• Chi Sono
  • Curriculum
  • Trasparenza
Contattami
Fabio Bristot Rufus
  • Belluno e dintorni
  • Veneto Italia
  • Riflessioni
  • Montagna
  • Aforismi
  • Poesie
  • Video
  • Foto
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Fabio Bristot Rufus
  • Belluno e dintorni
  • Veneto Italia
  • Riflessioni
  • Montagna
  • Aforismi
  • Poesie
  • Video
  • Foto
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Fabio Bristot Rufus

IL SILENZIO DI FORCELLA GRAVA – LA TRAGEDIA DEL GIUGNO ’96

23 Dicembre 2025
in Belluno e dintorni, Montagna, Veneto Italia
Tempo di lettura: 14 minuti
0
Home Belluno e dintorni
Condividi su FacebookCondividi su WhatsAppCondividi su LinkedInInvia per EmailCondividi su Twitter

La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago.


Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, composta da undici persone, era risalita su un pulmino e un’auto, facendo meta verso le montagne dell’Alpago che già dalla pianura si intravedevano lontane, sulla destra rispetto all’asse autostradale.

Alle ore 15.50, dunque – non quando la montagna è ancora accogliente e, in qualche modo, indulgente, ma quando il tempo comincia a correre veloce e il giorno perde le sue ore – iniziano a percorrere i sentieri di quella che diventerà un’escursione tragica.


Dalla Malga di Pian delle Laste, a circa 1.350 metri, salgono con un’idea in realtà logica e semplice: raggiungere il Rifugio Semenza, a 2.020 metri, seguendo il sentiero CAI 924 ed effettuando così una sorta di periplo del Monte Guslon. Una linea tracciata sulle mappe da tempo, una promessa da mantenere, fatta al gruppo dal capo gita durante una serata in un ristorante sul Lago di Garda.
Un itinerario che si compie di norma in 3.30/3.45, qualcosa più di 4.00 ore per i poco allenati e che, come tale, rientrava nelle capacità tecniche del gruppo, anche se l’orario di partenza non era stato tra i più indicati, nonostante le effemeridi fosse molto pronunciate.

Il sentiero si snodava lungo i crinali della montagna senza particolari difficoltà tecniche. Qualche sosta di troppo, forse, già nella parte iniziale per consentire agli ultimi di ricongiungersi ai primi del gruppo. Ulteriori tappe prive di un motivo apparente, qualcuna per delle vesciche ed altre per fotografie di alcuni fiori, che allungano i tempi oltre il lecito iniziano a sforare la tabella di marcia in modo piuttosto marcato. 

Intanto, alcune nuvole cominciavano ad appoggiarsi alle pareti, mentre un’aria fredda faceva ondeggiare le cime dei larici, deliziosa cornice dell’itinerario prescelto. Nulla, però, lasciava presagire il peggio. A Casera Pian di Stele, poco sopra i 1.400 metri, quella linea prescelta per l’escursione invece si perde. Il tempo cambia in modo repentino, tanto che intorno alle 19.30 il cielo inizia a rilasciare goccioloni freddi. La temperatura varia abbassandosi di svariati gradi. Il sole è scomparso e non illumina più i monti attorno.

Il gruppo si ferma, qualcuno si veste, altri si ristorano con dei panini e delle tavolette di cioccolata che vengono fatte girare fra tutti.
Piove. Prima in modo calmo e ritmato, poi violento. Serve ripartire velocemente e portarsi quanto prima verso il rifugio.

Proprio a pochi metri dalla Casera si compie l’errore che si rivelerà tragico da parte del capo gita. Un errore di direzione, una deviazione netta, quasi di novanta gradi, sulla sinistra, dove si sale decisamente invece di traversare dolcemente. Si guadagna quota troppo in fretta andando così verso l’ignoto.

Cadono anche i primi fiocchi di neve, misti ad acqua. Neve inaspettata e improvvisa: non è neppure fine giugno.
Inizia a serpeggiare la stanchezza e compaiono le prime crisi di panico delle escursioniste più giovani. La comitiva si allunga inevitabilmente lungo il conoide di ghiaia che sale ripido verso la forcella, al cui apice pensano si trovi il rifugio: è l’obiettivo.
Il vento spira forte. Raffredda la superficie bagnata creando prima un sottilissimo strato di ghiaccio, poi un verglass insidioso che compatta ghiaia e roccia in un tutt’uno. Più in alto nevica fitto e la visibilità diminuisce. La montagna ora sembra diventare più cattiva, o è così che sembrano aver pensato gli escursionisti quasi subito, alle prime avvisaglie delle difficoltà.
Il gruppo inizia a sfilacciarsi, la comunicazione si interrompe, anzi si sentono solo grida scomposte, via via più forti. Alcuni scivolano, faticando a restare in piedi, altri procedono a carponi.

La zona sottostante Forcella Grava Piana, a 1.924 metri, li accoglie dunque ormai in pieno ambiente invernale. La dorsale del Monte Pianina, aperta, spoglia ed esposta, sembra un muro che non concede tregua. Dalle cime scende un vento gelido. E il tempo cambia ulteriormente con l’inizio di una bufera di rara intensità che porta con sé neve che si appiccica ovunque, vento forte, quasi esplosivo, freddo. Tanto freddo. I fulmini scaricano la loro potenza sulle creste. Il bagliore squarcia per pochi istanti la nebbia densa che avvolge ormai tutti.

Senza ramponi ogni passo è incerto. Cadono ancora. Mani e piedi iniziano a dolere per il freddo. Nessuno ha i guanti e tenere le mani in tasca aumenta solo le cadute.

Tutta la comitiva, invece di pensare a un prudente rientro, insiste nel salire di quota perché il rifugio è lassù, a poche centinaia di metri, non può che essere lassù. Alla fine la fatica diventa crampo. Il crampo diventa immobilità. Le cadute aumentano. Tutti rallentano. Inizia a serpeggiare la paura. Un timore reale, perché ora si comincia a cadere in modo pericoloso lungo il sentiero, ormai sempre più ripido. O forse alcuni iniziano a uscire dal sentiero, salendo a caso.

Angelo, che si trova più in alto di tutti, è molto affaticato e con evidenti sintomi di congelamento; viene forse interessato da un fulmine caduto là vicino. Carla è, invece, ferma ormai da qualche minuto, spossata dalla fatica e dal freddo: non ha capi tecnici con cui vestirsi; quello che aveva con sé lo ha già tutto addosso, una maglia di pile leggero e una giacca di tessuto.
Sente le voci delle altre persone farsi flebili, lontane, indecifrate tra qualche strepito che si perde rimbalzando tra le pareti di roccia.

L’uomo tenta di rialzarsi, ma il freddo lo ghermisce. Non si muove più. La moglie lo chiama con forza. Poi più nulla. All’inizio arriva un assopimento sottile e ingannevole. Le palpebre si fanno pesanti, i pensieri rallentano, il freddo sembra attenuarsi, ma non è così.
La donna resta accanto al marito, pochi metri più sotto, forse incapace di arrivargli vicino. Resiste finché può. Poi il freddo intenso vince anche lei. L’assideramento è letale per entrambi.

Nello stesso tempo, la disperazione investe gli altri membri del gruppo che, presi dal panico, si sparpagliano nel tentativo di portarsi a valle. I movimenti diventano via via più incerti. Scendono come possono, inciampando e scivolando sulla neve e sul ghiaccio, sulla ghiaia e sulla roccia, materia tutta uguale nel dramma che stanno vivendo. Cadendo si feriscono alla schiena: abrasioni profonde che bruciano, poi smettono di farsi sentire. Il torpore prende alcuni di loro, rallentando la progressione. Qualcuno si siede per riprendere fiato e fatica a rialzarsi. Strisciano come possono, sul dorso.

Nel frattempo, al Rifugio Semenza, l’attesa diventa sospetto. Il gruppo non arriva. Cala la sera velocemente scossa da condizioni meteo che di rado si vedono così intense a giugno. Sono, infatti, oltre due ore di ritardo rispetto a quanto comunicato il giorno prima e confermato al mattino, poco prima di partire da parte del capo gita. 

La preoccupazione è reale perché motivata, l’allarme, quindi, è pressoché scontato da parte del gestore che, poco dopo le 21.35, chiama il 118 e direttamente il Soccorso Alpino della locale Stazione dell’Alpago. Poi la linea si guasta per le condizioni meteo straordinariamente inclementi per la stagione e verrà rispristinata solo qualche giorno più tardi.

A muoversi per primi sono alcuni uomini del Soccorso Alpino dell’Alpago, che salgono velocemente sino al rifugio percorrendo i due sentieri più ovvi, non essendo nota la pianificazione fatta dal gruppo.
Non trovano nessuno né all’andata né al ritorno, reso complesso dal ghiaccio che ricopre come una patina insidiosa tutto il tracciato. Capiscono che la situazione non è affatto banale. Chiamano altri nove volontari della stessa Stazione, dando indicazioni di avere al seguito vestiario molto pesante e ramponi. Anche qualche piccozza è consigliata, se c’è da rimuovere il ghiaccio lassù in alto, dove è presente senza soluzione di continuità oltre i 1.700 metri.

L’allarme è intanto partito anche per la Stazione di Belluno, che muove i suoi primi sei uomini, alcuni dei quali erano impegnati in un concerto di canti di montagna e che abbandonano immediatamente. Vengono allertati anche i Vigili del Fuoco, presenti con otto uomini effettivi in ambiente.
Arrivano poi gli altri volontari della Stazione di Belluno, uno dei quali viene lasciato in magazzino per raccordare le comunicazioni radio e quelle, molto difficili, effettuate con i telefonini. Lo stesso verrà poi sostituito da un altro volontario, dovendosi recare in ospedale per raccogliere le testimonianze dei primi feriti, e raggiunto poco dopo da un secondo volontario.

Inquadramento dei luoghi. Fonte. Carta Tabacco.

Sul campo ci sono dunque ventisette uomini del Soccorso Alpino, con la presenza di un medico, affiancati successivamente da otto Vigili del Fuoco che svolgono una serie di importanti funzioni logistiche e di raccordo.

Quando salgono, gli uomini del Soccorso Alpino non salgono leggeri. I ramponi li hanno. Avanzano lenti sul ghiaccio. Sanno che ogni chiamata ha già una forma definita, anche se non ha ancora un esito. In questa, la forma è chiara: fare tardi, perdere tempo, con il tempo che accenna a cambiare, può diventare fatale.

Nel vento che spinge di lato, con il freddo che entra nelle mani, i soccorritori avanzano uno alla volta lungo il sentiero o a piccole squadre, seguendo le labili tracce lasciate a terra nei movimenti dissociati degli escursionisti. Altri si dispongono a ventaglio nel tentativo di ritrovare le persone. La progressione con i ramponi sul ghiaccio è concentrazione pura. Ogni passo va guadagnato in sicurezza.
Quando trovano i sopravvissuti, l’emozione non esplode. Si contrae. Si lavora. Si copre. Si parla con voce bassa. Il cuore, per ora, aspetta. Le ore passano come la fatica accumulata.

Non è facile ritrovarli tutti.

Ogni soccorritore sente il limite avvicinarsi, ma non può permetterselo. Perché se cadi tu, qui, diventi parte del problema. Qui il soccorso non corre. Resiste.

Si presume di averli raggiunti tutti, ma il dato non è certo poiché nella estrema confusione testimoniale sembrerebbero mancare ancora due o tre persone. Alcuni dei soggetti individuati sono feriti, anche in modo molto grave. Tutti comunque in uno stato ipotermico marcato. Alcuni presentano seri principi di congelamento e giacciono a terra, incapaci di muoversi; altri hanno profonde ferite lacero-contuse al dorso e sono sparsi sulle ghiaie del conoide imbiancato. Solo due, ad eccezione di qualche abrasione al volto e alle mani, non mostrano altri segni evidenti sul corpo, se non il terrore negli occhi e un marcato stato confusionale.

Il medico del Soccorso Alpino fa quello che può con il contenuto dei due zaini sanitari portati al seguito. Stabilizza i pazienti là dove è possibile farlo, medicalizza con il materiale che si esaurisce velocemente.
Nessuno si era immaginato di soccorrere una comitiva così numerosa. Si pensava a quattro o cinque persone al massimo. D’altro canto, con la linea interrotta del rifugio, non era stato possibile raccogliere altre informazioni.

Si sono trascinati sul terreno gelato senza ramponi, strisciando su ghiaia e roccia. Vengono immobilizzati e coperti, per quanto possibile, con gli stessi indumenti dei soccorritori. Alcuni vengono condotti alla casera; altri, i feriti, assicurati alle barelle e con lentezza fatti scendere più in basso.
Il trasporto è lento e faticoso. I soccorritori procedono a turno, passo dopo passo, su un terreno che più in basso non presenta più verglass, ma resta instabile a causa del fango inzuppato dal violento temporale che ha colpito l’area a quota inferiore.

Le soste sono brevi, necessarie. Qualcuno geme sulle barelle, qualcuno non parla più. Così per lunghe ore della notte, in un andare e venire convulso ed estremamente faticoso che prova duramente anche il personale del Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco che, nell’ultimo tratto, coadiuvano le operazioni.
Raggiunta la strada, vengono caricati sulle ambulanze e trasferiti all’ospedale di Belluno.

Al Pronto Soccorso l’ingresso è rapido e ordinato. Le barelle entrano una dopo l’altra. I vestiti vengono tagliati via, le mani sono livide, i corpi rigidi per il freddo. I medici parlano a bassa voce, controllano parametri, annotano valori.

Il volontario del Soccorso Alpino di Belluno cerca di strappare qualche notizia certa sul numero di persone facenti parte del gruppo, sui nomi e cognomi, ma non c’è tempo. Lo stato di shock e l’impossibilità materiale di parlare non offrono indizi precisi e puntuali. C’è solo molta confusione, che si somma a quella già presente sul campo e che ancora non consente di stabilire il numero esatto delle persone coinvolte.

Due soggetti – una ragazza e un ragazzo – vengono trasferiti in rianimazione. Intubazione, monitor, flebo. Il freddo non è solo sulla pelle, è dentro. Gli altri finiscono in chirurgia per le ferite al dorso causate dal trascinamento prolungato su rocce e ghiaia gelata.
Le informazioni arrivano, per forza di cose, a frammenti, passando rapidamente di reparto in reparto. Si apprende solo che le due persone più anziane, identificate come capigruppo, si trovavano molto in alto e che si era perso quasi subito il contatto visivo e uditivo. Nessuna certezza, dunque, se non quella della pioggia fortissima che batteva con violenza le ampie vetrate del Pronto Soccorso.

Nello stesso tempo, gli uomini del Soccorso Alpino che si trovavano più in alto, ai quali si erano aggiunti quanti non erano più necessari per il trasporto dei feriti, puntano dritti alla forcella nel tentativo di rinvenire le altre due persone che sembravano mancare all’appello nella comprensibile confusione dei dati.
Si muovono nella bufera di neve quasi tentoni, rastrellando a pettine il terreno e mantenendo il contatto radio. Quando arrivano poco sotto la forcella spazzata dall’inclemenza del vento, si arrestano. Non è più una ricerca: è una scena drammatica. I corpi giacciono a terra immobili e senza vita, raggomitolati in modo innaturale, coperti da mezza spanna di neve. Uno dei due ne ha qualche centimetro in più: il segno inequivocabile di chi è morto per primo.


Il silenzio dice tutto prima delle parole. Davanti a un corpo senza vita non c’è sorpresa. C’è una pausa interiore, breve, trattenuta. Un respiro sofferto, che viene esorcizzato con parole talvolta prive di senso, ma necessarie per poter andare avanti.

Non ha senso muoverli ora. Sarebbe inutilmente faticoso e pericoloso. Sono quasi le tre di notte. Manca anche il raccordo con l’Autorità giudiziaria. È preferibile attendere. I soccorritori scendono quindi alla Casera di Pian delle Laste, raggiunta poco dopo le quattro del mattino, quando l’alba si preannuncia con i primi raggi ancora lontani, ma sufficienti a rischiarare la neve presente a terra. Una manciata di centimetri che rende il luogo irreale, quasi fatato, e ancora più sconvolgente dopo quanto accaduto nella notte.

C’è modo di riprendere fiato, concedersi qualche decina di minuti di riposo, mentre ci si coordina con Belluno per il recupero con l’elicottero del 118 di Pieve di Cadore.


Il giorno successivo l’elicottero del Soccorso Alpino torna sul posto per il recupero delle salme. L’autorizzazione arriva dopo esitazioni: il verglass nella parte alta e la neve instabile rendono l’area estremamente pericolosa. Il recupero richiede ore. Quattro, cinque. Il tempo necessario per raggiungere i corpi, metterli in sicurezza e ricomporli, calarli con attenzione, metro dopo metro, evitando scariche e scivolate, fino a una piazzola ghiaiosa utile al recupero.

Il rumore delle pale scandisce l’attesa. A terra si lavora in silenzio, concentrati. Nessun gesto è superfluo. I corpi vengono traslati più a valle, dove le strade carrabili consentono il trasferimento fino al punto indicato dall’Autorità giudiziaria. È l’ultimo passaggio. Tecnico. Definitivo.

I soccorritori, dopo aver raccolto i materiali e gli effetti personali delle due persone decedute, iniziano una discesa veloce, resa ancora fastidiosa dal ghiaccio che fatica a sciogliersi, nonostante il cambiamento delle temperature.

Quando arrivano a valle, non c’è sollievo. Sono le 11.45. C’è silenzio. Quello che resta dopo aver fatto tutto il possibile.

Nota finale

Queste non sono storie eccezionali. Sono storie che si ripetono con una frequenza sempre maggiore sulle nostre montagne. Non diamo giudizi affrettati, ma meditati. Sono spesso tragedie che sarebbero potute essere evitate non perché la montagna cambi, ma perché può cambiare il modo in cui viene affrontata.
L’approccio corretto diventa allora lo snodo vero, quello che elimina le euristiche e tenta di ricondizionare il nostro sapere, il nostro pianificare e l’andare in montagna.
Prevenzione significa conoscere i propri limiti e riconoscere quelli degli altri. Saper rinunciare, correggere il possibile errore, fermarsi prima è uno degli obiettivi non detti che dovremmo sempre portare con noi, prima che nello zaino, nella testa. La montagna non chiede promesse né atti eroici. Chiede prima umiltà, poi attenzione, cioè prudenza.

Fabio Bristot – Rufus

BOX TECNICO (Riferimento Carta Tabacco e rapporti CNSAS e testimonianze dirette).

Zona dell’incidente: Prealpi Bellunesi – area Pian delle Laste / Monte Pianina / Forcella Grava Piana

Quote principali

  • Casere di Pian delle Laste: 1.350 m
  • Casera Pian di Stele: 1.420 m
  • Forcella Grava Piana: 1.924 m
  • Rifugio Semenza: 2.020 m

Sentieri ed altre aree

  • CAI n. 924: itinerario corretto verso Rifugio Semenza.
  • CAI n. 972: itinerario erroneo di salita da Pian de le Laste verso Forcella Grava Piana.
  • Sentieri secondari di dorsale: tracciati esposti e non protetti

Condizioni ambientali

  • Freddo intenso con – 2/4 C°.
  • Vento forte > 50/60 km/h (fenomeno windchill)
  • Presenza di verglass diffuso al suolo da 1.550 circa a quota 1.940.
  • Presenza di ca. 12/15 cm. di neve appena sotto Forcella Grava Piana e sino al suo apice.
  • Presenza di 3/4 cm. di neve da ca. 1350 che ha ricoperto il vergalss in una fase successiva rendendo davvero insidiosa la progressione.

Durata temporale:

  • Forcella Grava Piana: 1.924 m
  • Rifugio Semenza: 2.020 m

Soccorso del 22 e 23 giugno1996:

  • n. 43 Operatori del Soccorso Alpino, n. 15 VVF e n. 9 personale 118, di cui:
    • CNSAS: n. 29 + 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago (e di Belluno, di cui n. 1 medico e n. 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza;
    • CNSAS: 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago e di Belluno, di cui 1 medico e 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza
    • Vigili del Fuoco: 8 unità + 2 ai mezzi + 5 unità;
    • Personale 118: 3 ambulanze e 1 automedica + 1 elicottero con medico.

Diagnostica infortunati

  • n. 2 persone decedute
  • n. 9 feriti, di cui n. 2 in imminente pericolo di vita, n. 3 di media gravità e n. 4 di lieve entità.

NOTA DELL’AUTORE:

Il racconto si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, rielaborati in forma narrativa. Le considerazioni conclusive sulla prevenzione rappresentano una riflessione personale dell’autore e non costituiscono un accertamento di responsabilità.

Forse ti interessa anche

IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI
Aforismi

IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI

25 Novembre 2025
MARIA (nome di fantasia)
Aforismi

MARIA (nome di fantasia)

4 Dicembre 2025
MIO NONNO
Belluno e dintorni

MIO NONNO

17 Novembre 2025

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scaie de Cor Scaie de Cor Scaie de Cor

Consigliati

DIO, NON DISTRARTI

DIO, NON DISTRARTI

23 Dicembre 2025
Pesce

ESPERIENZE IN RIFUGIO DI MIA FIGLIA CON ANALISI COMMENTATA (IL FINALE E’ DEL PADRE)

27 Giugno 2024

I più letti

  • MONTE VISENTIN DRAMMATICO. UNA STORIA LONTANA, MA ANCORA PRESENTE NELLA MEMORIA DEL CUORE

    1307 condivisioni
    Condividi 523 Tweet 327
  • VAJONT: LA FERRATA DELLA MEMORIA, LA NASCITA DI UN’IDEA

    614 condivisioni
    Condividi 246 Tweet 154
  • UN GANCIO PROVENIENTE DAL CIELO: IL PRIMO GANCIO BARICENTRICO EFFETTUATO IN DOLOMITI

    480 condivisioni
    Condividi 192 Tweet 120
  • FALCO I-REMS (Tutti i diritti riservati)

    440 condivisioni
    Condividi 176 Tweet 110
  • ESPERIENZE IN RIFUGIO DI MIA FIGLIA CON ANALISI COMMENTATA (IL FINALE E’ DEL PADRE)

    394 condivisioni
    Condividi 158 Tweet 99
Scaie de Cor Scaie de Cor Scaie de Cor

Visite uniche

web counter

Chi sono

Fabio Bristot Rufus, Belluno 1968, Dolomiti e Venezia, Soccorso Alpino. Idee e pensieri. Politica.

Contatti

fabio.bristot@gmail.com
fabio.bristot@legalmail.it

T: +39 347 6464646

© 2023 Fabio Bristot - Tutti i diritti riservati | Dev: MarcoResenterra.

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Belluno e dintorni
  • Veneto Italia
  • Riflessioni
  • Montagna
  • Aforismi
  • Poesie
  • Video
  • Foto
CHI SONO
CURRICULUM
TRASPARENZA
Contattami

© 2023 Fabio Bristot - Tutti i diritti riservati | Dev: MarcoResenterra.

Gestisci Consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Manage {vendor_count} vendors Per saperne di più su questi scopi
Visualizza le preferenze
{title} {title} {title}