Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall’altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.
Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.
Mi sorprendo a seguirlo con lo sguardo ogni volta, come se cercassi una risposta ai miei quesiti che non so formulare apertamente. Lo guardo negli occhi, non per vezzo banale, ma per conoscere.
I suoi occhi sono laghi quieti, velati di lacrime trattenute.
Non piange, ma qualcosa in lui ha imparato a farlo in silenzio o, almeno, questo io colgo quando indago quello sguardo.
Il cane è la sua forza, la sua ultima possibilità per sentirsi e non recedere all’indifferenza. Lo guarda spesso fermandosi, lo accarezza e in questi gesti colgo un rapporto senza il quale quella persona sarebbe altro. Forse non sarebbe affatto.
Penso allora che dovremmo imparare a guidare negli occhi delle persone, non per curiosità, ma per rispetto.
Perché negli occhi si annidano le stanze chiuse, le assenze mai nominate, le carezze date al buio per non sentire il freddo.
Guardare davvero qualcuno ritengo sia un atto di coraggio lento, perché comporta avere tempo.
È accettare che ogni sguardo sia una storia che cammina accanto a noi, talvolta anche senza il cane.
E che, a volte, basta incrociarlo per non farla sentire sola.
Fabio Bristot – Rufus




