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	<title>Fabio Bristot</title>
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	<description>a volte detto Rufus</description>
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	<title>Fabio Bristot</title>
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		<title>GRIDO DI UN NONNO SENZA APP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 18:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete. Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo. Ho fatto cose con le mani, con la testa, [&#8230;]]]></description>
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<p>Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete.             Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo.                                                                        Ho fatto cose con le mani, con la testa, con il tempo che avevo e con le doti che possedevo. Qualche volta ho anche sbagliato.                                                            Ho fatto tutto questo ed altro con l’intelligenza naturale, tanto o poco che fosse.    Ho fatto tutto questo con l’unica versione di me stesso, priva di aggiornamenti e di backup.</p>



<p>Dunque, ieri mi avete detto grazie perché avevo realizzato il futuro. E oggi, invece, mi dite che non so più stare al mondo, anzi che devo stare fuori dal mondo perché non so cosa sia una app.</p>



<p>Ma io non ho un’app. Non ricordo la password.</p>



<p>Non so dove cliccare e non capisco come chiudere una pagina o fare una ricerca con la vostra intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<p>Volete capirlo o no?</p>



<p>Devo prenotare una visita medica… e mi chiedono uno SPID. Devo ritirare un referto… e mi mandano su un portale con una login ed una password impossibile. Devo pagare una bolletta… e mi dicono “<em>lo faccia online, è facile”</em>. Voglio guardare negli occhi miei nipoti … e mi dicono di fare una call in videochiamata “<em>perché è banale!”</em></p>



<p>Facile per chi? Banale per chi? Per voi che siete nati e cresciuti dentro questo linguaggio. Per me è come parlare una lingua che non ho mai sentito nè studiato, ma dalla quale dipende la verifica del mio colesterolo o uno dei miei parametri sanitari o il poter vedere il sorriso di mio nipote Marco.</p>



<p>Non ho mai chiesto né preso scorciatoie nella vita, quella stessa vita che adesso mi impone di chiedere aiuto per esistere.</p>



<p>Devo aspettare un figlio, un nipote, un vicino. Devo chiedere con vergogna: “<em>quando hai tempo, mi fai questa cosa?”, “Mi scarichi quella cosa che non ho capito perché una volta c’è scritto doc e altre volte pdf?</em></p>



<p>E ogni volta non mi tolgono un file, ma mi sottraggono un pezzo di dignità. Ma la cosa più grave non è questa. La cosa più grave è che, se sbaglio… resto indietro.  Se non capisco… perdo un appuntamento. Se non riesco… rinuncio a curarmi. Se non apro la app giusta… vengo deriso.</p>



<p>E allora ditelo chiaramente: un anziano oggi può stare male, o peggio, perché non sa usare un’app che deve avere una benedetta password che ogni tre mesi deve essere aggiornata assieme alla versione 12.03.01 del software dello smartphone e che&#8230;</p>



<p>Non è accettabile.  Perché io non sono un errore da aggiornare. Non sono un sistema obsoleto da inizializzare. Non sono neppure un file da mettere nel cestino </p>



<p>Sono ancora una persona che ha costruito il mondo in cui vivete e la realtà che state attraversando.</p>



<p>Il progresso che esclude allora non è progresso. È solo una scorciatoia per smettere di prendersi cura degli altri. Se per avere un diritto serve essere “bravi con la tecnologia”, allora non stiamo andando avanti. Stiamo lasciando indietro chi ci ha portati fin qui. Stiamo escludendo padri e nonni, cioè anche me.</p>



<p>E una società che fa questo non è affatto moderna. È conformista, ma con una forma che non riesce ad includere valori e saperi, sensibilità e vissuti. È una società che, alla fine, è solo più sola.</p>



<p>Se devo sentirmi alienato nel posto che ho contribuito a creare e costruire, allora non è il futuro ad essere avanzato. È il presente ad aver dimenticato e a diventare civilmente retrogrado.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>
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		<title>CIAOOOOO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 09:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto. Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.Non era per educazione. Non era per galateo.Non era neppure per formalità o maniera.Era una sorta di patto non scritto che stava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto.</p>



<p>Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.<br>Non era per educazione. Non era per galateo.<br>Non era neppure per formalità o maniera.<br>Era una sorta di patto non scritto che stava tutto in una mano alzata e in un sorriso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png" alt="" class="wp-image-2126" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png 683w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-400x600.png 400w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-768x1152.png 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-750x1125.png 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI.png 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Quando incroci qualcuno su un sentiero non stai, infatti, dicendo solo un banale “ciao”.<br>Stai dicendo: ti vedo perché mi sono accorto di te. Condividiamo la stessa passione e fatica.<br>Se serve, ci siamo e possiamo aiutarci reciprocamente.<br>In montagna il saluto è allora una forma di alleanza silenziosa.<br>Perché lì l’ambiente è indifferente all’uomo, può diventare aspro, talvolta tragico e nessuno si salva da solo.</p>



<p>Poi si scende a valle.<br>E qualcosa cambia.<br>Ci incrociamo ogni giorno — in ufficio, sul pianerottolo, al bar, nel traffico — ma spesso non ci vediamo davvero. Abbassiamo lo sguardo. Scorriamo uno schermo, quasi fosse quello del nostro inseparabile smartphone.<br>Tiriamo dritto.</p>



<p>Eppure anche a valle siamo tutti su un sentiero. Fatiche diverse, paure diverse, salite diverse.<br>Ma siamo sempre esseri umani che potrebbero, almeno per un istante, riconoscersi in questo escursionismo esistenziale.</p>



<p>Forse dovremmo portare a valle quel saluto di montagna.<br>Non però quello distratto o quello automatico.<br>Quello vero ed autentico.<br>Quello che dice: ti riconosco. Non sei invisibile. Condividiamo lo stesso pezzo di strada.<br>Perché una società che smette di salutarsi è una società che smette di riconoscersi.<br>E senza riconoscimento non c’è comunità. C’è solo distanza. C’è solo una stanza con dentro il nostro disagio posto accanto ad un’altra stanza uguale.</p>



<p>Un buongiorno – ne siamo consapevoli &#8211; non cambia di certo il mondo. Ma può cambiare il clima umano di una giornata o di uno scampolo di essa.</p>



<p>E da lì, forse, nasce qualcosa di più grande.</p>



<p>Proviamoci. E… buongiorno!</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>L&#8217;UOMO, IL CANE E VIA FELTRE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 07:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall&#8217;altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.Mi sorprendo a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall&#8217;altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.<br>Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.<br>Mi sorprendo a seguirlo con lo sguardo ogni volta, come se cercassi una risposta ai miei quesiti che non so formulare apertamente. Lo guardo negli occhi, non per vezzo banale, ma per conoscere.<br>I suoi occhi sono laghi quieti, velati di lacrime trattenute.<br>Non piange, ma qualcosa in lui ha imparato a farlo in silenzio o, almeno, questo io colgo quando indago quello sguardo.<br>Il cane è la sua forza, la sua ultima possibilità per sentirsi e non recedere all&#8217;indifferenza. Lo guarda spesso fermandosi, lo accarezza e in questi gesti colgo un rapporto senza il quale quella persona sarebbe altro. Forse non sarebbe affatto.<br>Penso allora che dovremmo imparare a guidare negli occhi delle persone, non per curiosità, ma per rispetto.<br>Perché negli occhi si annidano le stanze chiuse, le assenze mai nominate, le carezze date al buio per non sentire il freddo.<br>Guardare davvero qualcuno ritengo sia un atto di coraggio lento, perché comporta avere tempo.<br>È accettare che ogni sguardo sia una storia che cammina accanto a noi, talvolta anche senza il cane.<br>E che, a volte, basta incrociarlo per non farla sentire sola.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>FOIBE: MEMORIA VERA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 07:44:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricordare le foibe significa avere rispetto autentico per le vittime e per una tragedia che non può e non deve essere negata né banalizzata. Nessuna violenza può trovare giustificazione, e la memoria merita sempre serietà e umanità. Proprio per questo, il rispetto della storia richiede completezza. Conoscenza prima di tutto. Non si può, infatti, ignorare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ricordare le foibe significa avere rispetto autentico per le vittime e per una tragedia che non può e non deve essere negata né banalizzata. Nessuna violenza può trovare giustificazione, e la memoria merita sempre serietà e umanità.</p>



<p>Proprio per questo, il rispetto della storia richiede completezza. Conoscenza prima di tutto. Non si può, infatti, ignorare il contesto della guerra e delle durissime politiche di occupazione Italo-fasciste nei Balcani, guidate anche da figure come il generale Roatta, personaggio squallido e brutale, le cui direttive repressive contribuirono ad alimentare un clima di odio, paura e soprattutto vendetta.</p>



<p>Ricordare davvero significa avere il coraggio di entrare nella storia, non solo la parte più comoda. Senza propaganda, senza semplificazioni (l’azione peggiore), senza trasformare il dolore in uno strumento.</p>



<p>La memoria, quando è onesta, quando conosce la storia e gli atti, tutti gli atti, non divide: educa, responsabilizza e difende la dignità di tutti.</p>



<p>Fabio Bristot Rufus</p>
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		<title>IL CAREGON E LA NOSTRA IMPERFEZIONE</title>
		<link>https://fabiobristotrufus.it/2026/01/19/il-caregon-e-la-nostra-imperfezione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 20:56:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Come tanti, anch’io ho sempre visto il Pelmo come una sedia, un enorme&#160;caregon&#160;al quale ho cercato spesso di attribuire misure, proiettare condotte, associare presenze o solo qualcuno da far sedere.&#160; Non l’ho mai visto però come un trono che, per sua natura, pretende sudditi, piuttosto sempre come una sedia enorme che sa diversamente invece accogliere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Come tanti, anch’io ho sempre visto il Pelmo come una sedia, un enorme&nbsp;<em>caregon&nbsp;</em>al quale ho cercato spesso di attribuire misure, proiettare condotte, associare presenze o solo qualcuno da far sedere.&nbsp;</p>



<p>Non l’ho mai visto però come un trono che, per sua natura, pretende sudditi, piuttosto sempre come una sedia enorme che sa diversamente invece accogliere il peso del pensiero, la pluralità.</p>



<p>Chi vi siede su una sedia non regna, infatti, ma comprende. Non domina l’infinito e l’assoluto, lo riconosce. E proprio per questo non può che esserne parte, non può che dissolversi in esso senza avere un nome, né tantomeno una corona.</p>



<p>Ma è sotto quel&nbsp;<em>caregon</em>&nbsp;che accade il vero mutamento in noi. È lì che l’uomo, minuscolo, alza lo sguardo e smette di misurare con le spanne di una mano la sua altezza.<br>Non chiede più quanto è alto, quanto è eterno, quanto è forte quel monte assunto spesso a simbolo delle Dolomiti. L’uomo intuisce invece quanto lui sia finito, ma non per questo deve perdere stima di sé stesso e del genere umano. La grandezza, infatti, non lo umilia: lo svela.<br>Gli toglie l’illusione della centralità e gli restituisce la verità della misura. Non è l’uomo a stare al centro del mondo, ma è esattamente il tempo che lo attraversa.<br>E il Pelmo, immobile, diventa allora specchio: non dell’eternità, ma della distanza che separa l’essere dal credersi tale.</p>



<p>Sotto quel&nbsp;<em>caregon</em>&nbsp;non si è allora sconfitti, così come nessun alpinista che tenti la cima lo è davvero.<br>Si è però finalmente consapevoli di non essere la sola misura delle cose e in questo sussulto di coscienza si apprendere forse l’aspetto più importante: nella conoscenza della propria finitudine nasce l’unica forma possibile di grandezza, cioè il sapere di non essere assoluti, e per questo, per un istante, essere veri.</p>



<p>Quando osservo il Pelmo o lo recupero dalla mia memoria capisco dunque che non potrò mai sedervi sopra, ma non mi è preclusa la possibilità di appoggiarmi al suo vuoto silenzioso senza occuparlo fisicamente, di ascoltare con attenzione ciò che non chiede risposta.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>



<p>NB: Ricorda in qualche modo il proverbio o adagio giapponese che diceva <em>“che non puoi vedere tutto il cielo guardando attraverso un tubo di bambù” </em>e ciò<em> </em>non perché il cielo manchi, ma perché lo sguardo è troppo stretto. Così allo stesso modo noi che abbiamo provato a misurare inutilmente il Pelmo, il <em>caregon</em>, per sedercisi sopra.</p>
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		<title>PRESEPE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 11:20:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho voluto mettere uno zainoa ogni figura del presepecon dentro quello che “non hanno”.Lo ho messo anche a noi.A me prima di tutto. Giuseppeavrebbe dovuto parlare di lavoro,di dignità, di salario giusto e di sicurezza,di fatica che non basta maiHa stretto i dentie ha rimandato il suo dire.Non ho ben capito perché. Mariaavrebbe potuto fermarsi,dire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho voluto mettere uno zaino<br>a ogni figura del presepe<br>con dentro quello che “non hanno”.<br>Lo ho messo anche a noi.<br>A me prima di tutto.</p>



<p>Giuseppe<br>avrebbe dovuto parlare di lavoro,<br>di dignità, di salario giusto e di sicurezza,<br>di fatica che non basta mai<br>Ha stretto i denti<br>e ha rimandato il suo dire.<br>Non ho ben capito perché.</p>



<p>Maria<br>avrebbe potuto fermarsi,<br>dire basta all’Angelo, chiedere perché.<br>Ha continuato a sacrificarsi<br>come fosse normale farlo,<br>abbassando la testa,<br>diventare donna per sempre.</p>



<p>Il Bambino<br>avrebbe avuto diritto<br>ad un suo futuro.<br>Gli abbiamo messo addosso<br>le nostre attese e paure,<br>frustrazioni ed aspettative<br>prima ancora di guardarlo,<br>cullarlo e farlo crescere come un bimbo.<br>Non ha colpe. Noi si.</p>



<p>I pastori<br>avrebbero potuto dubitare<br>maggiormente del senso comune,<br>restare un po’ di più,<br>aspettando con la ragione<br>e senza andarsene vantando semplicità.</p>



<p>I Re Magi<br>avrebbero potuto usare<br>la sapienza per indirizzare meglio tutti noi.<br>Sono arrivati tardi, con decisioni già prese, portando doni inadatti per un bimbo,<br>dimenticando il trenino di legno e le caramelle.</p>



<p>L’angelo<br>avrebbe potuto mettere in crisi<br>la verità, dando certezze semplici alle genti.<br>Ha invece annunciato il dogma<br>e se n’è andato senza salutare.</p>



<p>La stella<br>avrebbe dovuto indicarci la via,<br>ostinatamente.<br>Ha brillato e basta,<br>lasciandoci scegliere e sbagliare.</p>



<p><br>E noi,<br>che guardiamo il presepe,<br>avremmo potuto<br>forse fare qualcosa di diverso.<br>Decisamente diverso.<br>Allora dimmi, Gesù,<br>sei nato davvero?<br>o siamo noi<br>che continuiamo<br>a passare oltre,<br>con indifferenza e senza capire?</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>DIO, NON DISTRARTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 10:01:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[È Natalee il mondo sanguina piano,a bassa voce,morendo urlando. Riporta pace in Europa,dove la guerra ha rimesso radicie chiama difesala paura. Riporta pace in Medio Oriente,terra di nascita e di croci,dove ogni giornoè già un dopo. Riporta pace in Africa,dove la guerra non ha eco,dove si muore due volte:prima nel corpo,poi nel silenzio. Dio,non distrarti.Non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È Natale<br>e il mondo sanguina piano,<br>a bassa voce,<br>morendo urlando.</p>



<p><br>Riporta pace in Europa,<br>dove la guerra ha rimesso radici<br>e chiama difesa<br>la paura.</p>



<p><br>Riporta pace in Medio Oriente,<br>terra di nascita e di croci,<br>dove ogni giorno<br>è già un dopo.</p>



<p><br>Riporta pace in Africa,<br>dove la guerra non ha eco,<br>dove si muore due volte:<br>prima nel corpo,<br>poi nel silenzio.</p>



<p><br>Dio,<br>non distrarti.<br>Non chiediamo miracoli,<br>solo mani che si fermino,<br>armi che tacciano,<br>uomini che ricordino di esserlo.<br>Se però la pace tarda,<br>insegnaci almeno<br>a non voltarci dall’altra parte.</p>



<p>Auguri</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>IL SILENZIO DI FORCELLA GRAVA – LA TRAGEDIA DEL GIUGNO &#8217;96</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 13:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago. Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago.</p>



<p><br>Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, composta da undici persone, era risalita su un pulmino e un’auto, facendo meta verso le montagne dell’Alpago che già dalla pianura si intravedevano lontane, sulla destra rispetto all’asse autostradale.</p>



<p>Alle ore 15.50, dunque – non quando la montagna è ancora accogliente e, in qualche modo, indulgente, ma quando il tempo comincia a correre veloce e il giorno perde le sue ore – iniziano a percorrere i sentieri di quella che diventerà un’escursione tragica.</p>



<p><br>Dalla Malga di Pian delle Laste, a circa 1.350 metri, salgono con un’idea in realtà logica e semplice: raggiungere il Rifugio Semenza, a 2.020 metri, seguendo il sentiero CAI 924 ed effettuando così una sorta di periplo del Monte Guslon. Una linea tracciata sulle mappe da tempo, una promessa da mantenere, fatta al gruppo dal capo gita durante una serata in un ristorante sul Lago di Garda.<br>Un itinerario che si compie di norma in 3.30/3.45, qualcosa più di 4.00 ore per i poco allenati e che, come tale, rientrava nelle capacità tecniche del gruppo, anche se l’orario di partenza non era stato tra i più indicati, nonostante le effemeridi fosse molto pronunciate.</p>



<p>Il sentiero si snodava lungo i crinali della montagna senza particolari difficoltà tecniche. Qualche sosta di troppo, forse, già nella parte iniziale per consentire agli ultimi di ricongiungersi ai primi del gruppo. Ulteriori tappe prive di un motivo apparente, qualcuna per delle vesciche ed altre per fotografie di alcuni fiori, che allungano i tempi oltre il lecito iniziano a sforare la tabella di marcia in modo piuttosto marcato.&nbsp;</p>



<p>Intanto, alcune nuvole cominciavano ad appoggiarsi alle pareti, mentre un’aria fredda faceva ondeggiare le cime dei larici, deliziosa cornice dell’itinerario prescelto. Nulla, però, lasciava presagire il peggio.                                                                            A Casera Pian di Stele, poco sopra i 1.400 metri, quella linea prescelta per l’escursione invece si perde. Il tempo cambia in modo repentino, tanto che intorno alle 19.30 il cielo inizia a rilasciare goccioloni freddi. La temperatura varia abbassandosi di svariati gradi. Il sole è scomparso e non illumina più i monti attorno.</p>



<p>Il gruppo si ferma, qualcuno si veste, altri si ristorano con dei panini e delle tavolette di cioccolata che vengono fatte girare fra tutti.<br>Piove. Prima in modo calmo e ritmato, poi violento. Serve ripartire velocemente e portarsi quanto prima verso il rifugio.</p>



<p>Proprio a pochi metri dalla Casera si compie l’errore che si rivelerà tragico da parte del capo gita. Un errore di direzione, una deviazione netta, quasi di novanta gradi, sulla sinistra, dove si sale decisamente invece di traversare dolcemente. Si guadagna quota troppo in fretta andando così verso l’ignoto.</p>



<p>Cadono anche i primi fiocchi di neve, misti ad acqua. Neve inaspettata e improvvisa: non è neppure fine giugno.<br>Inizia a serpeggiare la stanchezza e compaiono le prime crisi di panico delle escursioniste più giovani. La comitiva si allunga inevitabilmente lungo il conoide di ghiaia che sale ripido verso la forcella, al cui apice pensano si trovi il rifugio: è l’obiettivo.<br>Il vento spira forte. Raffredda la superficie bagnata creando prima un sottilissimo strato di ghiaccio, poi un verglass insidioso che compatta ghiaia e roccia in un tutt’uno. Più in alto nevica fitto e la visibilità diminuisce. La montagna ora sembra diventare più cattiva, o è così che sembrano aver pensato gli escursionisti quasi subito, alle prime avvisaglie delle difficoltà.<br>Il gruppo inizia a sfilacciarsi, la comunicazione si interrompe, anzi si sentono solo grida scomposte, via via più forti. Alcuni scivolano, faticando a restare in piedi, altri procedono a carponi.</p>



<p>La zona sottostante Forcella Grava Piana, a 1.924 metri, li accoglie dunque ormai in pieno ambiente invernale. La dorsale del Monte Pianina, aperta, spoglia ed esposta, sembra un muro che non concede tregua. Dalle cime scende un vento gelido. E il tempo cambia ulteriormente con l’inizio di una bufera di rara intensità che porta con sé neve che si appiccica ovunque, vento forte, quasi esplosivo, freddo. Tanto freddo. I fulmini scaricano la loro potenza sulle creste. Il bagliore squarcia per pochi istanti la nebbia densa che avvolge ormai tutti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="964" height="644" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg" alt="" class="wp-image-2019" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg 964w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-600x401.jpeg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-768x513.jpeg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-750x501.jpeg 750w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p>Senza ramponi ogni passo è incerto. Cadono ancora. Mani e piedi iniziano a dolere per il freddo. Nessuno ha i guanti e tenere le mani in tasca aumenta solo le cadute.</p>



<p>Tutta la comitiva, invece di pensare a un prudente rientro, insiste nel salire di quota perché il rifugio è lassù, a poche centinaia di metri, non può che essere lassù.                                                                                                                                                            Alla fine la fatica diventa crampo. Il crampo diventa immobilità. Le cadute aumentano. Tutti rallentano. Inizia a serpeggiare la paura. Un timore reale, perché ora si comincia a cadere in modo pericoloso lungo il sentiero, ormai sempre più ripido. O forse alcuni iniziano a uscire dal sentiero, salendo a caso.</p>



<p>Angelo, che si trova più in alto di tutti, è molto affaticato e con evidenti sintomi di congelamento; viene forse interessato da un fulmine caduto là vicino. Carla è, invece, ferma ormai da qualche minuto, spossata dalla fatica e dal freddo: non ha capi tecnici con cui vestirsi; quello che aveva con sé lo ha già tutto addosso, una maglia di pile leggero e una giacca di tessuto.<br>Sente le voci delle altre persone farsi flebili, lontane, indecifrate tra qualche strepito che si perde rimbalzando tra le pareti di roccia.</p>



<p>L’uomo tenta di rialzarsi, ma il freddo lo ghermisce. Non si muove più. La moglie lo chiama con forza. Poi più nulla. All’inizio arriva un assopimento sottile e ingannevole. Le palpebre si fanno pesanti, i pensieri rallentano, il freddo sembra attenuarsi, ma non è così.<br>La donna resta accanto al marito, pochi metri più sotto, forse incapace di arrivargli vicino. Resiste finché può. Poi il freddo intenso vince anche lei. L’assideramento è letale per entrambi.</p>



<p>Nello stesso tempo, la disperazione investe gli altri membri del gruppo che, presi dal panico, si sparpagliano nel tentativo di portarsi a valle. I movimenti diventano via via più incerti. Scendono come possono, inciampando e scivolando sulla neve e sul ghiaccio, sulla ghiaia e sulla roccia, materia tutta uguale nel dramma che stanno vivendo. Cadendo si feriscono alla schiena: abrasioni profonde che bruciano, poi smettono di farsi sentire. Il torpore prende alcuni di loro, rallentando la progressione. Qualcuno si siede per riprendere fiato e fatica a rialzarsi. Strisciano come possono, sul dorso.</p>



<p>Nel frattempo, al Rifugio Semenza, l’attesa diventa sospetto. Il gruppo non arriva. Cala la sera velocemente scossa da condizioni meteo che di rado si vedono così intense a giugno. Sono, infatti, oltre due ore di ritardo rispetto a quanto comunicato il giorno prima e confermato al mattino, poco prima di partire da parte del capo gita.&nbsp;</p>



<p>La preoccupazione è reale perché motivata, l’allarme, quindi, è pressoché scontato da parte del gestore che, poco dopo le 21.35, chiama il 118 e direttamente il Soccorso Alpino della locale Stazione dell’Alpago.&nbsp;Poi la linea si guasta per le condizioni meteo straordinariamente inclementi per la stagione e verrà rispristinata solo qualche giorno più tardi.</p>



<p>A muoversi per primi sono alcuni uomini del Soccorso Alpino dell’Alpago, che salgono velocemente sino al rifugio percorrendo i due sentieri più ovvi, non essendo nota la pianificazione fatta dal gruppo.<br>Non trovano nessuno né all’andata né al ritorno, reso complesso dal ghiaccio che ricopre come una patina insidiosa tutto il tracciato. Capiscono che la situazione non è affatto banale. Chiamano altri nove volontari della stessa Stazione, dando indicazioni di avere al seguito vestiario molto pesante e ramponi. Anche qualche piccozza è consigliata, se c’è da rimuovere il ghiaccio lassù in alto, dove è presente senza soluzione di continuità oltre i 1.700 metri.</p>



<p>L’allarme è intanto partito anche per la Stazione di Belluno, che muove i suoi primi sei uomini, alcuni dei quali erano impegnati in un concerto di canti di montagna e che abbandonano immediatamente. Vengono allertati anche i Vigili del Fuoco, presenti con otto uomini effettivi in ambiente.<br>Arrivano poi gli altri volontari della Stazione di Belluno, uno dei quali viene lasciato in magazzino per raccordare le comunicazioni radio e quelle, molto difficili, effettuate con i telefonini. Lo stesso verrà poi sostituito da un altro volontario, dovendosi recare in ospedale per raccogliere le testimonianze dei primi feriti, e raggiunto poco dopo da un secondo volontario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2023" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg 649w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-380x600.jpg 380w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-768x1212.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-973x1536.jpg 973w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-750x1184.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-1140x1799.jpg 1140w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1.jpg 1167w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Inquadramento dei luoghi. Fonte. Carta Tabacco.</figcaption></figure>



<p>Sul campo ci sono dunque ventisette uomini del Soccorso Alpino, con la presenza di un medico, affiancati successivamente da otto Vigili del Fuoco che svolgono una serie di importanti funzioni logistiche e di raccordo.</p>



<p>Quando salgono, gli uomini del Soccorso Alpino non salgono leggeri. I ramponi li hanno. Avanzano lenti sul ghiaccio. Sanno che ogni chiamata ha già una forma definita, anche se non ha ancora un esito. In questa, la forma è chiara: fare tardi, perdere tempo, con il tempo che accenna a cambiare, può diventare fatale.</p>



<p>Nel vento che spinge di lato, con il freddo che entra nelle mani, i soccorritori avanzano uno alla volta lungo il sentiero o a piccole squadre, seguendo le labili tracce lasciate a terra nei movimenti dissociati degli escursionisti. Altri si dispongono a ventaglio nel tentativo di ritrovare le persone. La progressione con i ramponi sul ghiaccio è concentrazione pura. Ogni passo va guadagnato in sicurezza.<br>Quando trovano i sopravvissuti, l’emozione non esplode. Si contrae. Si lavora. Si copre. Si parla con voce bassa. Il cuore, per ora, aspetta. Le ore passano come la fatica accumulata.</p>



<p>Non è facile ritrovarli tutti.</p>



<p>Ogni soccorritore sente il limite avvicinarsi, ma non può permetterselo. Perché se cadi tu, qui, diventi parte del problema. Qui il soccorso non corre. Resiste.</p>



<p>Si presume di averli raggiunti tutti, ma il dato non è certo poiché nella estrema confusione testimoniale sembrerebbero mancare ancora due o tre persone.&nbsp;Alcuni dei soggetti individuati sono feriti, anche in modo molto grave. Tutti comunque in uno stato ipotermico marcato. Alcuni presentano seri principi di congelamento e giacciono a terra, incapaci di muoversi; altri hanno profonde ferite lacero-contuse al dorso e sono sparsi sulle ghiaie del conoide imbiancato. Solo due, ad eccezione di qualche abrasione al volto e alle mani, non mostrano altri segni evidenti sul corpo, se non il terrore negli occhi e un marcato stato confusionale.</p>



<p>Il medico del Soccorso Alpino fa quello che può con il contenuto dei due zaini sanitari portati al seguito. Stabilizza i pazienti là dove è possibile farlo, medicalizza con il materiale che si esaurisce velocemente.<br>Nessuno si era immaginato di soccorrere una comitiva così numerosa. Si pensava a quattro o cinque persone al massimo. D’altro canto, con la linea interrotta del rifugio, non era stato possibile raccogliere altre informazioni.</p>



<p>Si sono trascinati sul terreno gelato senza ramponi, strisciando su ghiaia e roccia. Vengono immobilizzati e coperti, per quanto possibile, con gli stessi indumenti dei soccorritori. Alcuni vengono condotti alla casera; altri, i feriti, assicurati alle barelle e con lentezza fatti scendere più in basso.<br>Il trasporto è lento e faticoso. I soccorritori procedono a turno, passo dopo passo, su un terreno che più in basso non presenta più verglass, ma resta instabile a causa del fango inzuppato dal violento temporale che ha colpito l’area a quota inferiore.</p>



<p>Le soste sono brevi, necessarie. Qualcuno geme sulle barelle, qualcuno non parla più. Così per lunghe ore della notte, in un andare e venire convulso ed estremamente faticoso che prova duramente anche il personale del Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco che, nell’ultimo tratto, coadiuvano le operazioni.<br>Raggiunta la strada, vengono caricati sulle ambulanze e trasferiti all’ospedale di Belluno.</p>



<p>Al Pronto Soccorso l’ingresso è rapido e ordinato. Le barelle entrano una dopo l’altra. I vestiti vengono tagliati via, le mani sono livide, i corpi rigidi per il freddo. I medici parlano a bassa voce, controllano parametri, annotano valori. </p>



<p>Il volontario del Soccorso Alpino di Belluno cerca di strappare qualche notizia certa sul numero di persone facenti parte del gruppo, sui nomi e cognomi, ma non c’è tempo. Lo stato di shock e l’impossibilità materiale di parlare non offrono indizi precisi e puntuali. C’è solo molta confusione, che si somma a quella già presente sul campo e che ancora non consente di stabilire il numero esatto delle persone coinvolte.</p>



<p>Due soggetti – una ragazza e un ragazzo – vengono trasferiti in rianimazione. Intubazione, monitor, flebo. Il freddo non è solo sulla pelle, è dentro. Gli altri finiscono in chirurgia per le ferite al dorso causate dal trascinamento prolungato su rocce e ghiaia gelata.<br>Le informazioni arrivano, per forza di cose, a frammenti, passando rapidamente di reparto in reparto. Si apprende solo che le due persone più anziane, identificate come capigruppo, si trovavano molto in alto e che si era perso quasi subito il contatto visivo e uditivo. Nessuna certezza, dunque, se non quella della pioggia fortissima che batteva con violenza le ampie vetrate del Pronto Soccorso.</p>



<p>Nello stesso tempo, gli uomini del Soccorso Alpino che si trovavano più in alto, ai quali si erano aggiunti quanti non erano più necessari per il trasporto dei feriti, puntano dritti alla forcella nel tentativo di rinvenire le altre due persone che sembravano mancare all’appello nella comprensibile confusione dei dati.<br>Si muovono nella bufera di neve quasi tentoni, rastrellando a pettine il terreno e mantenendo il contatto radio. Quando arrivano poco sotto la forcella spazzata dall’inclemenza del vento, si arrestano. Non è più una ricerca: è una scena drammatica. I corpi giacciono a terra immobili e senza vita, raggomitolati in modo innaturale, coperti da mezza spanna di neve. Uno dei due ne ha qualche centimetro in più: il segno inequivocabile di chi è morto per primo.</p>



<p><br>Il silenzio dice tutto prima delle parole. Davanti a un corpo senza vita non c’è sorpresa. C’è una pausa interiore, breve, trattenuta. Un respiro sofferto, che viene esorcizzato con parole talvolta prive di senso, ma necessarie per poter andare avanti.</p>



<p>Non ha senso muoverli ora. Sarebbe inutilmente faticoso e pericoloso. Sono quasi le tre di notte. Manca anche il raccordo con l’Autorità giudiziaria. È preferibile attendere. I soccorritori scendono quindi alla Casera di Pian delle Laste, raggiunta poco dopo le quattro del mattino, quando l’alba si preannuncia con i primi raggi ancora lontani, ma sufficienti a rischiarare la neve presente a terra. Una manciata di centimetri che rende il luogo irreale, quasi fatato, e ancora più sconvolgente dopo quanto accaduto nella notte.</p>



<p>C’è modo di riprendere fiato, concedersi qualche decina di minuti di riposo, mentre ci si coordina con Belluno per il recupero con l’elicottero del 118 di Pieve di Cadore.</p>



<p><br>Il giorno successivo l’elicottero del Soccorso Alpino torna sul posto per il recupero delle salme. L’autorizzazione arriva dopo esitazioni: il verglass nella parte alta e la neve instabile rendono l’area estremamente pericolosa. Il recupero richiede ore. Quattro, cinque. Il tempo necessario per raggiungere i corpi, metterli in sicurezza e ricomporli, calarli con attenzione, metro dopo metro, evitando scariche e scivolate, fino a una piazzola ghiaiosa utile al recupero.</p>



<p>Il rumore delle pale scandisce l’attesa. A terra si lavora in silenzio, concentrati. Nessun gesto è superfluo.                                      I corpi vengono traslati più a valle, dove le strade carrabili consentono il trasferimento fino al punto indicato dall’Autorità giudiziaria. È l’ultimo passaggio. Tecnico. Definitivo.</p>



<p>I soccorritori, dopo aver raccolto i materiali e gli effetti personali delle due persone decedute, iniziano una discesa veloce, resa ancora fastidiosa dal ghiaccio che fatica a sciogliersi, nonostante il cambiamento delle temperature.</p>



<p>Quando arrivano a valle, non c’è sollievo. Sono le 11.45. C’è silenzio. Quello che resta dopo aver fatto tutto il possibile.</p>



<p><strong>Nota finale</strong></p>



<p>Queste non sono storie eccezionali. Sono storie che si ripetono con una frequenza sempre maggiore sulle nostre montagne. Non diamo giudizi affrettati, ma meditati. Sono spesso tragedie che sarebbero potute essere evitate non perché la montagna cambi, ma perché può cambiare il modo in cui viene affrontata.<br>L’approccio corretto diventa allora lo snodo vero, quello che elimina le euristiche e tenta di ricondizionare il nostro sapere, il nostro pianificare e l’andare in montagna.<br>Prevenzione significa conoscere i propri limiti e riconoscere quelli degli altri. Saper rinunciare, correggere il possibile errore, fermarsi prima è uno degli obiettivi non detti che dovremmo sempre portare con noi, prima che nello zaino, nella testa.             La montagna non chiede promesse né atti eroici. Chiede prima umiltà, poi attenzione, cioè prudenza.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>



<p></p>



<p><strong>BOX TECNICO (Riferimento Carta Tabacco e rapporti CNSAS e testimonianze dirette).</strong></p>



<p><strong>Zona dell’incidente:</strong>&nbsp;Prealpi Bellunesi – area Pian delle Laste / Monte Pianina / Forcella Grava Piana</p>



<p><strong>Quote principali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Casere di Pian delle Laste: 1.350 m</li>



<li>Casera Pian di Stele: 1.420 m</li>



<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p><strong>Sentieri ed altre aree</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>CAI n. 924: itinerario corretto verso Rifugio Semenza.</li>



<li>CAI n. 972: itinerario erroneo di salita da Pian de le Laste verso Forcella Grava Piana.</li>



<li>Sentieri secondari di dorsale: tracciati esposti e non protetti</li>
</ul>



<p><strong>Condizioni ambientali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Freddo intenso con – 2/4 C°.</li>



<li>Vento forte &gt; 50/60 km/h (fenomeno windchill)</li>



<li>Presenza di verglass diffuso al suolo da 1.550 circa a quota 1.940.</li>



<li>Presenza di ca. 12/15 cm. di neve appena sotto Forcella Grava Piana e sino al suo apice.</li>



<li>Presenza di 3/4 cm. di neve da ca. 1350 che ha ricoperto il vergalss in una fase successiva rendendo davvero insidiosa la progressione.</li>
</ul>



<p><strong>Durata temporale:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p><strong>Soccorso del 22 e 23 giugno1996:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 43 Operatori del Soccorso Alpino, n. 15 VVF e n. 9 personale 118, di cui:<ul><li>CNSAS: n. 29 + 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago (e di Belluno, di cui n. 1 medico e n. 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza;</li></ul><ul><li>CNSAS: 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago e di Belluno, di cui 1 medico e 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza</li></ul><ul><li>Vigili del Fuoco: 8 unità + 2 ai mezzi + 5 unità;</li></ul>
<ul class="wp-block-list">
<li>Personale 118: 3 ambulanze e 1 automedica + 1 elicottero con medico.</li>
</ul>
</li>
</ul>



<p><strong>Diagnostica infortunati</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 2 persone decedute</li>



<li>n. 9 feriti, di cui n. 2 in imminente pericolo di vita, n. 3 di media gravità e n. 4 di lieve entità.</li>
</ul>



<p>NOTA DELL’AUTORE:</p>



<p>Il racconto si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, rielaborati in forma narrativa. Le considerazioni conclusive sulla prevenzione rappresentano una riflessione personale dell’autore e non costituiscono un accertamento di responsabilità.</p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>MAESTRINE! E ANCHE ANTIPATICHE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 14:30:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Ormai quando sento parlare Francesca Albanese ho un déjà-vu automatico: penso immediatamente alla versione 2.0 di Laura Boldrini. Stesso copione, stesso tono, stessa morale finale. Si parte sempre da principi anche condivisibili, anzi che condivido – diritti, rispetto, inclusione – e mi dico: “Ok, ci sto. Brava”.Poi, però, parte il sermone, lo sproloquio verbale, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ormai quando sento parlare Francesca Albanese ho un déjà-vu automatico: penso immediatamente alla versione 2.0 di Laura Boldrini. Stesso copione, stesso tono, stessa morale finale. <br>Si parte sempre da principi anche condivisibili, anzi che condivido – diritti, rispetto, inclusione – e mi dico: <em>“Ok, ci sto. Brava”</em>.<br>Poi, però, parte il sermone, lo sproloquio verbale, la predica non richiesta… e in tre frasi verbose, a tratti oracolari, ti viene voglia di cambiare canale.<br>Il problema, quindi, non è cosa dicono. È come lo dicono: dal pulpito (ex chatedra…), col dito alzato, dando per scontato che tu sia sempre quello che deve “imparare”. Una maestrina, insomma.<br>Il risultato?<br>Le buone idee finiscono affogate nel tono da catechismo laico. E invece di comunicare, evocare, convincere magari anche… stancano e stufano.<br>Amen. </p>



<p>Scusate la consueta franchezza.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 13:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
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		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno [&#8230;]]]></description>
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<p>Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.<br>Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno ancora promesso nel 2019 e mai attivato solo per fare un esempio) e un tasso di invecchiamento pauroso, … allora l’astensione diventa il colpo di grazia.<br>Chi governa potrà dire che “gli elettori hanno scelto”. Ma la verità è che ha scelto una minoranza, mentre la maggioranza si è arresa.<br>E la politica – quella che ama riempirsi la bocca con “la montagna non sarà lasciata indietro” – userà proprio questa resa come alibi perfetto.<br>No, non va bene così.<br>Non è normale che la provincia più fragile del Veneto sia anche la meno rappresentata.<br>Non è normale che chi vive qui debba accettare di contare la metà perché vota la metà.<br>Non è normale che il silenzio diventi un lasciapassare per altri anni di nostre lamentele e promesse dall’altra, tagli, centralizzazioni e servizi sempre più lontani dalle terre alte.<br>Con il 35,29% di affluenza, Belluno non manda un messaggio ai politici. Firma la propria irrilevanza. E l’irrilevanza, oggi, è la vera condanna a morte della montagna.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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