Guardo mia figlia, stamane, mentre consuma con la consueta calma la sua golosa colazione. Una colazione che, diversamente dalla mia, è lenta, passata in lunghi minuti ad imburrare alcune fette biscottate di una marmellata particolarmente profumata e a sorbirsi la crema alle ciliege di uno yogurt denso, che oggi sembra quasi non staccarsi dal cucchiaino. Aspetta poi qualche attimo che il caffè, forte e nero come lo fa ogni mattino, si raffreddi nella sua tazzona preferita. Lo sorbisce, quindi, con piccoli sorsi, ritmati già dai primi sms zeppi di emoticons che manda e riceve dai compagni di scuola che vedrà da li a poco.
La sua figura risalta bene davanti alla finestra che riceve la prima luce pigra del giorno. Un po’ di questo bagliore si ferma sul pizzo e sugli arabeschi della tenda, gli altri sprazzi chiari filtrano, corpuscolo dopo corpuscolo, illuminandole con fare gentile l’ovale del volto. Ne vedo allora la bellezza, a tratti ancora acerba e propria dell’adolescente, i capelli biondi appena mossi che danno risalto agli occhi azzurri e vispi sempre in cerca di conferme, le mossette del viso che rendono buffa la mimica facciale mattutina, la postura del corpo ancora rilassato e un poco svogliato nei movimenti.
Oggi, sono più attento, concentrato, riesco così a cogliere anche la serenità con la quale compie quei gesti rituali, quasi una meditata riflessione per prepararsi alla giornata che si annuncia piuttosto impegnativa per le varie prove che dovrà affrontare. Le chiedo se ha dormito bene e se si senta riposata. Un mugugno non svela appieno la risposta perché è già ora di inzuppare l’ultimo biscotto nel poco caffè rimasto nella tazza con gli animaletti.
Ci salutiamo con lo sguardo dei suoi occhi profondi che si immergono nei miei, ora definitivamente destati da quelle immagini, dolci a tal punto da essere riuscite ad ovattare di un gradevole silenzio il nostro non dire o dire poco perchè era sufficiente la lentezza dei gesti per comprendere.
Imprimo allora i colori di quella gestualità che odora di quotidianità che è, dunque, forse anche una consuetudine.
Consuetudine ugualmente importante per me perché so che si reitererà già domani. Mi lascio allora penetrare il cuore di queste impressioni che si trasformano in altrettante pennellate del dipinto che porto poi con me per tutto il giorno, coacervo di segni e correlate emozioni per un amore che sento autentico e che il tempo non farà diventare altro.
Un amore che, anche oggi, la lentezza ha saputo esaltare, quasi sublimare tra un frollino che si sbriciola nel caffè forte, un velo di marmellata su una fetta biscottata rugosa e qualche raggio di sole.
Fabio Bristot – Rufus





