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Fabio Bristot Rufus

IL SOCCORSO ALPINO COME PRESIDIO DEL TERRITORIO E DELLE SUE POPOLAZIONI

29 Aprile 2024
in Belluno e dintorni, Montagna
Tempo di lettura: 5 minuti
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Home Belluno e dintorni
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PROTEZIONE CIVILE ANTE LITTERAM

Ancorché il Soccorso Alpino Bellunese abbia svolto la propria attività prevalentemente nell’ambito montano, attività propria delle finalità d’istituto, in questa sede devono essere segnalate alcune azioni di particolare rilievo che hanno visto operare le Squadre del Soccorso Alpino in momenti drammatici della storia più recente del Bellunese ed in alcune altre situazioni analoghe in Italia.

Una protezione civile ante litteram, dunque, che ha saputo comprendere l’emozioni ed il dramma del proprio territorio e delle sue genti, ma anche di conseguenza offrire il proprio aiuto ad altre realtà e comunità, quasi a significare l’assoluta mancanza di confini quando lo stato di necessità chiama a raccolta il senso civico ed il senso di solidarietà.

Le sezioni sotto esposte, allora, richiamano alla memoria tragedie ancora vive nella memoria della popolazione, drammi civili che hanno toccato in modo rovinoso la provincia di Belluno e per i quali vi è stata un’attività intensa e prolungata anche dei Volontari. Spontaneamente, perché colpite le comunità di appartenenza, o su richieste formali inoltrate dalle Autorità competenti, il Soccorso Alpino ha saputo mettere a disposizione della collettività le proprie specificità tecniche e la propria disponibilità, dimostrando un elevato grado di collaborazione con gli Enti dello Stato e con gli Enti Locali, garantendo nei propri limiti, ma con il massimo impegno, un presidio fondamentale per il territorio.

Anche in questo caso, leitmotiv di settanta anni di storia, pochi si sono accorti dell’esistenza del Soccorso Alpino, tanto che solo all’inizio degli anni ‘90 il legislatore con il licenziamento della Legge n. 225/92 (ora Decreto legislativo n. 1 del 2018) istitutiva il Servizio Nazionale della Protezione Civile, riconoscendo il Soccorso Alpino quale parte integrante del Servizio stesso, parificandolo di fatto alle Amministrazioni dello Stato.

L’ALLUVIONE BELLUNESE 1966  

Sono passati poco più di tre anni dal disastro del Vajont e la provincia di Belluno sembra non conoscere ancora tregua.

Un’ondata di maltempo eccezionale, associata alle condizioni meteorologiche pregresse che avevano caratterizzato l’autunno con precipitazioni abbondanti e la presenza di un notevole innevamento sopra la quota dei 2.500 metri, scatenò una serie di fattori disastrosi in buona parte della penisola Italiana. Nella zona delle Toscana e delle Alpi Orientali (Trentino e Bellunese in modo particolare) si concentrarono le precipitazioni più intense. Il Magistrato alle Acque di Venezia evidenziò che la linea di precipitazioni massime sul Passo Cereda, ove nelle giornate del 4 e 5 novembre caddero al suolo 485 mm di acqua, dato che grosso modo accomunava gran parte della provincia di Belluno.

La situazione gravissima che andava peggiorando di ora in ora con l’aumentare delle precipitazioni ed i conseguenti fonogrammi che indicavano una situazione idrogeologica al limite del collasso, mise in stato di allerta permanente tutte le Stazioni del Bellunese. Queste iniziarono ad operare febbrilmente con moto proprio a seconda degli input ricevuti a livello locale dalle singole comunità o secondo le direttive delle Autorità preposte e in modo particolare in stretta collaborazione con la Prefettura di Belluno, i Carabinieri del Comando Provinciale e delle Stazioni, oltre che con il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco.

Nello stesso giorno del 6 novembre e sino al 13 novembre quando la situazione iniziò a normalizzarsi, pur nel comprensibile timore dei tecnici e della stessa popolazione duramente colpita, operarono attivamente le 9 Stazioni C.N.S.A.S. di Agordo, Alleghe, Belluno, Cortina, Feltre, Val Biois, Val Comelico, Val Pettorina e Val Zoldana. Come emerge dai rapporti di intervento delle suddette Stazioni e dalla relazione di sintesi stesa per la Direzione Nazionale del C.N.S.A.S. il 30 novembre 1966 dal Dott. Mario Brovelli, Delegato dell’epoca, “l’opera del soccorso ha avuto aspetti molteplici: salvataggio di persone, arginamento di torrenti, marce forzate per raggiungere località isolate, trasporto di viveri e materiale di ogni genere, costruzione di teleferiche improvvisate attraverso corsi d’acqua e di passerelle e piste su terreni impervi, ricerca di persone disperse e recupero salme (…). Tutti gli uomini si sono prodigati con abnegazione e senza risparmio, da parte delle autorità la loro opera è stata giudicata insostituibile e, in alcuni casi, determinante”.

Nelle tabella sotto proposta il dettaglio dello sforzo profuso dalle Stazioni C.N.S.A.S. in quelle giornate drammatiche.

STAZIONI C.N.S.A.S.INTERVENTIVOLONTARIGIORNATE UOMO
Agordo14126179
Belluno982122
Cortina75787
Feltre21014
Val Biois12113158
Val Comelico96493
Val Pettorina1078121
Val Zoldana1398136
TOTALE76628910

Brovelli continua – ed è comprensibile che nelle relazioni di quegli anni comparissero anche questo genere di istanze, viste le risorse finanziarie destinate alla Delegazione allora del tutto assenti – accusando notevolissime perdite di materiali: “in particolare vi è stata una grave usura delle corde, usate per i compiti più disparati ed impellenti, dei materiali metallici. (…) Assai notevoli e non documentabili le spese vive tutte a carico dei singoli Volontari; inoltre, specialmente per i lavoratori più poveri, hanno inciso sensibilmente le giornate di lavoro perdute”. Infine, con spirito ancora inalterato, il Delegato relaziona ancora affermando che: “ci si sta organizzando per affrontare nel modo più efficace una nuova possibile situazione di emergenza. Lo scrivente sta elaborando, d’intesa con la Prefettura, un vasto piano locale di difesa civile, in cui il C.N.S.A.S. dopo la prova data in questi giorni, verrà inserito come uno degli elementi più validi per l’immediato intervento”.

Le cronache dell’epoca riportano degli spunti interessanti anche perché proposti a distanza di oltre un anno, con sottolineature per certi versi ancora attuali.

“Nella festa di Santa Barbara – riportava il Gazzettino il 20 dicembre 1967 – presso i comandi dei VV.F., tra i collaboratori più efficaci nelle operazioni di soccorso nell’alluvione del 1966 sono stati segnalati gli uomini del Soccorso Alpino. Questo ci fornisce l’occasione per parlare dell’opera svolta allora da questo corpo; opera di cui a suo tempo sono state date solo notizie frammentarie, e che è rimasta in parte ignorata, anche perché i suoi membri, non avendo una propria divisa, sono passati spesso inosservati”. Prosegue poi, quasi in una sorta di beffardo riconoscimento postumo “data l’attrezzatura e l’addestramento particolare (…) si può dire che la sua azione è stata in vari casi determinante, specialmente nelle zone più impervie, Anche in questa gravissima congiuntura il Soccorso Alpino ha dimostrato di essere una forza viva ed operante”. Infine, “Il Soccorso Alpino che fa giustamente parte della protezione civile ha bisogno però di essere aiutato e potenziato”.

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