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Fabio Bristot Rufus

CONTENTONSE? ANCHE NO!

13 Marzo 2025
in Belluno e dintorni, Montagna, Politica con la "P"
Tempo di lettura: 6 minuti
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Home Belluno e dintorni
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La nostra provincia, poco più di un secolo fa, contava una popolazione di 259.275 abitanti; poi è passata, solo una cinquantina d’anni fa, a 221.255, per crollare, infine, a una popolazione che raggiunge gli attuali 197.767 abitanti. Un devastante –23,7%, la cui drammatica portata forse non è stata ancora appieno compresa dalla politica, dopo la stagione delle analisi, della convegnistica e delle enunciazioni che nulla, in almeno tre decenni, hanno prodotto in termini di riconversione di questo trend devastante. Oggi, possiamo quindi vantare un indice di vecchiaia pari a 255,2/100, cioè ci sono 255 persone anziane con età superiore ai 65 anni ogni 100 giovani con età compresa tra 0 e 14 anni (Sondrio, assimilabile a Belluno, ha, ad esempio, il rapporto di 174,6/100). Un disastro!

Provo a calarmi allora in alcune riflessioni socioculturali e socioeconomiche magari senza averne una profonda conoscenza e mancandomi anche magari la tecnica espositiva. Forse teorie avventate sui massimi sistemi. Si, può essere che sia davvero così, ma non temo il giudizio o la pubblica irrisione.

Senza la Legge 31 maggio 1964, n. 357, modifica di quella licenziata all’indomani della tragedia del Vajont, la provincia di Belluno avrebbe senza tema di smentita ora fattezze alquanto diverse. Sarebbe rimasta un territorio estremamente debole per una serie di oggettivi indicatori e non si sarebbe mai giovata di finanziamenti a fondo perduto e di altre specifiche agevolazioni che hanno invece garantito un processo di industrializzazione diffuso, sin a partire da metà degli anni sessanta e per almeno i due decenni successivi, in vaste aree del nostro territorio. Ma senza quelle 1910 persone morte, inermi vittime dell’ingordigia dell’uomo come si dimostrò con l’evidenza degli atti processuali, si sarebbero attuati quei processi che hanno generato effettivo benessere e prosperità tra le nostre comunità? La risposta è pressoché scontata ed è un “no” senza mediazioni possibili.

Va in ogni caso rimarcato il fatto che si fosse però realizzato (forse non poteva essere altrimenti) un sistema economico non infrangibile e tutto sommato delicato, eccessivamente accentrato su alcuni distretti industriali a discapito di altri; che si fosse rinunciato troppo presto allo sviluppo del turismo; che, parimenti, lo stesso fosse avvenuto con tutto il settore agro-zootecnico e boschivo, diventato in pochi decenni il simulacro di un mondo che non c’era più e la cui assenza la stiamo soprattutto pagando nelle aree più interne, quindi fragili, del nostro territorio.

Questo processo che, si badi, non sto affatto rinnegando, ha però lentamente portato a svuotare le terre alte e medio alte, concentrando nel fondo vallata la maggior parte delle maestranze che là preferiscono spostarsi per comodità e necessità, condizionando strutturalmente l’abbandono di ampie porzioni del territorio. Non siamo stati, infatti, in grado di prevedere e contro bilanciare questo fenomeno con opportune e continuative politiche soprattutto rivolte alla montagna priva di ski aree (pensiamo a tutta l’area della Valbelluna, del Feltrino, del Cadore e dell’Agordino che corrisponde alla parte mediana della nostra provincia) né si è ritenuto che il settore primario potesse determinare ancora un effettivo traino diretto sull’economia in termini di produzione di prodotti, sia su quella derivata, come quella che si lega naturalmente al turismo.

Associato a questi fattori ormai storicizzati, è necessario considerare, poi, un altro elemento: l’incomunicabilità politica (e non solo) tra valli e paesi confinanti che, spesso, non riescono a parlarsi per raggiungere una comune strategia e che ha cristallizzato un campanilismo assai radicato. Questo innegabile stato di cose è esso stesso freno per affermare il principio identitario “della” e “per” la nostra terra. Troppe frammentazioni e una guida politica priva da troppo tempo di riconosciute e dimostrate leadership hanno prodotto la difficoltà ad amalgamare in un peso specifico superiore la tanta frammentata pluralità delle tante vallate e delle tante comunità operose.

Verrebbe però, allora, da dire “contentonse” (accontentiamoci) stiamo tutto sommato bene nel nostro lamentarci, anzi non lamentiamoci. Noi Bellunesi facciamo al massimo un po’ di gazzarra su qualche tavolo del bar, ma con grande difficoltà riusciamo, poi, a reagire in modo organico, creando la necessaria e conseguente massa critica. Contentonse, dunque, perché non val la pena fare altro, proporre altro. Si, “contentonse!”

Un “contentonse” che, alla prova dei fatti, però si è dimostrato e si manifesta sempre più come del tutto arrendevole rispetto alle criticità reali già da tempo presenti. Un “contentonse” che non ha, infatti, sconfitto la denatalità della nostra provincia. Un “contentonse” che non ha piegato l’isolamento. Un “contentonse” che non ha modificato la scolarizzazione dei nostri ragazzi e la dispersione scolastica. Un “contentonse” che non ha aumentato il livello quali-quantitativo delle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie”. Un “contentonse” che non ha modificato i servizi legati alla mobilità sul e verso il nostro territorio. Un “contentonse” che non ha modificato in modo sensibile le sorti generali del governo del territorio.

Insomma, un “contentonse” declinato nelle tante sfaccettature della politica che non è riuscito a colmare il deficit tutto bellunese che non sta solo nella mancata autonomia legislativa e amministrativa che discende anche dal raffronto con i territori vicini, ma è prima di tutto un modus operandi compenetrato nelle nostre stesse azioni: un habitus mentale che non riusciamo a variare e neppure a mitigare. Un verbo che, fuor di metafora, enuncia in realtà una condizione psicologica propria delle persone rinunciatarie, quelle che si limitano a gestire sempre e comunque l’ordinario: senza voler neppure tentare di affrancarsi da uno stato particolare per tentare almeno di volare un poco più alto.

Dunque, dove vogliamo andare senza avere una strategia comune di medio e lungo periodo che sia delineata da una cornice chiara e da attori altrettanto evidenti nel ruolo e competenti nell’attuarla? Soluzioni che dovevano essere enunciate e perseguite da una politica autorevole, ora china da troppo tempo sull’ordinarietà delle analisi e sulla mediocrità di una visione che termina solo qualche metro più in là, in un orizzonte piegato tutto infelicemente su sé stesso, non mi pare ce ne siano.

Ci si lustra, ad esempio, gli occhi con i Fondi di Confine, ma sono il perpetrarsi della raccolta di pur importanti briciole sparse però ad alimentare il campanile e non già una visione strategica. Come membro attivo e mediamente pensante di questa nostra comunità, sento il dovere di suggerire alla politica le uniche prospettive, già peraltro delineate, che non possono più trovare tentennamenti: da una parte si deve ridare immediata elettività all’Ente Provincia, rappresentanza che la mediocre riforma Delrio (Legge 7 aprile 2014, n. 56) ha tolto, pur riconoscendo alla Provincia di Belluno. Dall’altra – e non è processo meno importante perché già attuabile – serve dare applicazione immediata al titolo III della Legge regionale 8 agosto 2014, n. 25 – Interventi a favore dei territori montani e conferimento di forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria alla provincia di Belluno in attuazione dell’articolo 15 dello Statuto del Veneto.

Ma le nozze, si sa non si fanno con i fichi secchi e neppure con i barbagigi, si fanno con un bel corredo che potrebbe finanziare queste deleghe importanti e strategiche. Oltre ai circa 18 milioni di canoni idrici servirebbe avere la certezza che almeno una parte del fatturato attuale delle derivazioni idroelettriche venisse gestito in provincia di Belluno, dalla Provincia di Belluno senza dover passare con il capello in mano davanti a nessuno. Sembra che, la cifra sia del tutto ragguardevole come da fonte autorevole si è appreso in questi giorni (nda: Ass. G. Bottacin). Stiamo cioè parlando di una cifra che si aggira sui 130/150 milioni di euro netti su base annua. Non straordinaria, ma sufficiente per ragionare, programmare ed eseguire.

Allora, serve muoversi in ordine concentrato (diverso dall’ordine sparso come sino ad ora avvenuto) e dar seguito anche a quanto previsto dall’art. 15 della stessa L.R. che al comma 5 prevedeva la creazione diun tavolo unitario di rappresentanza denominato “Conferenza degli enti locali bellunesi”, costituito su impulso della Provincia attraverso il quale gli enti locali bellunesi possono partecipare alla formazione degli atti normativi e programmatori regionali afferenti le materie di cui all’articolo 13, comma 1”.

In attesa delle medaglie olimpiche, continuiamo invece impavidi ad essere stritolati da una parte dalla pessima riforma fatta a livello nazionale in relazione ai territori interamente montani a bassa densità abitativa; dall’altra, da un neocentralismo regionale che non ha dato matura e compiuta attuazione ai principi enunciati.

Per questo unico motivo, è la ragione del nostro stesso essere provincia e Provincia, serve un nuovo patto politico e sociale, il patto, del tutto trasversale alla politica bellunese e agli orticelli che essa talvolta produce con scarso raccolto. Politica bellunese che, per una volta, una volta sola, metta in disparte dissapori ed appartenenze ad una o all’altra bandiera, ed unisca come forse mai fatto le forze migliori e le progettualità più potenti per ricondurre a sistema e finalizzare quanto sopra esposto con tutte le azioni del caso. Lo stiamo aspettando da troppo tempo ed è questa la strada che intravedo come unica possibile. Il resto sono, infatti, modesti cerotti apposti su un corpo politraumatizzato che nulla più servono.

Contentonse, dunque? Anche no!

Fabio Bristot – Rufus

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