Mio papà, negli ultimi suoi giorni, aggrappato come mai ai ricordi, si soffermava spesso a raccontarmi scampoli di vita di mio nonno Angelo.
Lo faceva con calma, come si fa con le cose che contano. Lo faceva con dolcezza come era giusto che fosse dovendola attribuire ad un ricordo famigliare.
La cosa più strabiliante era il fatto che avesse negli occhi – quando lo ricordava – una luce antica e nelle parole l’odore della terra.
“Coltivava e raccoglieva – con le mani, con la schiena, con la sua stessa vita – tutta una serie di prodotti della terra. Nella stagione buona poteva raccogliere anche quattro o cinque quintali di piselli, una cifra variabile che andava dai centottanta ai duecento quintali di patate, novanta o cento di mele e qualche altro centinaio di chili di fagioli.
Faceva fieno sul Monte Serva, dove la terra è dura e l’aria sapeva solo di silenzio e sudore.
Là ogni lenzuolo pieno di fieno portato a valle era un respiro e pezzo di fiato per andare avanti nella vita.
Tuo nonno sapeva potare e incalmare le piante con straordinaria abilità, le trattava come persone: le capiva, le ascoltava, le curava sino a gemmazione avvenuta.
Tuo nonno è stato provato dal dolore estremo con quattro figli persi: un colpo al cuore che nessun uomo dovrebbe reggere.
Eppure si alzava ogni mattina all’alba, perché la terra non aspettava, perché la vita, anche se ferita, andava seminata di nuovo.
Tuo è stato Assessore all’agricoltura del Comune di Belluno, non per ambizione, ma per servizio.
Perché sapeva che quella terra — dura, severa, bellissima — era di tutti, e che andava rispettata come una madre.
Era buono, generoso, un poco anche ostinato.
Di quella bontà che non chiedeva applausi, ma che si misurava in calli, non in parole.
La sua eredità? Un insegnamento inciso nella pelle: la dignità non si eredita, si conquista, zolla dopo zolla, forcata dopo forcata….”
Ecco, mi commuovo a ricordarlo, ma mi sento anche orgoglioso.
Fabio Bristot – Rufus





