Ormai quando sento parlare Francesca Albanese ho un déjà-vu automatico: penso immediatamente alla versione 2.0 di Laura Boldrini. Stesso copione, stesso tono, stessa morale finale.
Si parte sempre da principi anche condivisibili, anzi che condivido – diritti, rispetto, inclusione – e mi dico: “Ok, ci sto. Brava”.
Poi, però, parte il sermone, lo sproloquio verbale, la predica non richiesta… e in tre frasi verbose, a tratti oracolari, ti viene voglia di cambiare canale.
Il problema, quindi, non è cosa dicono. È come lo dicono: dal pulpito (ex chatedra…), col dito alzato, dando per scontato che tu sia sempre quello che deve “imparare”. Una maestrina, insomma.
Il risultato?
Le buone idee finiscono affogate nel tono da catechismo laico. E invece di comunicare, evocare, convincere magari anche… stancano e stufano.
Amen.
Scusate la consueta franchezza.
Fabio Bristot – Rufus





