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	<title>Fabio Bristot</title>
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	<description>a volte detto Rufus</description>
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	<title>Fabio Bristot</title>
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		<title>PASSARE IN MEZZO O ATTRAVERSO?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 07:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[C’è una differenza profonda, quasi invisibile, tra il passare in mezzo e il passare attraverso.Prendete ad esempio una forte emozione come quella generata dal dolore e il mantenimento nell’animo di questo stato. Relazionatela, quindi, alla differenza sostanziale del passare in mezzo o attraverso. Stupiamoci ora assieme della profonda diversità, vedendo perché. Passare in mezzo è [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è una differenza profonda, quasi invisibile, tra il passare in mezzo e il passare attraverso.<br>Prendete ad esempio una forte emozione come quella generata dal dolore e il mantenimento nell’animo di questo stato. Relazionatela, quindi, alla differenza sostanziale del passare in mezzo o attraverso. Stupiamoci ora assieme della profonda diversità, vedendo perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passare in mezzo è il movimento proprio di chi resta in superficie.<br>Si scivola tra le cose, tra i giorni, tra le persone, senza mai davvero toccarle. Si scivola sfiorando, ma senza compenetrazione alcuna. Senza contaminarsi dell’altra cosa, sia essa pelle, lacrima o sofferenza<br>È un attraversamento apparente, dove nulla oppone resistenza e, proprio per questo, nulla lascia: nessuna traccia. Nulla si trasforma in materia autentica.<br>Si rimane intatti, non scalfiti, ma si rimane anche terribilmente incompiuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passare attraverso, invece, è davvero tutta un’altra esperienza.<br>È entrare nella materia della vita: nelle sue densità e complessità, nei suoi attriti e nelle sue ferite.<br>È lasciarsi toccare dalle emozioni senza aggirarle o, come sopra si diceva, sfiorarle. È sentire queste emozioni mentre attraversano il corpo, mentre modificano il respiro, mentre cambiano il modo in cui guardiamo il mondo stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraversare significa, dunque, accettare che qualcosa ci trasformi, cambiandoci o rischiando che questo possa avvenire.<br>Che il dolore non sia allora un ostacolo da evitare, ma una soglia da oltrepassare.<br>Che, allo stesso modo, la gioia non sia solo un istante leggero, ma qualcosa che può penetrarci fino a ridisegnarci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la materia &#8211; quella fisica e quella emotiva per intenderci &#8211; non si lascia attraversare senza chiedere qualcosa in cambio: presenza, vulnerabilità, verità. Si, anche le lacrime, quelle dense che sgorgano a fiotti e riempiono di dolcezza le gote.<br>E così, mentre passare in mezzo ci lascia uguali, passare attraverso ci restituisce diversi. Indifferenza contro presenza consapevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più lenti, forse. Più segnati, sicuramente. Ma anche più reali e, io credo, anche più veri.<br>La vera domanda, perciò, non è quanto lontano andiamo, quanto in alto siamo stati capaci di arrivare o quanto pesa il nostro avere, ma quanta realtà e verità siamo disposti ad attraversare. Ciò soprattutto nell’esperienza del dolore dove il passare attraverso e non in mezzo dona alla fine la riacquistata felicità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>02.10.2026… GRAZIE DI ACCOMPAGNARE ANTONELLA … E DI ACCOMPAGNARE ANCHE NOI OGGI…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 17:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Una donna eccezionale. Forse qualcosa che va anche oltre questo aggettivo, che rischia di sembrare solo retorica di circostanza. Essere qui oggi, invece, non è una circostanza. È esserci per Antonella per cercare almeno di investigare quell’altrove che amava ed ama, Antonella non è stata una donna da raccontare: è stata una donna da vivere: [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Una donna eccezionale. Forse qualcosa che va anche oltre questo aggettivo, che rischia di sembrare solo retorica di circostanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere qui oggi, invece, non è una circostanza. È esserci per Antonella per cercare almeno di investigare quell’altrove che amava ed ama,</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella non è stata una donna da raccontare: è stata una donna da vivere: era infatti “di testa sua” perché aveva il coraggio, raro, di appartenere prima di tutto a sé stessa. E questo abito mentale mi porta a dire che Antonella non ha semplicemente vissuto la sua vita: l’ha riempita di sé, fino all’ultimo giorno e respiro quando su di esso è inciampata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella era di una vivacità straordinaria. Era, anzi, la vivacità: una presenza che riempiva gli spazi e li trasformava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna multitasking nel senso più autentico del termine: non si limitava a fare tante cose, ma ne faceva di più. E le faceva bene, con cura, con gusto, con intelligenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna che è stata l’antitesi della banalità e dell’ordinarietà. E vedere tante persone qui oggi credo ne sia la testimonianza più autorevole, in qualche modo la conferma che non sto dicendo cazzate gratuite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anto toccava qualcosa e lo trasformava. Lo rendeva bello, corretto, anche giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul lavoro, dove sapeva distinguersi per l’estrema determinazione e l’indubbia competenza come legale, ma anche nelle mille attività quotidiane: un piatto che diventava speciale, un tessuto che prendeva vita, un dettaglio di casa che si trasformava in armonia, un buco in una parete che io, ciompo, non riuscivo a fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva un talento naturale per migliorare ciò che la circondava, quasi sfinando la regola. E lo faceva senza ostentazione, come se fosse la cosa più normale del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sapeva trascinare le persone. Aveva energia, carisma, una forza comunicativa rara che creava partecipazione autorevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte eccedeva nel voler essere al centro dell’attenzione — ed è giusto dirlo — ma quella stessa caratteristica è stata anche la chiave dei rapporti veri e profondi che ha costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con lei non esistevano mezze misure: o si entrava davvero in relazione, oppure non si entrava affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi ha avuto la fortuna di starle vicino lo sa bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche negli ultimi mesi non si scorgeva affatto rassegnazione o farsi bastare la mediazione al ribasso. Si coglieva solo il vigore del suo umore, l’esserci a pieno tondo, con tutta sé stessa e con quelle che definiva le sue “abilità residue”, esercitate sino alla fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La malattia, infatti, non ha mai vinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo va detto con chiarezza, senza infingimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oltre cinque anni che abbiamo attraversato insieme, e assieme a molti di voi, sono stati la prova concreta di come la vita abbia continuato a prevalere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non una resa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo risoluzione, lucidità, coraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio raro, difficile perfino da raccontare fino in fondo a chi non c’è stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo provati da un dolore che, però, nasce tanto tempo fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un dolore che non si lascia ordinare, che non si lascia spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche se da quel 6 aprile 2021 sono passati tanti mesi, il tempo non ha ancora trovato il modo di addomesticarlo davvero facendoci trovare pronti al grande salto, come lei lo amava chiamare. Un percorso che ha avuto un inizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppi pensieri negativi sono stati generati e tarlati dalla causa prima di tutto quanto è poi successo in termini di malattia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non abbiamo certezze ed evidenze e, forse, non è questo il momento per cercarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non voglio fermarmi ai torti subiti, alle mediocrità di chi quei torti ha arrecato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è questo che definisce Antonella per fortuna … e voi, oggi, ne siete autentica testimonianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Voglio parlare delle cose belle e delle situazioni appaganti, perché sono quelle che restano davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono la cifra che l’ha connotata e che ancora la connota, perché la sua eredità ci abbraccia con potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Antonella è stato amore vero. Mai simulato, mai tiepido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un percorso intenso, a tratti esplosivo, fatto anche di errori — e non ho difficoltà ad ammettere i miei, per la maggior parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo un percorso autentico. Vivo, seppur calato in una dialettica alle volte complessa ed aspra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo amore oggi ha un nome: Caterina. È il dono più puro e, per questo, straordinario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In lei c’è continuità, c’è memoria, c’è futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E io lo custodirò per sempre, come qualcosa che ci appartiene in modo indissolubile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio per questo oggi il nostro percorso di coppia, spesso scoppiata, assume un valore ancora più forte: riconoscere a pieno tondo cosa abbia rappresentato per me Antonella nei momenti più veri e anche in quelli in cui le nostre strade sono sembrate non incrociarsi più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dire qualcosa di una persona significa attribuirle aggettivi, magari strumentali o impropri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora mi viene da dire — lasciandole davvero tutti i meriti — che non sono le mie parole oggi a tratteggiarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meglio lo fa il suo libro,&nbsp;<em>Di testa mia</em>, che resta forse il testamento più lucido, la sintesi più originale della sua cifra esistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quelle pagine c’è tutto: la sua libertà, la sua ostinazione, la sua capacità di pensare in modo autonomo, di non piegarsi, di restare fedele a sé stessa anche nei momenti più difficili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma diciamolo con onestà intellettuale: è un’eredità inestimabile per tutti noi che va oltre il tempo, perché racconta non solo ciò che ha vissuto, ma come lo ha vissuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo lungo periodo, il calore ricevuto è stato immenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’affetto degli amici di Antonella — e non riuscirò mai a citarli tutti — è stato una presenza costante, delicata, preziosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Permettetemi almeno di ricordare le amiche in modo random: Betty, Irma, Lorella, Ornella, Rita, Rosalba, Sandra, Lorena, Lucia, Monica, Milena, Tiziana, l’amica di sempre Susy, e le altre che certamente dimentico e alle quali chiedo scusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guido, Mauro e i tanti amici delle Marche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E insieme a loro mia sorella Marina e mia madre Raffaela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ricordo, senza menzionarli, anche i miei amici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo voglio menzionare tutti i sanitari che sono stati a fianco di Antonella e con Antonella, quelli dell’ULSS 1 Dolomiti, dell’ULSS 2 Marca Trevigiana e dello IOV di Padova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Desidero ringrazia con un abbraccio corale tutto il personale straordinario delle ADIMED, quello davvero speciale dell’Hospice, al quale ci siamo affezionati come non avremmo mai pensato, e infine — ma di certo non ultimi — quelli della Fondazione Cucchini, con i suoi instancabili e silenziosi volontari, che ringrazio con il cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte queste persone, con competenze e ruoli diversi, hanno saputo esserci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non in modo invadente, ma con quella professionale tenerezza che accompagna senza pesare: hanno reso le giornate di Antonella più leggere, più umane, più sopportabili. Alle volte anche riempiendole di euforia e spensieratezza, offrendo gesti, sguardi e abbracci senza filtri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo si chiama amore. Sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedere tanto affetto, così sincero e duraturo, anche da parte di persone che inizialmente non conoscevo, mi ha fatto capire ancora di più — e in qualche modo confermare — quanto Antonella abbia lasciato un segno profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un aratro passato nelle sensibilità di molti, dove ha saputo lasciar cadere semi fecondi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, alla fine, è questo che resta: l’impronta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la sua è stata, è e sarà sempre forte, nitida, impossibile da cancellare dal mio cuore e dalla memoria, che ancora si interroga su perché ci sia capitato tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella era, ed è, una donna “di testa sua”. E forse è proprio questo il modo più giusto per dire che ancora è e sarà, senza differenza di tempo e di modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, dopo aver rinnovato il mio personale ringraziamento agli amici qua presenti, mi rivolgo prima a Federica, Angelica e Arianna, poi a Margherita che abbraccio con forza e in modo autentico assieme ai loro compagni e al loro padre, Carlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi voglio rivolgermi alla persona a me più cara in assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi rivolgo a quegli occhi macerati dal dolore, a quelle labbra serrate dalla fatica e dal peso di ricordi non ancora dolci, a quel viso che ogni cosa dice: Caterina, nostra figlia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caterina, siamo stati una squadra. Magari alle volte con limiti e difetti che ci hanno fatto fare qualche autogol.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma saremo ancora squadra, perché la mamma così avrebbe voluto. E mi piace pensare che lo voglia ancora, tenendo con noi anche Samuele e le amiche carissime di Caterina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è già ora di lasciarti andare. Ma non ti lasciamo sola, perché, da qualche parte dentro di noi, continuerai a camminare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie, Antonella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato prima un onore, poi un privilegio averti conosciuta e amata anche nelle incomprensioni che cercheranno di comprendere dove e cosa sia il tuo altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio&nbsp;</p>
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		<title>UNA ZANZARA GIALLA SULL’ARDO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 13:57:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[Due ragazze scappano dalla pianura. La canicola non dà scampo. Si stanno sciogliendo. Scappano dalla città e cercano allora un po’ di fresco lungo l’Ardo, alla cascatella posta appena sotto Vial, a poche decine di metri dal Pont de la Mortis. Una briglia crea una pozza d’acqua pulita e, poco più sopra, un fluire di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Due ragazze scappano dalla pianura. La canicola non dà scampo. Si stanno sciogliendo. Scappano dalla città e cercano allora un po’ di fresco lungo l’Ardo, alla cascatella posta appena sotto Vial, a poche decine di metri dal Pont de la Mortis. Una briglia crea una pozza d’acqua pulita e, poco più sopra, un fluire di bollicine fresche continua ad alimentarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle giornate semplici che sembrano promettere soltanto silenzio e qualche sorriso. Una dolce frescura e acqua nebulizzata quanto basta per dare sollievo. Forse qualche tartina e, di certo, della frutta succosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi basta un attimo per cambiare il copione. Giulia scivola lungo il sentiero, piuttosto ripido, che conduce al luogo prescelto. A tradirla, molto probabilmente, anche i laccioli delle racchette rimasti ai polsi. Dopo il violento impatto sulla roccia, conseguente a un volo di circa quattro metri, pressoché verticali, resta a terra immobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha riportato un importante trauma al capo e la frattura di un arto. Lì sotto il telefono è inutile. Non c’è campo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’amica urla a squarciagola. Qualcuno, che si trova là per lo stesso motivo, risale veloce, in una manciata di minuti, fino a Vial per dare l’allarme. Il 118 attiva la Stazione del Soccorso Alpino di Belluno e l’elisoccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre volontari arrivano sul posto in pochi minuti. Uno di loro, addirittura, in qualche decina di secondi. Mettono la donna in posizione di sicurezza, lavano e proteggono la profonda ferita alla testa. Cercano poi di sistemarla in una posizione antalgica, per limitare quanto possibile il dolore. Poco dopo arriva anche l’équipe dell’elisoccorso: medico, infermiere e tecnico di elisoccorso. Vengono calati con precisione nei pressi del luogo dell’incidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuna parola di troppo. Ognuno sa cosa fare. Si lavora insieme, con quella sintonia che nasce dall’esperienza, dalla conoscenza e dalla fiducia reciproca. Giulia viene stabilizzata e le viene somministrato un potente antidolorifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi la barella. Piano. Con attenzione. Fa male. Giulia grida dal dolore. Bisogna traslarla per una decina di metri, quel tanto che serve per raggiungere il punto adatto all’evacuazione con il verricello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si richiama l’elicottero. Una zanzara gialla scende nell’Ardo, smuovendo l’aria della valle e increspando l’acqua del torrente. Non punge e non dà fastidio. Ha soltanto quel rumore, lontanamente simile al ronzio di quell’insetto. Recupera Giulia e il personale sanitario. Il tecnico di elisoccorso, Luigi, è l’ultimo a essere verricellato. L’ultimo a lasciare il luogo dell’intervento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi torna il silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I volontari della Stazione di Belluno raccolgono le bende sporche, gli involucri di plastica dei farmaci e quanto rimasto a terra durante il soccorso. Ne fanno una piccola borsa improvvisata, perché anche dopo un intervento il terreno deve rimanere pulito. Poi accompagnano l’amica a recuperare l’auto, più sopra, a Case Bortot.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro volontario raggiunge il Pronto Soccorso. Porta informazioni e ne raccoglie altre, cercando di favorire quello scambio di notizie che, in momenti come questi, diventa prezioso soprattutto per chi aspetta e per i familiari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche questi piccoli gesti fanno parte del soccorso. Non finiscono nei comunicati. Non fanno rumore. Non si vedono nelle fotografie. Ma ci sono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa volta finisce bene. Ed è, senza dubbio, la notizia più bella. Buona guarigione, Giulia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot – Rufus&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>LA SEGHERIA BELLUNESE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 09:53:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Giusto per evitare sin dall’inizio ambiguità: credo di essere stato il primo Assessore all&#8217;Ambiente in Italia ad aver organizzato, insieme ai Servizi Forestali Regionali e al Provveditorato agli Studi, la “Festa all&#8217;Albero” e non la retorica “Festa dell&#8217;Albero”. Far vedere “come” e “soprattutto” perché si devono abbattere gli alberi in taluni contesti. La differenza, allora [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Giusto per evitare sin dall’inizio ambiguità: credo di essere stato il primo Assessore all&#8217;Ambiente in Italia ad aver organizzato, insieme ai Servizi Forestali Regionali e al Provveditorato agli Studi, la “Festa all&#8217;Albero” e non la retorica “Festa dell&#8217;Albero”. Far vedere “come” e “soprattutto” perché si devono abbattere gli alberi in taluni contesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza, allora come adesso, non era soltanto lessicale. Era soprattutto culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo era, infatti, spiegare ai ragazzi che il bosco non è qualcosa di statico ed immodificabile, un museo immobile, né una cartolina da contemplare. Un bosco vive, cresce, si ammala, invecchia e, proprio per questo, deve essere curato. Curare un bosco significa anche abbattere le piante vecchie, instabili o malate, abbattere piante favorendo lo sviluppo di quelle più giovani o provvedendo alla loro sostituzione. È questa la regola aurea della selvicoltura, quella che da secoli garantisce l&#8217;equilibrio degli ecosistemi forestali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non riesco, infatti, a comprendere come si possa continuare, ancora oggi, a confondere il bosco con il patrimonio arboreo ornamentale e non solo di parchi, giardini, viali e strade cittadine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bosco, soprattutto nelle nostre montagne, va governato, curato e, quando necessario, tagliato con decisione. In vaste aree della provincia è cresciuto in modo abnorme, ha invaso prati, pascoli e persino lambito le abitazioni, perdendo in molti casi biodiversità, valore ecologico e qualità forestale. Un bosco abbandonato non è un bosco più naturale: è spesso un bosco più povero, più fragile e più vulnerabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro discorso sono le piante che troviamo in città, essenza piantumate nel tempo con scopi ai più evidenti. Ben altra cosa è, infatti, il patrimonio arboreo urbano. Gli alberi di un parco, di un giardino, di un viale o di una strada appartengono a una realtà completamente diversa da quella del bosco. Svolgono funzioni paesaggistiche, ambientali, storiche, culturali, sociali e, spesso, anche affettive. Sono parte integrante dell&#8217;identità di una città, di un quartiere e della memoria collettiva di una comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dal punto di vista scientifico si tratta di ecosistemi profondamente differenti. Un bosco è una comunità vegetale complessa, dinamica e sostanzialmente autosufficiente, nella quale gli equilibri ecologici derivano dall&#8217;interazione tra alberi, arbusti, fauna, funghi, microrganismi, suolo e clima. L&#8217;albero urbano, invece, vive quasi sempre isolato o inserito in piccoli gruppi, in condizioni artificiali e spesso ostili: suoli compattati e poveri di ossigeno, limitato volume radicale, inquinamento atmosferico, isole di calore, sali disgelanti, traumi meccanici e continui conflitti con infrastrutture e attività umane. È quindi un organismo sottoposto a stress fisiologici completamente diversi da quelli di un albero forestale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo richiede criteri gestionali specifici, obiettivi completamente differenti e interventi fondati sull&#8217;arboricoltura ornamentale moderna, sulla biomeccanica dell&#8217;albero, sulla valutazione della stabilità (VTA) e sulla conoscenza della fisiologia vegetale, non sulla selvicoltura. Confondere questi due mondi significa non aver compreso, ignorare il funzionamento ecologico del bosco e il valore del patrimonio arboreo urbano, che va tutelato e gestito con competenze, sensibilità e rigore scientifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Confondere queste due realtà significa – lo ribadisco a scanso di essere ripetitivo &#8211; non aver compreso le basi della selvicoltura, dell&#8217;arboricoltura urbana e, più in generale, della cultura del verde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui, nasce anche la riflessione su quanto accaduto negli ultimi anni nel Comune di Belluno, dove la necessaria cura del verde pubblico si è troppo spesso trasformata in una vera e propria macelleria arboricola, dove maestranze dequalificate si sono alternate ad altre peggiori, senza alcun controllo da parte della Giunta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta osservare la pratica della capitozzatura, intervento unanimemente considerato dannoso e vietato dalle Linee guida ministeriali emanate nel 2020 con apposito Decreto, salvo casi eccezionali. Eppure gli abbattimenti, le mutilazioni e gli interventi privi di una reale osservazione e controllo si sono susseguiti con impressionante regolarità, condizione che ha portato ad un ulteriore indebolimento delle piante e alle conseguenze dirette: movimento anomalo dell’apparato radicale che ha ulteriormente ammalorato i marciapiedi, crescita spropositata di succhioni e polloni che impediscono alle volte addirittura di passare e passare in sicurezza sugli stessi marciapiedi, oltre alla crescita di getti (rami) molto fragili che si spezzano al primo temporale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tant’è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Belluno è diventata allora una gigantesca segheria. Si sono abbattuti alberi in ogni quartiere, si sono aperti vuoti nel paesaggio urbano, ma nella quasi totalità dei casi a questi sacrifici non è seguita alcuna opera concreta a ridare equilibrio al sistema. Cavarzano, Nogarè e molte altre zone della città ne sono testimonianza evidente. Si è tolto molto, senza restituire nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema più grave &#8211; credetemi &#8211; non è nemmeno questo, cioè non sono cinque o sei alberi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il metodo, da una parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, soprattutto, è l&#8217;assenza di una visione di città, dall’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul primo aspetto è mancata completamente la comunicazione preventiva da parte del Sindaco e della Giunta. E questo appare ancora più incomprensibile se si considera il numero di comunicatori, addetti stampa e figure dedicate presenti all&#8217;interno dell&#8217;Amministrazione comunale. I cittadini non sono mai stati realmente coinvolti, né informati con chiarezza sulle ragioni, sulle modalità e sugli obiettivi degli interventi. Una grave carenza, fortemente contestata da moltissimi cittadini, anche quelli più miti che di prassi si astengono da commenti ed analisi, dalle invettive e dalle incazzature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul secondo aspetto, straordinariamente più importante poiché va ben oltre il tiglio e l’ippocastano tanto in voga in queste giornate, Sindaco e Giunta dimostrano invece ancora una volta di avere il fiato corto, cortissimo. Non emerge, infatti, alcun disegno strategico di medio e lungo periodo. Non si intravede un progetto complessivo della città del futuro, una visione della città e dei suoi quartieri, tanto che l’intervento di Via Feltre (fatto solo grazie ad un preziosissimo contributo di un privato) è l’unica opera di un certo rilievo che non sia stata frutto di iniziative delle giunte passate. Già questo la dice lunga….</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si continua invece a procedere &#8220;a spizzichi e bocconi&#8221;: interventi episodici, scollegati tra loro, privi di una regia autentica ed autorevole, spesso priva anche della necessaria competenza tecnica. Si interviene senza una programmazione seria, senza valutare gli effetti che determinate scelte produrranno tra dieci, venti o trent&#8217;anni sul paesaggio urbano, sul microclima, sulla qualità della vita e sul patrimonio pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo affermo anche per esperienza personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest&#8217;anno, nel mio bosco e nelle siepi contermini ai campi di mais, ho tagliato quasi duecento quintali di legna. Era necessario farlo. È gestione forestale minimale appresa da mio padre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo, però, ho messo a dimora una quindicina di nuovi carpini e otto nuove piante ornamentali, come faccio ogni anno, sostituendo, nel caso di queste ultime, soltanto quelle realmente compromesse o che possono danneggiare a causa della loro crescita edifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché amministrare il verde significa programmare, accompagnare il tempo, immaginare come sarà quel luogo tra vent&#8217;anni e non limitarsi a decidere cosa fare domani mattina o domani l’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa la differenza tra gestire e devastare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la differenza tra una cultura del verde e una cultura della motosega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è, purtroppo, la differenza tra ciò che una città dovrebbe essere e ciò che Belluno è diventata… una segheria che fa tanto e solo rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>SOBRIETÀ ALLA PIERO ANGELA </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 11:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere. Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato. Mi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra che il personaggio abbia completamente divorato la persona. La provocazione è diventata il prodotto, la volgarità il marchio di fabbrica, il trash cioè le scoaze, una strategia commerciale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni limite sembra dover essere superato perché, nel mercato dell&#8217;attenzione, chi urla di più occupa più spazio, diventa più figo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non è nemmeno un caso che abbia scelto di legarsi mediaticamente a figure come il sig. Vannacci. Quando la provocazione diventa un modello di business, è quasi inevitabile cercare personaggi che vivono della stessa logica: polarizzare, dividere, far discutere, spostare sempre più in là l&#8217;insulto o la proposta becera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco importa allora se il dibattito si impoverisce, diventi pressoché nullo: conta che il rumore non si arresti mai, possibilmente che cresca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma credetemi, c&#8217;è una differenza enorme tra essere controcorrente ed essere semplicemente sopra le righe. Tra essere intelligenti ed essere rumorosi. Tra far pensare e fare audience.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi chiedo: davvero il successo, per durare, deve trasformarsi in una caricatura di sé stesso? Davvero non può reggersi sulla qualità, sulla profondità, sull&#8217;intelligenza di una proposta? Forse il trash, cioè le scoaze, genera clic. Produce condivisioni. Fa ascolti. Fa anche soldi&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il rumore non è valore. È soltanto rumore: decibel, talvolta accattivanti, ma pur sempre decibel. Per questo, sempre più spesso, cambio canale o salto il post.E torno alla sobrietà di un Piero Angela. Una sobrietà che oggi qualcuno definirebbe &#8220;noiosa&#8221; e &#8220;lenta&#8221;, ma che aveva una qualità rarissima: rispettava l&#8217;intelligenza di chi ascoltava. Sempre. Non aveva bisogno di urlare, di scioccare o di provocare per lasciare un segno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, una nota personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caro Cruciani, se fossi fatto con la tua stessa pasta – e spero davvero che abbiano buttato lo stampo – ti direi di andare a fare in culo. Invece, caro Cruciani, preferisco invitarti di cuore a rileggere la tua parabola discendente con la stessa acutezza intellettuale che, qualche anno fa, ti riconoscevo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché gli ascolti possono crescere grazie al rumore, ma l&#8217;autorevolezza nasce da altro. E quella, una volta smarrita, è molto più difficile da ritrovare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buoni insulti e buoni decibel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot Rufus</p>
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		<title>IL TACCAGNO DOLOMITICO 2.  PANORAMA STUPENDO MA…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 15:50:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo aver passato una giornata intera a discettare, lamentandosi, su qualsiasi cosa avvenga all’esterno e all’interno di un rifugio (vedasi https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/), il taccagno dolomitico rientra finalmente a valle. E…E… non è finita. Perché il vero taccagno dolomitico non vive l’esperienza della montagna in modo autentico, ma,diversamente, la recensisce subito sui social in modo rancoroso, senza [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver passato una giornata intera a discettare, lamentandosi, su qualsiasi cosa avvenga all’esterno e all’interno di un rifugio (vedasi <a href="https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/" target="_blank" rel="noopener">https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/)</a>, il taccagno dolomitico rientra finalmente a valle. E…<br>E… non è finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero taccagno dolomitico non vive l’esperienza della montagna in modo autentico, ma,<br>diversamente, la recensisce subito sui social in modo rancoroso, senza alcun elemento di valutazione oggettivo o consapevolezza dei luoghi.<br>Eccolo allora seduto in macchina, ancor prima di far rientro a casa, con gli scarponi sporchi di fango che naturalmente qualcun altro dovrà pulire, intento a compilare la sua grande vendetta digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Location molto bella.”<br>Già qui capisci che arriverà la coltellata improvvisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Panorama stupendo ma…”<br>Quel “ma” pesa più del crollo dell’intera parete di roccia sopra il rifugio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Prezzi elevati rispetto al paese giù di sotto dove già un caffè costava 1,50 euro.”<br>Incredibile scoperta effettuata a 2200 metri, dove pure l’acqua minerale arriva probabilmente più<br>stanca di lui, prima in teleferica e, poi, a spalla per alcune centinaia di metri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Personale poco sorridente.”<br>Certo. Dopo undici ore di lavoro, cento e ventisette coperti, due temporali improvvisi con il generatore saltato e tu che hai chiesto se per caso esistesse il sashimi di tonno e l’uramaki con doppia alga innaffiata di soia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Poca scelta nel menù.”<br>Lo dice sempre con l’aria offesa di chi si aspettava almeno una decina di portate, tre cucine tipiche<br>dolomitiche e quelle etniche, l’angolo crudité e il sommelier che gli spiegasse le note minerali del<br>Müller Thurgau e del Cartizze riserva guardando l’inizio del tramonto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Porzioni non abbondanti.”<br>Tradotto: hai ordinato prima patatine con salse, poi canederli al burro che hai divorato prendendone anche dal piatto di tua moglie, quindi cervo con polenta abbondante, strudel con un filino di zabaione, doppia grappa e volevi uscire rotolando fino all’inizio sentiero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Sentiero tenuto male.”<br>E qui il taccagno dolomitico raggiunge il nirvana della lamentela alpina. Perché aveva immaginato<br>evidentemente una passeggiata su pietra di Castellavazzo bocciardata per non scivolare, con<br>illuminazione a led fino al rifugio con presenza di foschia.<br>Ha trovato invece pietre, ghiaia, qualche radice, un poco di fanghiglia e perfino, scandalo assoluto,<br>qualche ramo caduto nel bosco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il CAI dovrebbe intervenire.”<br>Il CAI… Questa misteriosa entità mitologica che, secondo lui, dovrebbe presidiare ogni sentiero delle Dolomiti ventiquattr’ore su ventiquattro, spazzare le foglie ed il ghiaino impertinente che rende il passo instabile, drenare l’acqua piovana, sistemare i sassi instabili lato percorso e, possibilmente, accompagnarlo a braccetto nei tratti esposti, tra un bollo rosso e l’altro dipinto ogni cinque metri per non perdersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva il capolavoro finale della critica alpina contemporanea.<br>“Non torneremo. Click: una stella”</p>



<p class="wp-block-paragraph">La recensione, quindi, parte anche se tutta la famiglia gli ha detto di lasciar perdere perché è stata una gita straordinaria con un pranzo ricco e ghiotto quanto basta.<br>Ma il taccagno dolomitico non desidera la montagna in quanto tale con le sue bellezze e con le<br>indiscutibili emozioni che sa offrire. Il taccagno dolomitico desidera poter dire (nda: è con notevole<br>probabilità una sindrome da dover studiare) che mancava qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non cerca, dunque, alla fine di un percorso incantevole per arrivare magari in rifugio dove mangiare sobriamente qualcosa di buono, preparato con gusto e professionalità. Il taccagno dolomitico deve sempre cercare un villaggio turistico però col il prezzo dell’discount e l’inchino personalizzato all’ingresso da parte del gestore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per nostra fortuna (nostra perché sono così presuntuoso da ritenere che la maggior parte di voi<br>condivida questa analisi neppure tanto buffa…) la montagna ha un difetto tremendo: non si piega ai clienti. Quasi mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La montagna se ne frega. Ti lascia passare, se vuoi. Ti ospita per qualche ora. Ti concede anche un’alba o un tramonto che non meriti. Ma poi resta lì, immensa, silenziosa nel non dire e solenne<br>nell’osservarti piccolo, nelle tue miserie.<br>Mentre tu continui a discutere dei due euro di coperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot – Rufus</p>
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		<title>BIANCO, VERDE, GIALLO O NERO NON CAMBIA&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 17:58:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che personalmente anche io avrei fatto e farei per ogni situazione analoga si venisse a verificare per qualsiasi lavoratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mukhtar era, infatti, un dipendente impiegato regolarmente in una ditta della città, conosciuto da chi lavorava con lui come una persona seria, capace e volenterosa. È morto in un tragico incidente, tornando a casa dal lavoro, di notte, in bicicletta: ha pesantemente urtato un muro. Una fine assurda, che avrebbe meritato rispetto e silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece, sui social, non sono mancati commenti indegni e volgari: qualcuno ha persino ironizzato sostenendo che Mukhtar avrebbe scambiato il muro per un albero di banane. Parole di un povero mentecatto vigliacco che dicono molto più su chi le scrive che su chi non può e non poteva più difendersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Consiglio, la proposta è stata sostenuta da tutte le forze della minoranza, oltre che dalla Consigliere Mella e Stefani. Il consigliere Ferro non ha partecipato al voto. Si sono espressi contro i tre rappresentanti di Fratelli d’Italia e il Consigliere La Grua. Il resto della maggioranza si è invece astenuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato politicamente più rilevante resta comunque un altro: è il fatto che il Sindaco si è astenuto. Un’astensione che pesa come un macigno di fronte ad un gesto simbolico, un gesto minimo di solidarietà verso una famiglia colpita da una tragedia che il Sindaco avrebbe potuto fare in modo autorevole, andando oltre gli ordini e gli schemi di partito, facendo una scelta di coscienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto, la delibera per fortuna è passata con 10 voti favorevoli Un esito che lascia aperte molte domande, non tanto sul risultato finale, quanto sul significato politico e umano delle scelte fatte in aula.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>GRIDO DI UN NONNO SENZA APP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 18:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete. Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo. Ho fatto cose con le mani, con la testa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete.             Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo.                                                                        Ho fatto cose con le mani, con la testa, con il tempo che avevo e con le doti che possedevo. Qualche volta ho anche sbagliato.                                                            Ho fatto tutto questo ed altro con l’intelligenza naturale, tanto o poco che fosse.    Ho fatto tutto questo con l’unica versione di me stesso, priva di aggiornamenti e di backup.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque, ieri mi avete detto grazie perché avevo realizzato il futuro. E oggi, invece, mi dite che non so più stare al mondo, anzi che devo stare fuori dal mondo perché non so cosa sia una app.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma io non ho un’app. Non ricordo la password.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so dove cliccare e non capisco come chiudere una pagina o fare una ricerca con la vostra intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volete capirlo o no?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo prenotare una visita medica… e mi chiedono uno SPID. Devo ritirare un referto… e mi mandano su un portale con una login ed una password impossibile. Devo pagare una bolletta… e mi dicono “<em>lo faccia online, è facile”</em>. Voglio guardare negli occhi miei nipoti … e mi dicono di fare una call in videochiamata “<em>perché è banale!”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Facile per chi? Banale per chi? Per voi che siete nati e cresciuti dentro questo linguaggio. Per me è come parlare una lingua che non ho mai sentito nè studiato, ma dalla quale dipende la verifica del mio colesterolo o uno dei miei parametri sanitari o il poter vedere il sorriso di mio nipote Marco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho mai chiesto né preso scorciatoie nella vita, quella stessa vita che adesso mi impone di chiedere aiuto per esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo aspettare un figlio, un nipote, un vicino. Devo chiedere con vergogna: “<em>quando hai tempo, mi fai questa cosa?”, “Mi scarichi quella cosa che non ho capito perché una volta c’è scritto doc e altre volte pdf?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni volta non mi tolgono un file, ma mi sottraggono un pezzo di dignità. Ma la cosa più grave non è questa. La cosa più grave è che, se sbaglio… resto indietro.  Se non capisco… perdo un appuntamento. Se non riesco… rinuncio a curarmi. Se non apro la app giusta… vengo deriso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora ditelo chiaramente: un anziano oggi può stare male, o peggio, perché non sa usare un’app che deve avere una benedetta password che ogni tre mesi deve essere aggiornata assieme alla versione 12.03.01 del software dello smartphone e che&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è accettabile.  Perché io non sono un errore da aggiornare. Non sono un sistema obsoleto da inizializzare. Non sono neppure un file da mettere nel cestino </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono ancora una persona che ha costruito il mondo in cui vivete e la realtà che state attraversando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progresso che esclude allora non è progresso. È solo una scorciatoia per smettere di prendersi cura degli altri. Se per avere un diritto serve essere “bravi con la tecnologia”, allora non stiamo andando avanti. Stiamo lasciando indietro chi ci ha portati fin qui. Stiamo escludendo padri e nonni, cioè anche me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una società che fa questo non è affatto moderna. È conformista, ma con una forma che non riesce ad includere valori e saperi, sensibilità e vissuti. È una società che, alla fine, è solo più sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se devo sentirmi alienato nel posto che ho contribuito a creare e costruire, allora non è il futuro ad essere avanzato. È il presente ad aver dimenticato e a diventare civilmente retrogrado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>
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		<title>CIAOOOOO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 09:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto. Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.Non era per educazione. Non era per galateo.Non era neppure per formalità o maniera.Era una sorta di patto non scritto che stava [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.<br>Non era per educazione. Non era per galateo.<br>Non era neppure per formalità o maniera.<br>Era una sorta di patto non scritto che stava tutto in una mano alzata e in un sorriso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png" alt="" class="wp-image-2126" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png 683w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-400x600.png 400w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-768x1152.png 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-750x1125.png 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI.png 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Quando incroci qualcuno su un sentiero non stai, infatti, dicendo solo un banale “ciao”.<br>Stai dicendo: ti vedo perché mi sono accorto di te. Condividiamo la stessa passione e fatica.<br>Se serve, ci siamo e possiamo aiutarci reciprocamente.<br>In montagna il saluto è allora una forma di alleanza silenziosa.<br>Perché lì l’ambiente è indifferente all’uomo, può diventare aspro, talvolta tragico e nessuno si salva da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi si scende a valle.<br>E qualcosa cambia.<br>Ci incrociamo ogni giorno — in ufficio, sul pianerottolo, al bar, nel traffico — ma spesso non ci vediamo davvero. Abbassiamo lo sguardo. Scorriamo uno schermo, quasi fosse quello del nostro inseparabile smartphone.<br>Tiriamo dritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure anche a valle siamo tutti su un sentiero. Fatiche diverse, paure diverse, salite diverse.<br>Ma siamo sempre esseri umani che potrebbero, almeno per un istante, riconoscersi in questo escursionismo esistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo portare a valle quel saluto di montagna.<br>Non però quello distratto o quello automatico.<br>Quello vero ed autentico.<br>Quello che dice: ti riconosco. Non sei invisibile. Condividiamo lo stesso pezzo di strada.<br>Perché una società che smette di salutarsi è una società che smette di riconoscersi.<br>E senza riconoscimento non c’è comunità. C’è solo distanza. C’è solo una stanza con dentro il nostro disagio posto accanto ad un’altra stanza uguale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un buongiorno – ne siamo consapevoli &#8211; non cambia di certo il mondo. Ma può cambiare il clima umano di una giornata o di uno scampolo di essa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da lì, forse, nasce qualcosa di più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamoci. E… buongiorno!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>L&#8217;UOMO, IL CANE E VIA FELTRE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 07:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall&#8217;altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.<br>Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.<br>Mi sorprendo a seguirlo con lo sguardo ogni volta, come se cercassi una risposta ai miei quesiti che non so formulare apertamente. Lo guardo negli occhi, non per vezzo banale, ma per conoscere.<br>I suoi occhi sono laghi quieti, velati di lacrime trattenute.<br>Non piange, ma qualcosa in lui ha imparato a farlo in silenzio o, almeno, questo io colgo quando indago quello sguardo.<br>Il cane è la sua forza, la sua ultima possibilità per sentirsi e non recedere all&#8217;indifferenza. Lo guarda spesso fermandosi, lo accarezza e in questi gesti colgo un rapporto senza il quale quella persona sarebbe altro. Forse non sarebbe affatto.<br>Penso allora che dovremmo imparare a guidare negli occhi delle persone, non per curiosità, ma per rispetto.<br>Perché negli occhi si annidano le stanze chiuse, le assenze mai nominate, le carezze date al buio per non sentire il freddo.<br>Guardare davvero qualcuno ritengo sia un atto di coraggio lento, perché comporta avere tempo.<br>È accettare che ogni sguardo sia una storia che cammina accanto a noi, talvolta anche senza il cane.<br>E che, a volte, basta incrociarlo per non farla sentire sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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