Come tanti, anch’io ho sempre visto il Pelmo come una sedia, un enorme caregon al quale ho cercato spesso di attribuire misure, proiettare condotte, associare presenze o solo qualcuno da far sedere.
Non l’ho mai visto però come un trono che, per sua natura, pretende sudditi, piuttosto sempre come una sedia enorme che sa diversamente invece accogliere il peso del pensiero, la pluralità.
Chi vi siede su una sedia non regna, infatti, ma comprende. Non domina l’infinito e l’assoluto, lo riconosce. E proprio per questo non può che esserne parte, non può che dissolversi in esso senza avere un nome, né tantomeno una corona.
Ma è sotto quel caregon che accade il vero mutamento in noi. È lì che l’uomo, minuscolo, alza lo sguardo e smette di misurare con le spanne di una mano la sua altezza.
Non chiede più quanto è alto, quanto è eterno, quanto è forte quel monte assunto spesso a simbolo delle Dolomiti. L’uomo intuisce invece quanto lui sia finito, ma non per questo deve perdere stima di sé stesso e del genere umano. La grandezza, infatti, non lo umilia: lo svela.
Gli toglie l’illusione della centralità e gli restituisce la verità della misura. Non è l’uomo a stare al centro del mondo, ma è esattamente il tempo che lo attraversa.
E il Pelmo, immobile, diventa allora specchio: non dell’eternità, ma della distanza che separa l’essere dal credersi tale.
Sotto quel caregon non si è allora sconfitti, così come nessun alpinista che tenti la cima lo è davvero.
Si è però finalmente consapevoli di non essere la sola misura delle cose e in questo sussulto di coscienza si apprendere forse l’aspetto più importante: nella conoscenza della propria finitudine nasce l’unica forma possibile di grandezza, cioè il sapere di non essere assoluti, e per questo, per un istante, essere veri.
Quando osservo il Pelmo o lo recupero dalla mia memoria capisco dunque che non potrò mai sedervi sopra, ma non mi è preclusa la possibilità di appoggiarmi al suo vuoto silenzioso senza occuparlo fisicamente, di ascoltare con attenzione ciò che non chiede risposta.
Fabio Bristot – Rufus
NB: Ricorda in qualche modo il proverbio o adagio giapponese che diceva “che non puoi vedere tutto il cielo guardando attraverso un tubo di bambù” e ciò non perché il cielo manchi, ma perché lo sguardo è troppo stretto. Così allo stesso modo noi che abbiamo provato a misurare inutilmente il Pelmo, il caregon, per sedercisi sopra.




