C’è una cosa che mi fa riflettere.
Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c’erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato.
Mi sembra che il personaggio abbia completamente divorato la persona. La provocazione è diventata il prodotto, la volgarità il marchio di fabbrica, il trash cioè le scoaze, una strategia commerciale.
Ogni limite sembra dover essere superato perché, nel mercato dell’attenzione, chi urla di più occupa più spazio, diventa più figo.
E forse non è nemmeno un caso che abbia scelto di legarsi mediaticamente a figure come il sig. Vannacci. Quando la provocazione diventa un modello di business, è quasi inevitabile cercare personaggi che vivono della stessa logica: polarizzare, dividere, far discutere, spostare sempre più in là l’insulto o la proposta becera.
Poco importa allora se il dibattito si impoverisce, diventi pressoché nullo: conta che il rumore non si arresti mai, possibilmente che cresca.
Ma credetemi, c’è una differenza enorme tra essere controcorrente ed essere semplicemente sopra le righe. Tra essere intelligenti ed essere rumorosi. Tra far pensare e fare audience.
Mi chiedo: davvero il successo, per durare, deve trasformarsi in una caricatura di sé stesso? Davvero non può reggersi sulla qualità, sulla profondità, sull’intelligenza di una proposta? Forse il trash, cioè le scoaze, genera clic. Produce condivisioni. Fa ascolti. Fa anche soldi…
Ma il rumore non è valore. È soltanto rumore: decibel, talvolta accattivanti, ma pur sempre decibel. Per questo, sempre più spesso, cambio canale o salto il post.E torno alla sobrietà di un Piero Angela. Una sobrietà che oggi qualcuno definirebbe “noiosa” e “lenta”, ma che aveva una qualità rarissima: rispettava l’intelligenza di chi ascoltava. Sempre. Non aveva bisogno di urlare, di scioccare o di provocare per lasciare un segno.
Infine, una nota personale.
Caro Cruciani, se fossi fatto con la tua stessa pasta – e spero davvero che abbiano buttato lo stampo – ti direi di andare a fare in culo. Invece, caro Cruciani, preferisco invitarti di cuore a rileggere la tua parabola discendente con la stessa acutezza intellettuale che, qualche anno fa, ti riconoscevo.
Perché gli ascolti possono crescere grazie al rumore, ma l’autorevolezza nasce da altro. E quella, una volta smarrita, è molto più difficile da ritrovare.
Buoni insulti e buoni decibel.
Fabio Bristot Rufus





