Una donna eccezionale. Forse qualcosa che va anche oltre questo aggettivo, che rischia di sembrare solo retorica di circostanza.
Essere qui oggi, invece, non è una circostanza. È esserci per Antonella per cercare almeno di investigare quell’altrove che amava ed ama,
Antonella non è stata una donna da raccontare: è stata una donna da vivere: era infatti “di testa sua” perché aveva il coraggio, raro, di appartenere prima di tutto a sé stessa. E questo abito mentale mi porta a dire che Antonella non ha semplicemente vissuto la sua vita: l’ha riempita di sé, fino all’ultimo giorno e respiro quando su di esso è inciampata.
Antonella era di una vivacità straordinaria. Era, anzi, la vivacità: una presenza che riempiva gli spazi e li trasformava.
Una donna multitasking nel senso più autentico del termine: non si limitava a fare tante cose, ma ne faceva di più. E le faceva bene, con cura, con gusto, con intelligenza.
Una donna che è stata l’antitesi della banalità e dell’ordinarietà. E vedere tante persone qui oggi credo ne sia la testimonianza più autorevole, in qualche modo la conferma che non sto dicendo cazzate gratuite.
Anto toccava qualcosa e lo trasformava. Lo rendeva bello, corretto, anche giusto.
Sul lavoro, dove sapeva distinguersi per l’estrema determinazione e l’indubbia competenza come legale, ma anche nelle mille attività quotidiane: un piatto che diventava speciale, un tessuto che prendeva vita, un dettaglio di casa che si trasformava in armonia, un buco in una parete che io, ciompo, non riuscivo a fare.
Aveva un talento naturale per migliorare ciò che la circondava, quasi sfinando la regola. E lo faceva senza ostentazione, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Sapeva trascinare le persone. Aveva energia, carisma, una forza comunicativa rara che creava partecipazione autorevole.
A volte eccedeva nel voler essere al centro dell’attenzione — ed è giusto dirlo — ma quella stessa caratteristica è stata anche la chiave dei rapporti veri e profondi che ha costruito.
Con lei non esistevano mezze misure: o si entrava davvero in relazione, oppure non si entrava affatto.
E chi ha avuto la fortuna di starle vicino lo sa bene.
Anche negli ultimi mesi non si scorgeva affatto rassegnazione o farsi bastare la mediazione al ribasso. Si coglieva solo il vigore del suo umore, l’esserci a pieno tondo, con tutta sé stessa e con quelle che definiva le sue “abilità residue”, esercitate sino alla fine.
La malattia, infatti, non ha mai vinto.
Questo va detto con chiarezza, senza infingimenti.
Gli oltre cinque anni che abbiamo attraversato insieme, e assieme a molti di voi, sono stati la prova concreta di come la vita abbia continuato a prevalere.
Non una resa.
Solo risoluzione, lucidità, coraggio.
Un esempio raro, difficile perfino da raccontare fino in fondo a chi non c’è stato.
Siamo provati da un dolore che, però, nasce tanto tempo fa.
Un dolore che non si lascia ordinare, che non si lascia spiegare.
E anche se da quel 6 aprile 2021 sono passati tanti mesi, il tempo non ha ancora trovato il modo di addomesticarlo davvero facendoci trovare pronti al grande salto, come lei lo amava chiamare. Un percorso che ha avuto un inizio.
Troppi pensieri negativi sono stati generati e tarlati dalla causa prima di tutto quanto è poi successo in termini di malattia.
Non abbiamo certezze ed evidenze e, forse, non è questo il momento per cercarle.
Ma non voglio fermarmi ai torti subiti, alle mediocrità di chi quei torti ha arrecato.
Non è questo che definisce Antonella per fortuna … e voi, oggi, ne siete autentica testimonianza.
Voglio parlare delle cose belle e delle situazioni appaganti, perché sono quelle che restano davvero.
Sono la cifra che l’ha connotata e che ancora la connota, perché la sua eredità ci abbraccia con potenza.
Con Antonella è stato amore vero. Mai simulato, mai tiepido.
Un percorso intenso, a tratti esplosivo, fatto anche di errori — e non ho difficoltà ad ammettere i miei, per la maggior parte.
Ma proprio per questo un percorso autentico. Vivo, seppur calato in una dialettica alle volte complessa ed aspra.
E questo amore oggi ha un nome: Caterina. È il dono più puro e, per questo, straordinario.
In lei c’è continuità, c’è memoria, c’è futuro.
E io lo custodirò per sempre, come qualcosa che ci appartiene in modo indissolubile.
E proprio per questo oggi il nostro percorso di coppia, spesso scoppiata, assume un valore ancora più forte: riconoscere a pieno tondo cosa abbia rappresentato per me Antonella nei momenti più veri e anche in quelli in cui le nostre strade sono sembrate non incrociarsi più.
Dire qualcosa di una persona significa attribuirle aggettivi, magari strumentali o impropri.
Allora mi viene da dire — lasciandole davvero tutti i meriti — che non sono le mie parole oggi a tratteggiarla.
Meglio lo fa il suo libro, Di testa mia, che resta forse il testamento più lucido, la sintesi più originale della sua cifra esistenziale.
In quelle pagine c’è tutto: la sua libertà, la sua ostinazione, la sua capacità di pensare in modo autonomo, di non piegarsi, di restare fedele a sé stessa anche nei momenti più difficili.
Ma diciamolo con onestà intellettuale: è un’eredità inestimabile per tutti noi che va oltre il tempo, perché racconta non solo ciò che ha vissuto, ma come lo ha vissuto.
In questo lungo periodo, il calore ricevuto è stato immenso.
L’affetto degli amici di Antonella — e non riuscirò mai a citarli tutti — è stato una presenza costante, delicata, preziosa.
Permettetemi almeno di ricordare le amiche in modo random: Betty, Irma, Lorella, Ornella, Rita, Rosalba, Sandra, Lorena, Lucia, Monica, Milena, Tiziana, l’amica di sempre Susy, e le altre che certamente dimentico e alle quali chiedo scusa.
Guido, Mauro e i tanti amici delle Marche.
E insieme a loro mia sorella Marina e mia madre Raffaela.
E ricordo, senza menzionarli, anche i miei amici.
Allo stesso modo voglio menzionare tutti i sanitari che sono stati a fianco di Antonella e con Antonella, quelli dell’ULSS 1 Dolomiti, dell’ULSS 2 Marca Trevigiana e dello IOV di Padova.
Desidero ringrazia con un abbraccio corale tutto il personale straordinario delle ADIMED, quello davvero speciale dell’Hospice, al quale ci siamo affezionati come non avremmo mai pensato, e infine — ma di certo non ultimi — quelli della Fondazione Cucchini, con i suoi instancabili e silenziosi volontari, che ringrazio con il cuore.
Tutte queste persone, con competenze e ruoli diversi, hanno saputo esserci.
Non in modo invadente, ma con quella professionale tenerezza che accompagna senza pesare: hanno reso le giornate di Antonella più leggere, più umane, più sopportabili. Alle volte anche riempiendole di euforia e spensieratezza, offrendo gesti, sguardi e abbracci senza filtri.
E questo si chiama amore. Sempre.
Vedere tanto affetto, così sincero e duraturo, anche da parte di persone che inizialmente non conoscevo, mi ha fatto capire ancora di più — e in qualche modo confermare — quanto Antonella abbia lasciato un segno profondo.
Un aratro passato nelle sensibilità di molti, dove ha saputo lasciar cadere semi fecondi.
Perché, alla fine, è questo che resta: l’impronta.
E la sua è stata, è e sarà sempre forte, nitida, impossibile da cancellare dal mio cuore e dalla memoria, che ancora si interroga su perché ci sia capitato tutto questo.
Perché?
Antonella era, ed è, una donna “di testa sua”. E forse è proprio questo il modo più giusto per dire che ancora è e sarà, senza differenza di tempo e di modo.
Infine, dopo aver rinnovato il mio personale ringraziamento agli amici qua presenti, mi rivolgo prima a Federica, Angelica e Arianna, poi a Margherita che abbraccio con forza e in modo autentico assieme ai loro compagni e al loro padre, Carlo.
Poi voglio rivolgermi alla persona a me più cara in assoluto.
Mi rivolgo a quegli occhi macerati dal dolore, a quelle labbra serrate dalla fatica e dal peso di ricordi non ancora dolci, a quel viso che ogni cosa dice: Caterina, nostra figlia.
Caterina, siamo stati una squadra. Magari alle volte con limiti e difetti che ci hanno fatto fare qualche autogol.
Ma saremo ancora squadra, perché la mamma così avrebbe voluto. E mi piace pensare che lo voglia ancora, tenendo con noi anche Samuele e le amiche carissime di Caterina.
Ed è già ora di lasciarti andare. Ma non ti lasciamo sola, perché, da qualche parte dentro di noi, continuerai a camminare.
Grazie, Antonella.
È stato prima un onore, poi un privilegio averti conosciuta e amata anche nelle incomprensioni che cercheranno di comprendere dove e cosa sia il tuo altrove.
Fabio





