Ricordo come tratto indelebile della memoria legata alla mia appartenenza al Soccorso Alpino una serie di giornate di certo molto dolorose, ma anche alcune molto liete e, parimenti, emozionanti, con un portato di grande positività.
Quella che, più sotto, ho cercato di rievocare appartiene a questa ultima categoria. In realtà, non si tratta di un’attività di soccorso vera e propria, ma di un’occasione collaterale ed imprevista, che mi ha però comunque permesso di scoprire una persona nella sua più intima autenticità, quindi con i suoi tratti più veri e genuini.
Un malato terminale, infatti, negli ultimi giorni di lucidità che gli erano concessi dalla malattia, aveva deciso di regalare la propria jeep alla nostra organizzazione. Ero stato chiamato da chi ne amministrava il patrimonio con l’urgenza che il caso imponeva per condividerne l’estrema volontà. Una cosa un poco anomala, che mi aveva colto alla sprovvista anche rispetto ad un’agenda già piuttosto densa di appuntamenti, tanto più considerato il periodo prenatalizio.
Si trattava, dunque, di verificare la tipologia di questa donazione e, soprattutto, esaudire la particolare volontà di questa persona, che mi era stata anticipata con un’enfasi di cui non avevo appieno compreso la modalità e che, solo dopo, avrei invece colto nella sua reale essenza. Decisi, quindi, di recarmi già l’indomani nel paesino che mi era stato indicato quale residenza di questa persona, luogo nel quale avrei anche incontrato chi mi aveva segnalato questa strana situazione.
L’abitazione dell’uomo si trovava appena sopra il paese più importante della vallata, alla fine di una serie di rampe molto accentuate di una piccola frazione arrampicata sul costone di un monte. Era una casetta molto semplice, con pietra faccia a vista alternate da inserti in legno scuro sbiaditi dal tempo, abbracciata da una macchia di larici ben illuminati dal sole mattutino e da una serie di faggi monumentali, ormai stinti dal rigore invernale. Appena entrato nel vialetto, mentre ero ancora intento a parcheggiare, rimasi subito e piacevolmente colpito dal riverbero del sole creato dalla carrozzeria del mezzo, che immaginavo fosse oggetto della donazione. Era stato messo là in bella vista, fatto lavare e lucidato di certo per l’occasione con una cura del tutto particolare che non mi sarei davvero aspettato. Perfino gli pneumatici erano stati spazzolati di fino e incerati a tal punto da sembrare nuovi.
Dopo un ultimo sguardo curioso al fuoristrada, entrai in casa con fare un poco guardingo, accompagnato dalla persona che mi aveva gentilmente contattato e che mi avrebbe presto presentato da lì a poco alla persona ammalata che tanto aveva richiesto questo incontro. Gigi (nda: nome di fantasia) mi aspettava coricato, sotto una coperta a quadrettoni ed appoggiato su una pila di cuscini che davano sostegno al capo e al busto. Una flebo si attorcigliava su un braccio come un’edera e uno bizzarro strumento biomedicale gli gravava sull’addome, impedendogli anche il minimo movimento e spostamento.
Fu allora, dopo che il mio sguardo si spostò nuovamente sul volto di Gigi, che rimasi colpito da un altro tipo di riverbero, quello generato dalla luce sfolgorante degli occhi dell’ammalato che avevo dinanzi. La vivacità di quegli occhi, così brillanti nonostante il dolore e il torpore del corpo molto provato, erano lo strano risalto della condizione particolare dell’animo di quell’uomo dolce che stava concentrando tutta la sua forza nelle proprie pupille. Il poter misurare la potenza della loro luce, con il metro della gioia che quegli occhi profondi irradiavano, mi stava velocemente gonfiando di serenità il cuore. Sembrava, anzi, che quella luce dritta come un fascio e limpida come l’acqua pura, parlasse e dicesse più delle sue parole che stentavano ad uscire dalle labbra secche per essere udite con nitidezza. Quegli occhi vivevano ancora perché ricolmi della smisurata felicità per quanto si accingeva a realizzare: quel mezzo che voleva donare al Soccorso Alpino era la cosa più preziosa che avesse mai avuto in una vita di stenti e miseria causate proprio dalla malattia che lo aveva accompagnato sin dall’adolescenza. Quel dono, prima di andare avanti, come sua unica ed ultima volontà, lo voleva offrire proprio al Soccorso Alpino, a nessun altro. Questo gli sarebbe bastato: era tutto ciò che in cuor suo desiderava.
Insomma, stavo vivendo in quegli attimi una delle emozioni più rare e potenti che avessi mai provato, poiché era come leggere nelle palpebre di Gigi che battevano veloci come le lancette della vita, il suo delicato grazie alla nostra attività… era come leggere in quell’uomo con le mani tremanti il suo fermo attaccamento ancora alla vita, proprio grazie a quei pochi gesti che andava compiendo con misurata parsimonia per sugellare il suo ultimo proposito.
L’incontro era terminato con le questioni più pratiche e con i miei occhi lucidi a salutare per sempre i suoi.
Mentre rientravo, riflettevo sulla lezione che avevo appena tratto in quel concentrato di vita assoluto che erano stati gli occhi di Gigi. Quegli occhi suggerivano che dovremmo tornare ad abituarci ai piccoli, straordinari ed inestimabili gesti delle persone semplici, quelle che danno sé stesse, tutte sé stesse. Quegli occhi suggerivano di converso di allontanarci da quei modelli di vita gridati che sono, alla fine, costituiti solo da immagine stucchevoli che simulano e dissimulano secondo mera convenienza.
Grazie Gigi!! Grazie ai tuoi occhi, luce intensa per tutti noi che siamo spesso, invece, rabbuiati da una luce che illumina sino ad accecare, ma che luce forse non è.