indifferente,
ma sento il peso della differenza
che avvolge il tempo.
La differenza
di chi è fragile, tenero
anche se non lo mostra
perché non ama compatirsi.
Di chi si spezza per ricomporsi,
perché piegarsi non è sempre
un segno d’intelligenza,
ma solo di cuore.
Di chi si commuove
per il colore di una foglia,
caduta anzitempo a terra
leggendone le venature.
Di chi ti ascolta
come si ascolta la pioggia
che batte sui vetri, in silenzio,
senza chiedere perché.
Di chi ha mani che tremano
ma tiene i mondi delle persone vicine,
saldi come trofei pieni di certezze
che non si possono rovesciare.
Di chi ride piano,
quando nessuno lo sente,
perché la gioia non sempre
ha bisogno di testimoni.
Di chi piange forte
nascondendosi al buio,
perché, al sole, le lacrime
lasciano una traccia madreperlacea.
Di chi scrive messaggi
e poi li cancella,
non per timore,
ma per pudore.
Di chi si ferma
a raccogliere un pensiero caduto,
come si raccoglie un oggetto smarrito
in mezzo alla strada.
Di chi ascolta il peso del dolore
sul palmo della mano,
e alle volte riconosce
un frammento di sé.
Di chi ha nel cuore
un temporale d’estate,
sul volto una calma apparente,
ma custodisce abissi nel profondo.
Di chi cammina rasente ai muri,
non per timidezza o paura,
ma per lasciare spazio
a chi ha passi più larghi dei suoi.
Di chi porta i dolori
come fossero foto nel portafoglio:
piegate, consumate, anche gialle
mai dimenticate o gettate via.
Ecco,
sono queste persone
che fanno la differenza:
quelle che sperano ancora,
nonostante tutto,
che il domani
non sia così indifferente,
che sia ancora un domani.
Fabio Bristot – Rufus





