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	<title>Veneto Italia &#8211; Fabio Bristot</title>
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	<title>Veneto Italia &#8211; Fabio Bristot</title>
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		<title>SOBRIETÀ ALLA PIERO ANGELA </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 11:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere. Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato. Mi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra che il personaggio abbia completamente divorato la persona. La provocazione è diventata il prodotto, la volgarità il marchio di fabbrica, il trash cioè le scoaze, una strategia commerciale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni limite sembra dover essere superato perché, nel mercato dell&#8217;attenzione, chi urla di più occupa più spazio, diventa più figo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non è nemmeno un caso che abbia scelto di legarsi mediaticamente a figure come il sig. Vannacci. Quando la provocazione diventa un modello di business, è quasi inevitabile cercare personaggi che vivono della stessa logica: polarizzare, dividere, far discutere, spostare sempre più in là l&#8217;insulto o la proposta becera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco importa allora se il dibattito si impoverisce, diventi pressoché nullo: conta che il rumore non si arresti mai, possibilmente che cresca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma credetemi, c&#8217;è una differenza enorme tra essere controcorrente ed essere semplicemente sopra le righe. Tra essere intelligenti ed essere rumorosi. Tra far pensare e fare audience.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi chiedo: davvero il successo, per durare, deve trasformarsi in una caricatura di sé stesso? Davvero non può reggersi sulla qualità, sulla profondità, sull&#8217;intelligenza di una proposta? Forse il trash, cioè le scoaze, genera clic. Produce condivisioni. Fa ascolti. Fa anche soldi&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il rumore non è valore. È soltanto rumore: decibel, talvolta accattivanti, ma pur sempre decibel. Per questo, sempre più spesso, cambio canale o salto il post.E torno alla sobrietà di un Piero Angela. Una sobrietà che oggi qualcuno definirebbe &#8220;noiosa&#8221; e &#8220;lenta&#8221;, ma che aveva una qualità rarissima: rispettava l&#8217;intelligenza di chi ascoltava. Sempre. Non aveva bisogno di urlare, di scioccare o di provocare per lasciare un segno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, una nota personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caro Cruciani, se fossi fatto con la tua stessa pasta – e spero davvero che abbiano buttato lo stampo – ti direi di andare a fare in culo. Invece, caro Cruciani, preferisco invitarti di cuore a rileggere la tua parabola discendente con la stessa acutezza intellettuale che, qualche anno fa, ti riconoscevo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché gli ascolti possono crescere grazie al rumore, ma l&#8217;autorevolezza nasce da altro. E quella, una volta smarrita, è molto più difficile da ritrovare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buoni insulti e buoni decibel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot Rufus</p>
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		<title>IL TACCAGNO DOLOMITICO 2.  PANORAMA STUPENDO MA…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 15:50:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo aver passato una giornata intera a discettare, lamentandosi, su qualsiasi cosa avvenga all’esterno e all’interno di un rifugio (vedasi https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/), il taccagno dolomitico rientra finalmente a valle. E…E… non è finita. Perché il vero taccagno dolomitico non vive l’esperienza della montagna in modo autentico, ma,diversamente, la recensisce subito sui social in modo rancoroso, senza [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver passato una giornata intera a discettare, lamentandosi, su qualsiasi cosa avvenga all’esterno e all’interno di un rifugio (vedasi <a href="https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/" target="_blank" rel="noopener">https://www.amicodelpopolo.it/2025/06/20/il-taccagno-dolomitico-ovvero-quando-entri-in-un-rifugio-ricordati-che/)</a>, il taccagno dolomitico rientra finalmente a valle. E…<br>E… non è finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero taccagno dolomitico non vive l’esperienza della montagna in modo autentico, ma,<br>diversamente, la recensisce subito sui social in modo rancoroso, senza alcun elemento di valutazione oggettivo o consapevolezza dei luoghi.<br>Eccolo allora seduto in macchina, ancor prima di far rientro a casa, con gli scarponi sporchi di fango che naturalmente qualcun altro dovrà pulire, intento a compilare la sua grande vendetta digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Location molto bella.”<br>Già qui capisci che arriverà la coltellata improvvisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Panorama stupendo ma…”<br>Quel “ma” pesa più del crollo dell’intera parete di roccia sopra il rifugio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Prezzi elevati rispetto al paese giù di sotto dove già un caffè costava 1,50 euro.”<br>Incredibile scoperta effettuata a 2200 metri, dove pure l’acqua minerale arriva probabilmente più<br>stanca di lui, prima in teleferica e, poi, a spalla per alcune centinaia di metri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Personale poco sorridente.”<br>Certo. Dopo undici ore di lavoro, cento e ventisette coperti, due temporali improvvisi con il generatore saltato e tu che hai chiesto se per caso esistesse il sashimi di tonno e l’uramaki con doppia alga innaffiata di soia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Poca scelta nel menù.”<br>Lo dice sempre con l’aria offesa di chi si aspettava almeno una decina di portate, tre cucine tipiche<br>dolomitiche e quelle etniche, l’angolo crudité e il sommelier che gli spiegasse le note minerali del<br>Müller Thurgau e del Cartizze riserva guardando l’inizio del tramonto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Porzioni non abbondanti.”<br>Tradotto: hai ordinato prima patatine con salse, poi canederli al burro che hai divorato prendendone anche dal piatto di tua moglie, quindi cervo con polenta abbondante, strudel con un filino di zabaione, doppia grappa e volevi uscire rotolando fino all’inizio sentiero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Sentiero tenuto male.”<br>E qui il taccagno dolomitico raggiunge il nirvana della lamentela alpina. Perché aveva immaginato<br>evidentemente una passeggiata su pietra di Castellavazzo bocciardata per non scivolare, con<br>illuminazione a led fino al rifugio con presenza di foschia.<br>Ha trovato invece pietre, ghiaia, qualche radice, un poco di fanghiglia e perfino, scandalo assoluto,<br>qualche ramo caduto nel bosco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il CAI dovrebbe intervenire.”<br>Il CAI… Questa misteriosa entità mitologica che, secondo lui, dovrebbe presidiare ogni sentiero delle Dolomiti ventiquattr’ore su ventiquattro, spazzare le foglie ed il ghiaino impertinente che rende il passo instabile, drenare l’acqua piovana, sistemare i sassi instabili lato percorso e, possibilmente, accompagnarlo a braccetto nei tratti esposti, tra un bollo rosso e l’altro dipinto ogni cinque metri per non perdersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva il capolavoro finale della critica alpina contemporanea.<br>“Non torneremo. Click: una stella”</p>



<p class="wp-block-paragraph">La recensione, quindi, parte anche se tutta la famiglia gli ha detto di lasciar perdere perché è stata una gita straordinaria con un pranzo ricco e ghiotto quanto basta.<br>Ma il taccagno dolomitico non desidera la montagna in quanto tale con le sue bellezze e con le<br>indiscutibili emozioni che sa offrire. Il taccagno dolomitico desidera poter dire (nda: è con notevole<br>probabilità una sindrome da dover studiare) che mancava qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non cerca, dunque, alla fine di un percorso incantevole per arrivare magari in rifugio dove mangiare sobriamente qualcosa di buono, preparato con gusto e professionalità. Il taccagno dolomitico deve sempre cercare un villaggio turistico però col il prezzo dell’discount e l’inchino personalizzato all’ingresso da parte del gestore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per nostra fortuna (nostra perché sono così presuntuoso da ritenere che la maggior parte di voi<br>condivida questa analisi neppure tanto buffa…) la montagna ha un difetto tremendo: non si piega ai clienti. Quasi mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La montagna se ne frega. Ti lascia passare, se vuoi. Ti ospita per qualche ora. Ti concede anche un’alba o un tramonto che non meriti. Ma poi resta lì, immensa, silenziosa nel non dire e solenne<br>nell’osservarti piccolo, nelle tue miserie.<br>Mentre tu continui a discutere dei due euro di coperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot – Rufus</p>
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		<title>BIANCO, VERDE, GIALLO O NERO NON CAMBIA&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 17:58:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che personalmente anche io avrei fatto e farei per ogni situazione analoga si venisse a verificare per qualsiasi lavoratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mukhtar era, infatti, un dipendente impiegato regolarmente in una ditta della città, conosciuto da chi lavorava con lui come una persona seria, capace e volenterosa. È morto in un tragico incidente, tornando a casa dal lavoro, di notte, in bicicletta: ha pesantemente urtato un muro. Una fine assurda, che avrebbe meritato rispetto e silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece, sui social, non sono mancati commenti indegni e volgari: qualcuno ha persino ironizzato sostenendo che Mukhtar avrebbe scambiato il muro per un albero di banane. Parole di un povero mentecatto vigliacco che dicono molto più su chi le scrive che su chi non può e non poteva più difendersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Consiglio, la proposta è stata sostenuta da tutte le forze della minoranza, oltre che dalla Consigliere Mella e Stefani. Il consigliere Ferro non ha partecipato al voto. Si sono espressi contro i tre rappresentanti di Fratelli d’Italia e il Consigliere La Grua. Il resto della maggioranza si è invece astenuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato politicamente più rilevante resta comunque un altro: è il fatto che il Sindaco si è astenuto. Un’astensione che pesa come un macigno di fronte ad un gesto simbolico, un gesto minimo di solidarietà verso una famiglia colpita da una tragedia che il Sindaco avrebbe potuto fare in modo autorevole, andando oltre gli ordini e gli schemi di partito, facendo una scelta di coscienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto, la delibera per fortuna è passata con 10 voti favorevoli Un esito che lascia aperte molte domande, non tanto sul risultato finale, quanto sul significato politico e umano delle scelte fatte in aula.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>GRIDO DI UN NONNO SENZA APP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 18:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete. Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo. Ho fatto cose con le mani, con la testa, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete.             Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo.                                                                        Ho fatto cose con le mani, con la testa, con il tempo che avevo e con le doti che possedevo. Qualche volta ho anche sbagliato.                                                            Ho fatto tutto questo ed altro con l’intelligenza naturale, tanto o poco che fosse.    Ho fatto tutto questo con l’unica versione di me stesso, priva di aggiornamenti e di backup.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque, ieri mi avete detto grazie perché avevo realizzato il futuro. E oggi, invece, mi dite che non so più stare al mondo, anzi che devo stare fuori dal mondo perché non so cosa sia una app.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma io non ho un’app. Non ricordo la password.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so dove cliccare e non capisco come chiudere una pagina o fare una ricerca con la vostra intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volete capirlo o no?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo prenotare una visita medica… e mi chiedono uno SPID. Devo ritirare un referto… e mi mandano su un portale con una login ed una password impossibile. Devo pagare una bolletta… e mi dicono “<em>lo faccia online, è facile”</em>. Voglio guardare negli occhi miei nipoti … e mi dicono di fare una call in videochiamata “<em>perché è banale!”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Facile per chi? Banale per chi? Per voi che siete nati e cresciuti dentro questo linguaggio. Per me è come parlare una lingua che non ho mai sentito nè studiato, ma dalla quale dipende la verifica del mio colesterolo o uno dei miei parametri sanitari o il poter vedere il sorriso di mio nipote Marco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho mai chiesto né preso scorciatoie nella vita, quella stessa vita che adesso mi impone di chiedere aiuto per esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo aspettare un figlio, un nipote, un vicino. Devo chiedere con vergogna: “<em>quando hai tempo, mi fai questa cosa?”, “Mi scarichi quella cosa che non ho capito perché una volta c’è scritto doc e altre volte pdf?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni volta non mi tolgono un file, ma mi sottraggono un pezzo di dignità. Ma la cosa più grave non è questa. La cosa più grave è che, se sbaglio… resto indietro.  Se non capisco… perdo un appuntamento. Se non riesco… rinuncio a curarmi. Se non apro la app giusta… vengo deriso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora ditelo chiaramente: un anziano oggi può stare male, o peggio, perché non sa usare un’app che deve avere una benedetta password che ogni tre mesi deve essere aggiornata assieme alla versione 12.03.01 del software dello smartphone e che&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è accettabile.  Perché io non sono un errore da aggiornare. Non sono un sistema obsoleto da inizializzare. Non sono neppure un file da mettere nel cestino </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono ancora una persona che ha costruito il mondo in cui vivete e la realtà che state attraversando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progresso che esclude allora non è progresso. È solo una scorciatoia per smettere di prendersi cura degli altri. Se per avere un diritto serve essere “bravi con la tecnologia”, allora non stiamo andando avanti. Stiamo lasciando indietro chi ci ha portati fin qui. Stiamo escludendo padri e nonni, cioè anche me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una società che fa questo non è affatto moderna. È conformista, ma con una forma che non riesce ad includere valori e saperi, sensibilità e vissuti. È una società che, alla fine, è solo più sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se devo sentirmi alienato nel posto che ho contribuito a creare e costruire, allora non è il futuro ad essere avanzato. È il presente ad aver dimenticato e a diventare civilmente retrogrado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>
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		<title>IL SILENZIO DI FORCELLA GRAVA – LA TRAGEDIA DEL GIUGNO &#8217;96</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 13:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago. Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, composta da undici persone, era risalita su un pulmino e un’auto, facendo meta verso le montagne dell’Alpago che già dalla pianura si intravedevano lontane, sulla destra rispetto all’asse autostradale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alle ore 15.50, dunque – non quando la montagna è ancora accogliente e, in qualche modo, indulgente, ma quando il tempo comincia a correre veloce e il giorno perde le sue ore – iniziano a percorrere i sentieri di quella che diventerà un’escursione tragica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Dalla Malga di Pian delle Laste, a circa 1.350 metri, salgono con un’idea in realtà logica e semplice: raggiungere il Rifugio Semenza, a 2.020 metri, seguendo il sentiero CAI 924 ed effettuando così una sorta di periplo del Monte Guslon. Una linea tracciata sulle mappe da tempo, una promessa da mantenere, fatta al gruppo dal capo gita durante una serata in un ristorante sul Lago di Garda.<br>Un itinerario che si compie di norma in 3.30/3.45, qualcosa più di 4.00 ore per i poco allenati e che, come tale, rientrava nelle capacità tecniche del gruppo, anche se l’orario di partenza non era stato tra i più indicati, nonostante le effemeridi fosse molto pronunciate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sentiero si snodava lungo i crinali della montagna senza particolari difficoltà tecniche. Qualche sosta di troppo, forse, già nella parte iniziale per consentire agli ultimi di ricongiungersi ai primi del gruppo. Ulteriori tappe prive di un motivo apparente, qualcuna per delle vesciche ed altre per fotografie di alcuni fiori, che allungano i tempi oltre il lecito iniziano a sforare la tabella di marcia in modo piuttosto marcato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, alcune nuvole cominciavano ad appoggiarsi alle pareti, mentre un’aria fredda faceva ondeggiare le cime dei larici, deliziosa cornice dell’itinerario prescelto. Nulla, però, lasciava presagire il peggio.                                                                            A Casera Pian di Stele, poco sopra i 1.400 metri, quella linea prescelta per l’escursione invece si perde. Il tempo cambia in modo repentino, tanto che intorno alle 19.30 il cielo inizia a rilasciare goccioloni freddi. La temperatura varia abbassandosi di svariati gradi. Il sole è scomparso e non illumina più i monti attorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo si ferma, qualcuno si veste, altri si ristorano con dei panini e delle tavolette di cioccolata che vengono fatte girare fra tutti.<br>Piove. Prima in modo calmo e ritmato, poi violento. Serve ripartire velocemente e portarsi quanto prima verso il rifugio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio a pochi metri dalla Casera si compie l’errore che si rivelerà tragico da parte del capo gita. Un errore di direzione, una deviazione netta, quasi di novanta gradi, sulla sinistra, dove si sale decisamente invece di traversare dolcemente. Si guadagna quota troppo in fretta andando così verso l’ignoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cadono anche i primi fiocchi di neve, misti ad acqua. Neve inaspettata e improvvisa: non è neppure fine giugno.<br>Inizia a serpeggiare la stanchezza e compaiono le prime crisi di panico delle escursioniste più giovani. La comitiva si allunga inevitabilmente lungo il conoide di ghiaia che sale ripido verso la forcella, al cui apice pensano si trovi il rifugio: è l’obiettivo.<br>Il vento spira forte. Raffredda la superficie bagnata creando prima un sottilissimo strato di ghiaccio, poi un verglass insidioso che compatta ghiaia e roccia in un tutt’uno. Più in alto nevica fitto e la visibilità diminuisce. La montagna ora sembra diventare più cattiva, o è così che sembrano aver pensato gli escursionisti quasi subito, alle prime avvisaglie delle difficoltà.<br>Il gruppo inizia a sfilacciarsi, la comunicazione si interrompe, anzi si sentono solo grida scomposte, via via più forti. Alcuni scivolano, faticando a restare in piedi, altri procedono a carponi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La zona sottostante Forcella Grava Piana, a 1.924 metri, li accoglie dunque ormai in pieno ambiente invernale. La dorsale del Monte Pianina, aperta, spoglia ed esposta, sembra un muro che non concede tregua. Dalle cime scende un vento gelido. E il tempo cambia ulteriormente con l’inizio di una bufera di rara intensità che porta con sé neve che si appiccica ovunque, vento forte, quasi esplosivo, freddo. Tanto freddo. I fulmini scaricano la loro potenza sulle creste. Il bagliore squarcia per pochi istanti la nebbia densa che avvolge ormai tutti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="964" height="644" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg" alt="" class="wp-image-2019" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg 964w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-600x401.jpeg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-768x513.jpeg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-750x501.jpeg 750w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Senza ramponi ogni passo è incerto. Cadono ancora. Mani e piedi iniziano a dolere per il freddo. Nessuno ha i guanti e tenere le mani in tasca aumenta solo le cadute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutta la comitiva, invece di pensare a un prudente rientro, insiste nel salire di quota perché il rifugio è lassù, a poche centinaia di metri, non può che essere lassù.                                                                                                                                                            Alla fine la fatica diventa crampo. Il crampo diventa immobilità. Le cadute aumentano. Tutti rallentano. Inizia a serpeggiare la paura. Un timore reale, perché ora si comincia a cadere in modo pericoloso lungo il sentiero, ormai sempre più ripido. O forse alcuni iniziano a uscire dal sentiero, salendo a caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Angelo, che si trova più in alto di tutti, è molto affaticato e con evidenti sintomi di congelamento; viene forse interessato da un fulmine caduto là vicino. Carla è, invece, ferma ormai da qualche minuto, spossata dalla fatica e dal freddo: non ha capi tecnici con cui vestirsi; quello che aveva con sé lo ha già tutto addosso, una maglia di pile leggero e una giacca di tessuto.<br>Sente le voci delle altre persone farsi flebili, lontane, indecifrate tra qualche strepito che si perde rimbalzando tra le pareti di roccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’uomo tenta di rialzarsi, ma il freddo lo ghermisce. Non si muove più. La moglie lo chiama con forza. Poi più nulla. All’inizio arriva un assopimento sottile e ingannevole. Le palpebre si fanno pesanti, i pensieri rallentano, il freddo sembra attenuarsi, ma non è così.<br>La donna resta accanto al marito, pochi metri più sotto, forse incapace di arrivargli vicino. Resiste finché può. Poi il freddo intenso vince anche lei. L’assideramento è letale per entrambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo, la disperazione investe gli altri membri del gruppo che, presi dal panico, si sparpagliano nel tentativo di portarsi a valle. I movimenti diventano via via più incerti. Scendono come possono, inciampando e scivolando sulla neve e sul ghiaccio, sulla ghiaia e sulla roccia, materia tutta uguale nel dramma che stanno vivendo. Cadendo si feriscono alla schiena: abrasioni profonde che bruciano, poi smettono di farsi sentire. Il torpore prende alcuni di loro, rallentando la progressione. Qualcuno si siede per riprendere fiato e fatica a rialzarsi. Strisciano come possono, sul dorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, al Rifugio Semenza, l’attesa diventa sospetto. Il gruppo non arriva. Cala la sera velocemente scossa da condizioni meteo che di rado si vedono così intense a giugno. Sono, infatti, oltre due ore di ritardo rispetto a quanto comunicato il giorno prima e confermato al mattino, poco prima di partire da parte del capo gita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione è reale perché motivata, l’allarme, quindi, è pressoché scontato da parte del gestore che, poco dopo le 21.35, chiama il 118 e direttamente il Soccorso Alpino della locale Stazione dell’Alpago.&nbsp;Poi la linea si guasta per le condizioni meteo straordinariamente inclementi per la stagione e verrà rispristinata solo qualche giorno più tardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A muoversi per primi sono alcuni uomini del Soccorso Alpino dell’Alpago, che salgono velocemente sino al rifugio percorrendo i due sentieri più ovvi, non essendo nota la pianificazione fatta dal gruppo.<br>Non trovano nessuno né all’andata né al ritorno, reso complesso dal ghiaccio che ricopre come una patina insidiosa tutto il tracciato. Capiscono che la situazione non è affatto banale. Chiamano altri nove volontari della stessa Stazione, dando indicazioni di avere al seguito vestiario molto pesante e ramponi. Anche qualche piccozza è consigliata, se c’è da rimuovere il ghiaccio lassù in alto, dove è presente senza soluzione di continuità oltre i 1.700 metri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’allarme è intanto partito anche per la Stazione di Belluno, che muove i suoi primi sei uomini, alcuni dei quali erano impegnati in un concerto di canti di montagna e che abbandonano immediatamente. Vengono allertati anche i Vigili del Fuoco, presenti con otto uomini effettivi in ambiente.<br>Arrivano poi gli altri volontari della Stazione di Belluno, uno dei quali viene lasciato in magazzino per raccordare le comunicazioni radio e quelle, molto difficili, effettuate con i telefonini. Lo stesso verrà poi sostituito da un altro volontario, dovendosi recare in ospedale per raccogliere le testimonianze dei primi feriti, e raggiunto poco dopo da un secondo volontario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2023" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg 649w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-380x600.jpg 380w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-768x1212.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-973x1536.jpg 973w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-750x1184.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-1140x1799.jpg 1140w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1.jpg 1167w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Inquadramento dei luoghi. Fonte. Carta Tabacco.</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sul campo ci sono dunque ventisette uomini del Soccorso Alpino, con la presenza di un medico, affiancati successivamente da otto Vigili del Fuoco che svolgono una serie di importanti funzioni logistiche e di raccordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando salgono, gli uomini del Soccorso Alpino non salgono leggeri. I ramponi li hanno. Avanzano lenti sul ghiaccio. Sanno che ogni chiamata ha già una forma definita, anche se non ha ancora un esito. In questa, la forma è chiara: fare tardi, perdere tempo, con il tempo che accenna a cambiare, può diventare fatale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel vento che spinge di lato, con il freddo che entra nelle mani, i soccorritori avanzano uno alla volta lungo il sentiero o a piccole squadre, seguendo le labili tracce lasciate a terra nei movimenti dissociati degli escursionisti. Altri si dispongono a ventaglio nel tentativo di ritrovare le persone. La progressione con i ramponi sul ghiaccio è concentrazione pura. Ogni passo va guadagnato in sicurezza.<br>Quando trovano i sopravvissuti, l’emozione non esplode. Si contrae. Si lavora. Si copre. Si parla con voce bassa. Il cuore, per ora, aspetta. Le ore passano come la fatica accumulata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è facile ritrovarli tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni soccorritore sente il limite avvicinarsi, ma non può permetterselo. Perché se cadi tu, qui, diventi parte del problema. Qui il soccorso non corre. Resiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si presume di averli raggiunti tutti, ma il dato non è certo poiché nella estrema confusione testimoniale sembrerebbero mancare ancora due o tre persone.&nbsp;Alcuni dei soggetti individuati sono feriti, anche in modo molto grave. Tutti comunque in uno stato ipotermico marcato. Alcuni presentano seri principi di congelamento e giacciono a terra, incapaci di muoversi; altri hanno profonde ferite lacero-contuse al dorso e sono sparsi sulle ghiaie del conoide imbiancato. Solo due, ad eccezione di qualche abrasione al volto e alle mani, non mostrano altri segni evidenti sul corpo, se non il terrore negli occhi e un marcato stato confusionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il medico del Soccorso Alpino fa quello che può con il contenuto dei due zaini sanitari portati al seguito. Stabilizza i pazienti là dove è possibile farlo, medicalizza con il materiale che si esaurisce velocemente.<br>Nessuno si era immaginato di soccorrere una comitiva così numerosa. Si pensava a quattro o cinque persone al massimo. D’altro canto, con la linea interrotta del rifugio, non era stato possibile raccogliere altre informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sono trascinati sul terreno gelato senza ramponi, strisciando su ghiaia e roccia. Vengono immobilizzati e coperti, per quanto possibile, con gli stessi indumenti dei soccorritori. Alcuni vengono condotti alla casera; altri, i feriti, assicurati alle barelle e con lentezza fatti scendere più in basso.<br>Il trasporto è lento e faticoso. I soccorritori procedono a turno, passo dopo passo, su un terreno che più in basso non presenta più verglass, ma resta instabile a causa del fango inzuppato dal violento temporale che ha colpito l’area a quota inferiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le soste sono brevi, necessarie. Qualcuno geme sulle barelle, qualcuno non parla più. Così per lunghe ore della notte, in un andare e venire convulso ed estremamente faticoso che prova duramente anche il personale del Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco che, nell’ultimo tratto, coadiuvano le operazioni.<br>Raggiunta la strada, vengono caricati sulle ambulanze e trasferiti all’ospedale di Belluno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Pronto Soccorso l’ingresso è rapido e ordinato. Le barelle entrano una dopo l’altra. I vestiti vengono tagliati via, le mani sono livide, i corpi rigidi per il freddo. I medici parlano a bassa voce, controllano parametri, annotano valori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il volontario del Soccorso Alpino di Belluno cerca di strappare qualche notizia certa sul numero di persone facenti parte del gruppo, sui nomi e cognomi, ma non c’è tempo. Lo stato di shock e l’impossibilità materiale di parlare non offrono indizi precisi e puntuali. C’è solo molta confusione, che si somma a quella già presente sul campo e che ancora non consente di stabilire il numero esatto delle persone coinvolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due soggetti – una ragazza e un ragazzo – vengono trasferiti in rianimazione. Intubazione, monitor, flebo. Il freddo non è solo sulla pelle, è dentro. Gli altri finiscono in chirurgia per le ferite al dorso causate dal trascinamento prolungato su rocce e ghiaia gelata.<br>Le informazioni arrivano, per forza di cose, a frammenti, passando rapidamente di reparto in reparto. Si apprende solo che le due persone più anziane, identificate come capigruppo, si trovavano molto in alto e che si era perso quasi subito il contatto visivo e uditivo. Nessuna certezza, dunque, se non quella della pioggia fortissima che batteva con violenza le ampie vetrate del Pronto Soccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo, gli uomini del Soccorso Alpino che si trovavano più in alto, ai quali si erano aggiunti quanti non erano più necessari per il trasporto dei feriti, puntano dritti alla forcella nel tentativo di rinvenire le altre due persone che sembravano mancare all’appello nella comprensibile confusione dei dati.<br>Si muovono nella bufera di neve quasi tentoni, rastrellando a pettine il terreno e mantenendo il contatto radio. Quando arrivano poco sotto la forcella spazzata dall’inclemenza del vento, si arrestano. Non è più una ricerca: è una scena drammatica. I corpi giacciono a terra immobili e senza vita, raggomitolati in modo innaturale, coperti da mezza spanna di neve. Uno dei due ne ha qualche centimetro in più: il segno inequivocabile di chi è morto per primo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il silenzio dice tutto prima delle parole. Davanti a un corpo senza vita non c’è sorpresa. C’è una pausa interiore, breve, trattenuta. Un respiro sofferto, che viene esorcizzato con parole talvolta prive di senso, ma necessarie per poter andare avanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ha senso muoverli ora. Sarebbe inutilmente faticoso e pericoloso. Sono quasi le tre di notte. Manca anche il raccordo con l’Autorità giudiziaria. È preferibile attendere. I soccorritori scendono quindi alla Casera di Pian delle Laste, raggiunta poco dopo le quattro del mattino, quando l’alba si preannuncia con i primi raggi ancora lontani, ma sufficienti a rischiarare la neve presente a terra. Una manciata di centimetri che rende il luogo irreale, quasi fatato, e ancora più sconvolgente dopo quanto accaduto nella notte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è modo di riprendere fiato, concedersi qualche decina di minuti di riposo, mentre ci si coordina con Belluno per il recupero con l’elicottero del 118 di Pieve di Cadore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il giorno successivo l’elicottero del Soccorso Alpino torna sul posto per il recupero delle salme. L’autorizzazione arriva dopo esitazioni: il verglass nella parte alta e la neve instabile rendono l’area estremamente pericolosa. Il recupero richiede ore. Quattro, cinque. Il tempo necessario per raggiungere i corpi, metterli in sicurezza e ricomporli, calarli con attenzione, metro dopo metro, evitando scariche e scivolate, fino a una piazzola ghiaiosa utile al recupero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rumore delle pale scandisce l’attesa. A terra si lavora in silenzio, concentrati. Nessun gesto è superfluo.                                      I corpi vengono traslati più a valle, dove le strade carrabili consentono il trasferimento fino al punto indicato dall’Autorità giudiziaria. È l’ultimo passaggio. Tecnico. Definitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I soccorritori, dopo aver raccolto i materiali e gli effetti personali delle due persone decedute, iniziano una discesa veloce, resa ancora fastidiosa dal ghiaccio che fatica a sciogliersi, nonostante il cambiamento delle temperature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando arrivano a valle, non c’è sollievo. Sono le 11.45. C’è silenzio. Quello che resta dopo aver fatto tutto il possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nota finale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste non sono storie eccezionali. Sono storie che si ripetono con una frequenza sempre maggiore sulle nostre montagne. Non diamo giudizi affrettati, ma meditati. Sono spesso tragedie che sarebbero potute essere evitate non perché la montagna cambi, ma perché può cambiare il modo in cui viene affrontata.<br>L’approccio corretto diventa allora lo snodo vero, quello che elimina le euristiche e tenta di ricondizionare il nostro sapere, il nostro pianificare e l’andare in montagna.<br>Prevenzione significa conoscere i propri limiti e riconoscere quelli degli altri. Saper rinunciare, correggere il possibile errore, fermarsi prima è uno degli obiettivi non detti che dovremmo sempre portare con noi, prima che nello zaino, nella testa.             La montagna non chiede promesse né atti eroici. Chiede prima umiltà, poi attenzione, cioè prudenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BOX TECNICO (Riferimento Carta Tabacco e rapporti CNSAS e testimonianze dirette).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Zona dell’incidente:</strong>&nbsp;Prealpi Bellunesi – area Pian delle Laste / Monte Pianina / Forcella Grava Piana</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quote principali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Casere di Pian delle Laste: 1.350 m</li>



<li>Casera Pian di Stele: 1.420 m</li>



<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sentieri ed altre aree</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>CAI n. 924: itinerario corretto verso Rifugio Semenza.</li>



<li>CAI n. 972: itinerario erroneo di salita da Pian de le Laste verso Forcella Grava Piana.</li>



<li>Sentieri secondari di dorsale: tracciati esposti e non protetti</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Condizioni ambientali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Freddo intenso con – 2/4 C°.</li>



<li>Vento forte &gt; 50/60 km/h (fenomeno windchill)</li>



<li>Presenza di verglass diffuso al suolo da 1.550 circa a quota 1.940.</li>



<li>Presenza di ca. 12/15 cm. di neve appena sotto Forcella Grava Piana e sino al suo apice.</li>



<li>Presenza di 3/4 cm. di neve da ca. 1350 che ha ricoperto il vergalss in una fase successiva rendendo davvero insidiosa la progressione.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durata temporale:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Soccorso del 22 e 23 giugno1996:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 43 Operatori del Soccorso Alpino, n. 15 VVF e n. 9 personale 118, di cui:<ul><li>CNSAS: n. 29 + 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago (e di Belluno, di cui n. 1 medico e n. 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza;</li></ul><ul><li>CNSAS: 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago e di Belluno, di cui 1 medico e 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza</li></ul><ul><li>Vigili del Fuoco: 8 unità + 2 ai mezzi + 5 unità;</li></ul>
<ul class="wp-block-list">
<li>Personale 118: 3 ambulanze e 1 automedica + 1 elicottero con medico.</li>
</ul>
</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Diagnostica infortunati</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 2 persone decedute</li>



<li>n. 9 feriti, di cui n. 2 in imminente pericolo di vita, n. 3 di media gravità e n. 4 di lieve entità.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">NOTA DELL’AUTORE:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, rielaborati in forma narrativa. Le considerazioni conclusive sulla prevenzione rappresentano una riflessione personale dell’autore e non costituiscono un accertamento di responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 13:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.<br>Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno ancora promesso nel 2019 e mai attivato solo per fare un esempio) e un tasso di invecchiamento pauroso, … allora l’astensione diventa il colpo di grazia.<br>Chi governa potrà dire che “gli elettori hanno scelto”. Ma la verità è che ha scelto una minoranza, mentre la maggioranza si è arresa.<br>E la politica – quella che ama riempirsi la bocca con “la montagna non sarà lasciata indietro” – userà proprio questa resa come alibi perfetto.<br>No, non va bene così.<br>Non è normale che la provincia più fragile del Veneto sia anche la meno rappresentata.<br>Non è normale che chi vive qui debba accettare di contare la metà perché vota la metà.<br>Non è normale che il silenzio diventi un lasciapassare per altri anni di nostre lamentele e promesse dall’altra, tagli, centralizzazioni e servizi sempre più lontani dalle terre alte.<br>Con il 35,29% di affluenza, Belluno non manda un messaggio ai politici. Firma la propria irrilevanza. E l’irrilevanza, oggi, è la vera condanna a morte della montagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>IL CARRO DEI VINCITORI, ALVAREZ E… (dove si sale e scende con una velocità strabiliante perché siamo in Italia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 08:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[L’altro ieri Jannik Sinner era di nuovo “finito”.Spodestato dal numero uno del ranking, discusso per le tasse pagate a Montecarlo — con Bruno Vespa, puntuale come sempre, a colpire strisciando e a dimenticare centinaia di altri nomi illustri — e criticato da Nicola Pietrangeli per la mancata partecipazione alle fasi finali di Coppa Davis.Nel giro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’altro ieri Jannik Sinner era di nuovo “finito”.<br>Spodestato dal numero uno del ranking, discusso per le tasse pagate a Montecarlo — con Bruno Vespa, puntuale come sempre, a colpire strisciando e a dimenticare centinaia di altri nomi illustri — e criticato da Nicola Pietrangeli per la mancata partecipazione alle fasi finali di Coppa Davis.<br>Nel giro di ventiquattr’ore, il “popolino” mediatico, quello che misura il valore umano e sportivo di un atleta in base alla diretta TV o all’hashtag del giorno, ha iniziato a scendere dal solito carro dei vincitori e dal suo, in particolare.<br>“Non è più quello di una volta”, “si è montato la testa”, “non ama l’Italia” — frasi trite, già pronte all&#8217;uso, bastava aprire il solito cassetto, come sempre del resto.<br>Poi, puntuale come il riflesso condizionato di un pubblico senza memoria, Jannik torna oggi numero uno.<br>E gli stessi che lo davano per finito sino al primo pomeriggio, ora risalgono in fretta sul suo carro, con le loro scalette e le loro scuse non dette, pronti a intonare di nuovo l’inno del vincitore.<br>Possibile, cazzo, che debba sempre andare così?<br>Sì, finché continueremo a confondere la passione per lo sport con il tifo da bar, il giornalismo sportivo di bassa lega (quello di Vespa che confonde anche i nomi) con il pettegolezzo, e l’orgoglio nazionale con il bisogno infantile di sentirci parte di un successo che non ci appartiene.<br>Sinner, intanto, resta per fortuna quello di sempre: educato, silenzioso, concentrato. Soprattutto campione, anche se dovesse perdere gli Open in Australia e, ancora, il Rolland Garros.<br>A parlare per lui è il campo, non le chiacchiere il più delle volte infarcite di invidia ed animo malmostoso.<br>Ed è forse proprio questo, alla fine, che dà più fastidio: la serenità di chi non ha bisogno di piacere a tutti per vincere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>PAPÀ </title>
		<link>https://fabiobristotrufus.it/2025/10/15/papa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 13:55:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Ti accarezzo la mano, ho sentito i calli farsi dolci, Ti accarezzo il braccio, ho sentito le vene farsi fragili. Ti accarezzo il viso, ho sentito la pelle farsi profumata. Ti sfioro il cuore diventato lento. Ti sfioro il cuore diventato titubante. Ti sfioro il cuore diventato, ora, tenero. Ti accarezzo e Ti sfioro. Ora, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ti accarezzo la mano, ho sentito i calli farsi dolci,</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti accarezzo il braccio, ho sentito le vene farsi fragili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti accarezzo il viso, ho sentito la pelle farsi profumata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti sfioro il cuore diventato lento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti sfioro il cuore diventato titubante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti sfioro il cuore diventato, ora, tenero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti accarezzo e Ti sfioro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, papà, lasciami baciare il tuo viso diventato luce e il tuo sorriso diventato addio. A Dio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato talvolta un rapporto conflittuale dove non ci siamo compresi ed abbracciati come meritavano di fare per appartenerci. Sono riuscito a farlo forse troppo tardi, ma lo ho fatto, anzi lo abbiamo fatto assieme: quel calore che sono certo entrambi abbiamo avvertito in questi mesi e del quale ci siamo nutriti sorridendo con il cuore, ti ha dato gioia autentica &#8211; lo vedevo dagli occhi &#8211; e mi ha ridato la tenerezza di cui avevo bisogno e della quale in questo momento non posso fare a meno.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie, papà, per quanto hai fatto per noi. Sarai per sempre luce dolce e ricordo di un padre forte, pur nelle tue debolezze, di un padre tenace e caparbio.bUn papà che non si è mai genuflesso alla malattia grazie alla tua straordinaria voglia di esserci. Un papà che ha saputo salutarci con stile ed eleganza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti dedico queste parole. Sono per te. Grazie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio, tuo figlio</p>
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		<title>BI(O)DECALOGO SOCIAL…</title>
		<link>https://fabiobristotrufus.it/2025/09/30/biodecalogo-social/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Sep 2025 07:32:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160;Prima di pubblicare, pensa: è utile, è vero, è gentile… o è solo il tuo ego che sta premendo “invio”? &#160;Avere un profilo non fa di te un esperto. Nemmeno se hai letto un articolo (senza capirlo) e l’hai pure condiviso con faccina pensosa. &#160;Controllare le fonti non è da sfigati, è da adulti. Se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/808583f6-c470-4b35-9fc7-9fc4ab20fd07" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Prima di pubblicare, pensa: è utile, è vero, è gentile… o è solo il tuo ego che sta premendo “invio”?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/45d3dd3a-8e7d-47d3-82e5-331b1bb93998" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Avere un profilo non fa di te un esperto. Nemmeno se hai letto un articolo (senza capirlo) e l’hai pure condiviso con faccina pensosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/9b29e84d-c1ec-4b38-acbc-676208dafc7f" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Controllare le fonti non è da sfigati, è da adulti. Se poi la tua fonte è “un mio cugino”, forse è meglio tacere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/5c89347d-f3cd-46e5-a4f2-f425980d9f85" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Scrivere in maiuscolo non ti dà più ragione. Ti dà solo più fastidio (a chi legge).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/e15230a8-6eea-44be-91f5-2383ede92b90" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Rispetta il pensiero altrui. Anche se non lo capisci. Anzi, soprattutto se non lo capisci.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/6fa05f59-ddd2-4049-93c4-f5d514515d89" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;&nbsp;Non confondere il “ho letto due post” con “ho una laurea in astrofisica”. Dunning e Kruger ti stanno guardando, e scuotono la testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/8678a049-42a5-49f9-9198-459857b5cb76" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Se non sai di cosa stai parlando, il silenzio è ancora gratuito. E non va in scadenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/e74e32dc-dccc-481e-8fbb-4b8b1386e435" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Un meme non è un argomento. È solo un’immagine con scritte grosse (spesso sbagliate).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/55d37158-8859-4bcc-a0a0-0d1ca05c5ea3" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;&nbsp;Commentare a caso è come lanciare sassi nel buio: potresti colpire qualcuno, ma non farai mai centro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/ca685645-4d3a-4884-a5c5-bf4936f64538" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;&nbsp;La libertà di parola non include il diritto alla ragione automatica. Anche se hai più like di Einstein.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/b22a5c50-a7ca-4a2c-b846-af6623ff8c22" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Condividere notizie false ti rende parte del problema. E no, “era solo per far riflettere” non ti salverà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/e4368a37-93ff-4511-b3d5-c8dc98418845" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Non serve avere un’opinione su tutto. A volte si può anche solo ascoltare. O tacere. O andare a fare una passeggiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/49d5befc-4417-4037-8ff2-0b031402445b" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Ricordati: anche se sei convinto di avere ragione, potresti avere torto. Succede a tutti. Ma più spesso a chi è molto, molto convinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/40360dbf-0092-467a-b38a-cfc04f33bf66" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Lo “sgrammaticatore seriale” non è un ribelle, è solo pigro. Usa la punteggiatura: non è una teoria del complotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/8126a5f3-afae-4535-b53a-549114bff96c" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;L’umiltà non fa perdere follower. Ma ti salva dalla figura barbina di pontificare su cose che ignori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/a157152c-9f75-4bb6-8307-caaa07af0c3b" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Non serve “avere sempre qualcosa da dire”. Anche il silenzio è un contenuto. E spesso è di qualità superiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/ca3d551c-4b32-4740-bce2-3e66f99e3667" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Il “secondo me” non è un lasciapassare per dire qualsiasi sciocchezza. È solo un’introduzione: il resto conta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/5c3f15f4-d292-4e1f-8469-fb264e1746e9" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Bloccare chi non la pensa come te non ti rende forte. Ti rende solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/f7fd2c20-5207-41bf-9914-18044dc5a35d" alt="&#x1f4cc;">&nbsp;Ogni tanto chiediti: &#8220;E se fossi io quello che non ha capito niente?&#8221; Spoiler: potrebbe essere proprio così.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" width="16" height="16" src="blob:https://fabiobristotrufus.it/044bde02-0055-4f19-86ed-502e39bd2b34" alt="&#x1f4cc;"> Se ti senti il più intelligente in ogni discussione online… potresti essere semplicemente il più rumoroso. O il più ignaro (saluti sempre da Dunning e Kruger).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>Una donna salva una donna. Venti uomini vigliacchi guardano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 07:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Marostica, Vicenza dunque, sabato sera. Un uomo col coltello in mano colpisce la sua ex moglie. La colpisce al volto, al torace, alle braccia. Cade a terra. Lui continua a prenderla a pugni, la trascina per i capelli.Le grida riempiono la sala slot. Il sangue scorre. L’aria si blocca.Ci sono almeno venti uomini presenti. Nessuno [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Marostica, Vicenza dunque, sabato sera. Un uomo col coltello in mano colpisce la sua ex moglie. La colpisce al volto, al torace, alle braccia. Cade a terra. Lui continua a prenderla a pugni, la trascina per i capelli.<br>Le grida riempiono la sala slot. Il sangue scorre. L’aria si blocca.<br>Ci sono almeno venti uomini presenti. Nessuno si muove. Nessuno.<br>Poi una figura si alza. Non è un uomo. È una donna di quasi settant’anni, secondo il TGR<br>Non ha forza fisica. Non ha armi. Ma ha quello che manca agli altri: il coraggio dei giusti.<br>Si avvicina. Parla alla vittima. Le dice: “Nasconditi dietro alle macchinette”.<br>Chiama i carabinieri. Sta lì. Non scappa. Resta. Fa quello che venti uomini non fanno.<br>La donna aggredita è viva grazie a lei.<br>Grazie a una sconosciuta che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora non posso che vergognarmi.<br>Vergognarmi per quei venti uomini muti. Immobili. Impotenti e soprattutto complici del sangue<br>Ma posso e devo dire anche un grazie: grazie a quella donna che ha avuto il coraggio di ricordarci cosa significa essere vivi dentro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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