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Fabio Bristot Rufus

LA SEGHERIA BELLUNESE

7 Luglio 2026
in Senza Categoria
Tempo di lettura: 6 minuti
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Home Senza Categoria
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Giusto per evitare sin dall’inizio ambiguità: credo di essere stato il primo Assessore all’Ambiente in Italia ad aver organizzato, insieme ai Servizi Forestali Regionali e al Provveditorato agli Studi, la “Festa all’Albero” e non la retorica “Festa dell’Albero”. Far vedere “come” e “soprattutto” perché si devono abbattere gli alberi in taluni contesti.

La differenza, allora come adesso, non era soltanto lessicale. Era soprattutto culturale.

L’obiettivo era, infatti, spiegare ai ragazzi che il bosco non è qualcosa di statico ed immodificabile, un museo immobile, né una cartolina da contemplare. Un bosco vive, cresce, si ammala, invecchia e, proprio per questo, deve essere curato. Curare un bosco significa anche abbattere le piante vecchie, instabili o malate, abbattere piante favorendo lo sviluppo di quelle più giovani o provvedendo alla loro sostituzione. È questa la regola aurea della selvicoltura, quella che da secoli garantisce l’equilibrio degli ecosistemi forestali.

Non riesco, infatti, a comprendere come si possa continuare, ancora oggi, a confondere il bosco con il patrimonio arboreo ornamentale e non solo di parchi, giardini, viali e strade cittadine.

Il bosco, soprattutto nelle nostre montagne, va governato, curato e, quando necessario, tagliato con decisione. In vaste aree della provincia è cresciuto in modo abnorme, ha invaso prati, pascoli e persino lambito le abitazioni, perdendo in molti casi biodiversità, valore ecologico e qualità forestale. Un bosco abbandonato non è un bosco più naturale: è spesso un bosco più povero, più fragile e più vulnerabile.

Altro discorso sono le piante che troviamo in città, essenza piantumate nel tempo con scopi ai più evidenti. Ben altra cosa è, infatti, il patrimonio arboreo urbano. Gli alberi di un parco, di un giardino, di un viale o di una strada appartengono a una realtà completamente diversa da quella del bosco. Svolgono funzioni paesaggistiche, ambientali, storiche, culturali, sociali e, spesso, anche affettive. Sono parte integrante dell’identità di una città, di un quartiere e della memoria collettiva di una comunità.

Anche dal punto di vista scientifico si tratta di ecosistemi profondamente differenti. Un bosco è una comunità vegetale complessa, dinamica e sostanzialmente autosufficiente, nella quale gli equilibri ecologici derivano dall’interazione tra alberi, arbusti, fauna, funghi, microrganismi, suolo e clima. L’albero urbano, invece, vive quasi sempre isolato o inserito in piccoli gruppi, in condizioni artificiali e spesso ostili: suoli compattati e poveri di ossigeno, limitato volume radicale, inquinamento atmosferico, isole di calore, sali disgelanti, traumi meccanici e continui conflitti con infrastrutture e attività umane. È quindi un organismo sottoposto a stress fisiologici completamente diversi da quelli di un albero forestale.

Per questo richiede criteri gestionali specifici, obiettivi completamente differenti e interventi fondati sull’arboricoltura ornamentale moderna, sulla biomeccanica dell’albero, sulla valutazione della stabilità (VTA) e sulla conoscenza della fisiologia vegetale, non sulla selvicoltura. Confondere questi due mondi significa non aver compreso, ignorare il funzionamento ecologico del bosco e il valore del patrimonio arboreo urbano, che va tutelato e gestito con competenze, sensibilità e rigore scientifico.

Confondere queste due realtà significa – lo ribadisco a scanso di essere ripetitivo – non aver compreso le basi della selvicoltura, dell’arboricoltura urbana e, più in generale, della cultura del verde.

Da qui, nasce anche la riflessione su quanto accaduto negli ultimi anni nel Comune di Belluno, dove la necessaria cura del verde pubblico si è troppo spesso trasformata in una vera e propria macelleria arboricola, dove maestranze dequalificate si sono alternate ad altre peggiori, senza alcun controllo da parte della Giunta.

Basta osservare la pratica della capitozzatura, intervento unanimemente considerato dannoso e vietato dalle Linee guida ministeriali emanate nel 2020 con apposito Decreto, salvo casi eccezionali. Eppure gli abbattimenti, le mutilazioni e gli interventi privi di una reale osservazione e controllo si sono susseguiti con impressionante regolarità, condizione che ha portato ad un ulteriore indebolimento delle piante e alle conseguenze dirette: movimento anomalo dell’apparato radicale che ha ulteriormente ammalorato i marciapiedi, crescita spropositata di succhioni e polloni che impediscono alle volte addirittura di passare e passare in sicurezza sugli stessi marciapiedi, oltre alla crescita di getti (rami) molto fragili che si spezzano al primo temporale.

Ma tant’è.

Belluno è diventata allora una gigantesca segheria. Si sono abbattuti alberi in ogni quartiere, si sono aperti vuoti nel paesaggio urbano, ma nella quasi totalità dei casi a questi sacrifici non è seguita alcuna opera concreta a ridare equilibrio al sistema. Cavarzano, Nogarè e molte altre zone della città ne sono testimonianza evidente. Si è tolto molto, senza restituire nulla.

Ma il problema più grave – credetemi – non è nemmeno questo, cioè non sono cinque o sei alberi.

È il metodo, da una parte.

E, soprattutto, è l’assenza di una visione di città, dall’altra.

Sul primo aspetto è mancata completamente la comunicazione preventiva da parte del Sindaco e della Giunta. E questo appare ancora più incomprensibile se si considera il numero di comunicatori, addetti stampa e figure dedicate presenti all’interno dell’Amministrazione comunale. I cittadini non sono mai stati realmente coinvolti, né informati con chiarezza sulle ragioni, sulle modalità e sugli obiettivi degli interventi. Una grave carenza, fortemente contestata da moltissimi cittadini, anche quelli più miti che di prassi si astengono da commenti ed analisi, dalle invettive e dalle incazzature.

Sul secondo aspetto, straordinariamente più importante poiché va ben oltre il tiglio e l’ippocastano tanto in voga in queste giornate, Sindaco e Giunta dimostrano invece ancora una volta di avere il fiato corto, cortissimo. Non emerge, infatti, alcun disegno strategico di medio e lungo periodo. Non si intravede un progetto complessivo della città del futuro, una visione della città e dei suoi quartieri, tanto che l’intervento di Via Feltre (fatto solo grazie ad un preziosissimo contributo di un privato) è l’unica opera di un certo rilievo che non sia stata frutto di iniziative delle giunte passate. Già questo la dice lunga….

Si continua invece a procedere “a spizzichi e bocconi”: interventi episodici, scollegati tra loro, privi di una regia autentica ed autorevole, spesso priva anche della necessaria competenza tecnica. Si interviene senza una programmazione seria, senza valutare gli effetti che determinate scelte produrranno tra dieci, venti o trent’anni sul paesaggio urbano, sul microclima, sulla qualità della vita e sul patrimonio pubblico.

Lo affermo anche per esperienza personale.

Quest’anno, nel mio bosco e nelle siepi contermini ai campi di mais, ho tagliato quasi duecento quintali di legna. Era necessario farlo. È gestione forestale minimale appresa da mio padre.

Nello stesso tempo, però, ho messo a dimora una quindicina di nuovi carpini e otto nuove piante ornamentali, come faccio ogni anno, sostituendo, nel caso di queste ultime, soltanto quelle realmente compromesse o che possono danneggiare a causa della loro crescita edifici.

Perché amministrare il verde significa programmare, accompagnare il tempo, immaginare come sarà quel luogo tra vent’anni e non limitarsi a decidere cosa fare domani mattina o domani l’altro.

È questa la differenza tra gestire e devastare.

È la differenza tra una cultura del verde e una cultura della motosega.

Ed è, purtroppo, la differenza tra ciò che una città dovrebbe essere e ciò che Belluno è diventata… una segheria che fa tanto e solo rumore.

                                                                                              Fabio Bristot – Rufus

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