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Fabio Bristot Rufus

IL MIRACOLO DELL’UCCELLINO: POCHI SANNO CHE… 115 ANNI FA SI CONSUMO’ UN’IMMANE TRAGEDIA DELLA NEVE A POCHI PASSI DA BELLUNO…

24 Gennaio 2026
in Montagna, Belluno e dintorni
Tempo di lettura: 5 minuti
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Home Montagna
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“La Tribuna illustrata” del 14 marzo 1909 riporta a piena pagina un disegno nel quale viene ricostruito l’arrivo delle squadre di soccorso su un enorme valanga caduta rovinosamente in Val Tibolla (Belluno). 

Il settimanale dell’epoca, edito a Roma, riferisce che: “durante una spaventosa tormenta un’immensa valanga, di oltre 100.000 metri cubi con un fronte di 400, si è staccata dal declivio del monte (Ciroch – Visentin) ed è precipitata abbattendo una casa (…). La casa era abitata dalla famiglia Roccon (…). Pochissimi poterono salvarsi. Tredici persone rimasero sepolte”.

La cronaca non precisa maggiori dettagli, ma si è appurato con certezza che decedettero effettivamente 12 persone tutte appartenenti alla famiglia Roccon che abitava con due rami distinti, seppur imparentati tra loro, nel caseggiato poi distrutto dalla valanga. 

Di seguito l’elenco dei nominativi coinvolti: Davide (anni 74) e Graziosa (anni 70), Matteo (anni 44), Angelica (anni 39), Reolon Teresa (nuora), Giovanni (anni 4), Luigi (anni 2) e, per il secondo ramo, Antonio (anni 69) e Giovanna (anni 65), i nipoti Clementina (anni 6), Antonio (anni 3), assieme ad un servo, Valpellini Antonio (anni 40). Si salvarono 6 giovani fuggiti da casa la sera prima: Vittorio, Domenico e Dosolina di Matteo e Antonio, Romano e David e si salvarono anche i coniugi Giovanni e Sparta Rosa, perché dormivano su un’ala della casa rimasta in piedi. Infine, si salvò la bambina Scolastica fu Luigi, di anni 6, che dormiva in una culla che le fece da protezione e da camera d’aria e della quale dopo diremo.

“Verso l’una e mezza di notte – riporta altra cronaca – una enorme valanga si stacca dal Ciroch, lembo di montagna del Col Visentin, e si abbatte su un fabbricato abitato da 13 persone che senza dubbio sono rimaste vittime. Inutile cercare di raggiungere il luogo del disastro. Val Tibolla, che si trova a 12 chilometri dall’altipiano di Castion, è inaccessibile ed è pericoloso cercare di raggiungerla. (…). Alcuni abitanti della Val Tibolla che erano partiti in mattinata dopo aver tentato di portare soccorso, arrivarono prima nel Castionese e poi a Belluno solo nel primissimo pomeriggio del giorno dopo a causa delle condizioni di innevamento della zona. Il Sindaco di allora, Vittorio Zanon, allertò immediatamente quello che oggi verrebbe chiamato dirigente dei lavori pubblici del comune che, in quel tempo, era l’ingegnere municipale, Enrico Cei, per organizzare i soccorsi ed interfacciarsi con tutte le risorse possibili per convergere in zona.”

Sul posto, oltre a soccorritori improvvisati provenienti dal Castionese e da Limana, furono inviati alcuni carabinieri e 20 soldati del 56mo fanteria di stanza a Belluno.

I corpi delle dodici vittime, una volta sottratti dalla neve e dalle macerie della casa sventrata ed addirittura spostata sino al mulino sottostante, furono ricomposte, traslate e messe in altrettante casse. Quindi, attraverso l’ausilio di alcune slitte, vennero trascinate per 6 chilometri fino a Cet seguendo il letto del torrente Cicogna. Il 6 marzo le bare vennero portate da Cet a Castion, dove si celebrarono i funerali e dove vennero tumulate. Accompagnarono il corteo funebre centinaia di persone provenienti da tutta la Pieve Castionese, da Belluno ed anche da Limana.

La narrazione già dopo poche settimane diventa incontrollata, sfumata nel verisimile e permeata già probabilmente dai tratti della leggenda, forse per esorcizzare del tutto la paura legata a questi straordinari eventi naturali. 

Il dire e il narrare il fatto occorso, infatti, fece nascere un racconto piuttosto favoloso secondo il quale in tutto il bellunese, tra l’altro ancora molto scosso da quell’evento drammatico, si andava narrando di un pettirosso che, cinguettando esattamente sopra le abitazioni travolte dalla valanga e ricoperte da una coltre di neve molto alta, permise alle squadre dei primi soccorritori di scavare esattamente nel punto in cui sottostavano le persone e trovare fortunatamente alcuni ancora in vita, tra cui una bimba di nome Scolastica (nda: Paolo Gasperin del Soccorso Alpino di Belluno sentiva sovente raccontarla dal proprio padre). 

Artva e Recco di altri tempi, diremo noi oggi!

Ma è proprio quella bambina scampata miracolosamente a quella valanga tragica a raccontare qualche decennio più tardi alcuni dei fatti occorso quella notte e nelle ore successive.

Scolastica Roccon, anche sulla scorta delle informazioni raccolte nell’adolescenza, ricordava i fatti di seguito descritti: “Gli ultimi giorni di febbraio di quell’anno aveva nevicato parecchio, a Belluno si parlava di un metro, e a Tassei di due metri di neve frammista a pioggia. Il terreno era gelato e tutti capivano che la massa nevosa appesantita dall’acqua nei luoghi ripidi sarebbe potuta slittare. Scolastica, tra le altre cose, ricorda di essere stata sempre sveglia e di aver chiamato aiuto. Non aveva fame, non sentiva freddo.” 

La bambina venne trovata dopo 53 ore (cioè dopo più di due giorni) alle 7 del mattino con un piede gelato. Le fu dato da bere un uovo sbattuto che subito rigettò e poi fu massaggiata a lungo con tre litri di grappa.

Ma torniamo a Scolastica che termina la sua intervista rilasciata all’Amico del Popolo con il particolare che avevamo prima definito come favoloso. È, infatti, lei stessa ad incalzare il cronista dei tempi e a porgli una domanda strabiliante: “Lei sa che sono stata salvata da un uccellino? Mentre con badili e picconi spalavano neve e rimuovevano macerie senza speranza, ormai di trovare nessuno vivo, un uccellino incominciò a cantare e a svolazzare giù in mezzo ai lavoratori, posandosi sulla neve, senza paura. Mio zio che dirigeva il lavoro, se ne accorse e disse che quello era un segno.”

Questo straordinario racconto termina allora con la nostra Scolastica che suppone che l’uccellino abbia “sentito il suo chiamar aiuto da sotto la neve e che quando mi hanno tratta fuori l’uccello volò su una pianta vicina rimasta in piedi; cantò ancora una volta più forte verso di me e poi sparì. Che sarà stato?”

                                                                            Fabio Bristot – Rufus

Fonti:

AA.VV, La Tribuna illustrata, 14 marzo 2009, Roma e AA.VV., Corriere della Sera, 3 marzo 2009.

Fabio Bristot e Giuseppe Pellegrinon, “Gli Angeli delle Dolomiti 1954-2004. 50 anni di solidarietà con il Soccorso Alpino Bellunese” – 2004, Crocetta del Montello (TV), Grafiche Antiga.

Amico del Popolo, 16 marzo 1974, Belluno.

Foto di Fausto Viola tratta da: Vito Tormen, “Castoi – Un villaggio in cammino attraverso i secoli attorno alla sua chiesa alla Regola ai boschi e pascoli dei comunali all’acqua”, 2012, Istituto Bellunese Ricerche Sociali – Collana: Serie storia.

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