L’altro ieri Jannik Sinner era di nuovo “finito”.
Spodestato dal numero uno del ranking, discusso per le tasse pagate a Montecarlo — con Bruno Vespa, puntuale come sempre, a colpire strisciando e a dimenticare centinaia di altri nomi illustri — e criticato da Nicola Pietrangeli per la mancata partecipazione alle fasi finali di Coppa Davis.
Nel giro di ventiquattr’ore, il “popolino” mediatico, quello che misura il valore umano e sportivo di un atleta in base alla diretta TV o all’hashtag del giorno, ha iniziato a scendere dal solito carro dei vincitori e dal suo, in particolare.
“Non è più quello di una volta”, “si è montato la testa”, “non ama l’Italia” — frasi trite, già pronte all’uso, bastava aprire il solito cassetto, come sempre del resto.
Poi, puntuale come il riflesso condizionato di un pubblico senza memoria, Jannik torna oggi numero uno.
E gli stessi che lo davano per finito sino al primo pomeriggio, ora risalgono in fretta sul suo carro, con le loro scalette e le loro scuse non dette, pronti a intonare di nuovo l’inno del vincitore.
Possibile, cazzo, che debba sempre andare così?
Sì, finché continueremo a confondere la passione per lo sport con il tifo da bar, il giornalismo sportivo di bassa lega (quello di Vespa che confonde anche i nomi) con il pettegolezzo, e l’orgoglio nazionale con il bisogno infantile di sentirci parte di un successo che non ci appartiene.
Sinner, intanto, resta per fortuna quello di sempre: educato, silenzioso, concentrato. Soprattutto campione, anche se dovesse perdere gli Open in Australia e, ancora, il Rolland Garros.
A parlare per lui è il campo, non le chiacchiere il più delle volte infarcite di invidia ed animo malmostoso.
Ed è forse proprio questo, alla fine, che dà più fastidio: la serenità di chi non ha bisogno di piacere a tutti per vincere.
Fabio Bristot – Rufus





