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	<title>Montagna &#8211; Fabio Bristot</title>
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	<title>Montagna &#8211; Fabio Bristot</title>
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		<title>IL SILENZIO DI FORCELLA GRAVA – LA TRAGEDIA DEL GIUGNO &#8217;96</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 13:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago. Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, [&#8230;]]]></description>
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<p>La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago.</p>



<p><br>Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, composta da undici persone, era risalita su un pulmino e un’auto, facendo meta verso le montagne dell’Alpago che già dalla pianura si intravedevano lontane, sulla destra rispetto all’asse autostradale.</p>



<p>Alle ore 15.50, dunque – non quando la montagna è ancora accogliente e, in qualche modo, indulgente, ma quando il tempo comincia a correre veloce e il giorno perde le sue ore – iniziano a percorrere i sentieri di quella che diventerà un’escursione tragica.</p>



<p><br>Dalla Malga di Pian delle Laste, a circa 1.350 metri, salgono con un’idea in realtà logica e semplice: raggiungere il Rifugio Semenza, a 2.020 metri, seguendo il sentiero CAI 924 ed effettuando così una sorta di periplo del Monte Guslon. Una linea tracciata sulle mappe da tempo, una promessa da mantenere, fatta al gruppo dal capo gita durante una serata in un ristorante sul Lago di Garda.<br>Un itinerario che si compie di norma in 3.30/3.45, qualcosa più di 4.00 ore per i poco allenati e che, come tale, rientrava nelle capacità tecniche del gruppo, anche se l’orario di partenza non era stato tra i più indicati, nonostante le effemeridi fosse molto pronunciate.</p>



<p>Il sentiero si snodava lungo i crinali della montagna senza particolari difficoltà tecniche. Qualche sosta di troppo, forse, già nella parte iniziale per consentire agli ultimi di ricongiungersi ai primi del gruppo. Ulteriori tappe prive di un motivo apparente, qualcuna per delle vesciche ed altre per fotografie di alcuni fiori, che allungano i tempi oltre il lecito iniziano a sforare la tabella di marcia in modo piuttosto marcato.&nbsp;</p>



<p>Intanto, alcune nuvole cominciavano ad appoggiarsi alle pareti, mentre un’aria fredda faceva ondeggiare le cime dei larici, deliziosa cornice dell’itinerario prescelto. Nulla, però, lasciava presagire il peggio.                                                                            A Casera Pian di Stele, poco sopra i 1.400 metri, quella linea prescelta per l’escursione invece si perde. Il tempo cambia in modo repentino, tanto che intorno alle 19.30 il cielo inizia a rilasciare goccioloni freddi. La temperatura varia abbassandosi di svariati gradi. Il sole è scomparso e non illumina più i monti attorno.</p>



<p>Il gruppo si ferma, qualcuno si veste, altri si ristorano con dei panini e delle tavolette di cioccolata che vengono fatte girare fra tutti.<br>Piove. Prima in modo calmo e ritmato, poi violento. Serve ripartire velocemente e portarsi quanto prima verso il rifugio.</p>



<p>Proprio a pochi metri dalla Casera si compie l’errore che si rivelerà tragico da parte del capo gita. Un errore di direzione, una deviazione netta, quasi di novanta gradi, sulla sinistra, dove si sale decisamente invece di traversare dolcemente. Si guadagna quota troppo in fretta andando così verso l’ignoto.</p>



<p>Cadono anche i primi fiocchi di neve, misti ad acqua. Neve inaspettata e improvvisa: non è neppure fine giugno.<br>Inizia a serpeggiare la stanchezza e compaiono le prime crisi di panico delle escursioniste più giovani. La comitiva si allunga inevitabilmente lungo il conoide di ghiaia che sale ripido verso la forcella, al cui apice pensano si trovi il rifugio: è l’obiettivo.<br>Il vento spira forte. Raffredda la superficie bagnata creando prima un sottilissimo strato di ghiaccio, poi un verglass insidioso che compatta ghiaia e roccia in un tutt’uno. Più in alto nevica fitto e la visibilità diminuisce. La montagna ora sembra diventare più cattiva, o è così che sembrano aver pensato gli escursionisti quasi subito, alle prime avvisaglie delle difficoltà.<br>Il gruppo inizia a sfilacciarsi, la comunicazione si interrompe, anzi si sentono solo grida scomposte, via via più forti. Alcuni scivolano, faticando a restare in piedi, altri procedono a carponi.</p>



<p>La zona sottostante Forcella Grava Piana, a 1.924 metri, li accoglie dunque ormai in pieno ambiente invernale. La dorsale del Monte Pianina, aperta, spoglia ed esposta, sembra un muro che non concede tregua. Dalle cime scende un vento gelido. E il tempo cambia ulteriormente con l’inizio di una bufera di rara intensità che porta con sé neve che si appiccica ovunque, vento forte, quasi esplosivo, freddo. Tanto freddo. I fulmini scaricano la loro potenza sulle creste. Il bagliore squarcia per pochi istanti la nebbia densa che avvolge ormai tutti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="964" height="644" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg" alt="" class="wp-image-2019" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg 964w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-600x401.jpeg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-768x513.jpeg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-750x501.jpeg 750w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p>Senza ramponi ogni passo è incerto. Cadono ancora. Mani e piedi iniziano a dolere per il freddo. Nessuno ha i guanti e tenere le mani in tasca aumenta solo le cadute.</p>



<p>Tutta la comitiva, invece di pensare a un prudente rientro, insiste nel salire di quota perché il rifugio è lassù, a poche centinaia di metri, non può che essere lassù.                                                                                                                                                            Alla fine la fatica diventa crampo. Il crampo diventa immobilità. Le cadute aumentano. Tutti rallentano. Inizia a serpeggiare la paura. Un timore reale, perché ora si comincia a cadere in modo pericoloso lungo il sentiero, ormai sempre più ripido. O forse alcuni iniziano a uscire dal sentiero, salendo a caso.</p>



<p>Angelo, che si trova più in alto di tutti, è molto affaticato e con evidenti sintomi di congelamento; viene forse interessato da un fulmine caduto là vicino. Carla è, invece, ferma ormai da qualche minuto, spossata dalla fatica e dal freddo: non ha capi tecnici con cui vestirsi; quello che aveva con sé lo ha già tutto addosso, una maglia di pile leggero e una giacca di tessuto.<br>Sente le voci delle altre persone farsi flebili, lontane, indecifrate tra qualche strepito che si perde rimbalzando tra le pareti di roccia.</p>



<p>L’uomo tenta di rialzarsi, ma il freddo lo ghermisce. Non si muove più. La moglie lo chiama con forza. Poi più nulla. All’inizio arriva un assopimento sottile e ingannevole. Le palpebre si fanno pesanti, i pensieri rallentano, il freddo sembra attenuarsi, ma non è così.<br>La donna resta accanto al marito, pochi metri più sotto, forse incapace di arrivargli vicino. Resiste finché può. Poi il freddo intenso vince anche lei. L’assideramento è letale per entrambi.</p>



<p>Nello stesso tempo, la disperazione investe gli altri membri del gruppo che, presi dal panico, si sparpagliano nel tentativo di portarsi a valle. I movimenti diventano via via più incerti. Scendono come possono, inciampando e scivolando sulla neve e sul ghiaccio, sulla ghiaia e sulla roccia, materia tutta uguale nel dramma che stanno vivendo. Cadendo si feriscono alla schiena: abrasioni profonde che bruciano, poi smettono di farsi sentire. Il torpore prende alcuni di loro, rallentando la progressione. Qualcuno si siede per riprendere fiato e fatica a rialzarsi. Strisciano come possono, sul dorso.</p>



<p>Nel frattempo, al Rifugio Semenza, l’attesa diventa sospetto. Il gruppo non arriva. Cala la sera velocemente scossa da condizioni meteo che di rado si vedono così intense a giugno. Sono, infatti, oltre due ore di ritardo rispetto a quanto comunicato il giorno prima e confermato al mattino, poco prima di partire da parte del capo gita.&nbsp;</p>



<p>La preoccupazione è reale perché motivata, l’allarme, quindi, è pressoché scontato da parte del gestore che, poco dopo le 21.35, chiama il 118 e direttamente il Soccorso Alpino della locale Stazione dell’Alpago.&nbsp;Poi la linea si guasta per le condizioni meteo straordinariamente inclementi per la stagione e verrà rispristinata solo qualche giorno più tardi.</p>



<p>A muoversi per primi sono alcuni uomini del Soccorso Alpino dell’Alpago, che salgono velocemente sino al rifugio percorrendo i due sentieri più ovvi, non essendo nota la pianificazione fatta dal gruppo.<br>Non trovano nessuno né all’andata né al ritorno, reso complesso dal ghiaccio che ricopre come una patina insidiosa tutto il tracciato. Capiscono che la situazione non è affatto banale. Chiamano altri nove volontari della stessa Stazione, dando indicazioni di avere al seguito vestiario molto pesante e ramponi. Anche qualche piccozza è consigliata, se c’è da rimuovere il ghiaccio lassù in alto, dove è presente senza soluzione di continuità oltre i 1.700 metri.</p>



<p>L’allarme è intanto partito anche per la Stazione di Belluno, che muove i suoi primi sei uomini, alcuni dei quali erano impegnati in un concerto di canti di montagna e che abbandonano immediatamente. Vengono allertati anche i Vigili del Fuoco, presenti con otto uomini effettivi in ambiente.<br>Arrivano poi gli altri volontari della Stazione di Belluno, uno dei quali viene lasciato in magazzino per raccordare le comunicazioni radio e quelle, molto difficili, effettuate con i telefonini. Lo stesso verrà poi sostituito da un altro volontario, dovendosi recare in ospedale per raccogliere le testimonianze dei primi feriti, e raggiunto poco dopo da un secondo volontario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2023" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg 649w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-380x600.jpg 380w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-768x1212.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-973x1536.jpg 973w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-750x1184.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-1140x1799.jpg 1140w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1.jpg 1167w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Inquadramento dei luoghi. Fonte. Carta Tabacco.</figcaption></figure>



<p>Sul campo ci sono dunque ventisette uomini del Soccorso Alpino, con la presenza di un medico, affiancati successivamente da otto Vigili del Fuoco che svolgono una serie di importanti funzioni logistiche e di raccordo.</p>



<p>Quando salgono, gli uomini del Soccorso Alpino non salgono leggeri. I ramponi li hanno. Avanzano lenti sul ghiaccio. Sanno che ogni chiamata ha già una forma definita, anche se non ha ancora un esito. In questa, la forma è chiara: fare tardi, perdere tempo, con il tempo che accenna a cambiare, può diventare fatale.</p>



<p>Nel vento che spinge di lato, con il freddo che entra nelle mani, i soccorritori avanzano uno alla volta lungo il sentiero o a piccole squadre, seguendo le labili tracce lasciate a terra nei movimenti dissociati degli escursionisti. Altri si dispongono a ventaglio nel tentativo di ritrovare le persone. La progressione con i ramponi sul ghiaccio è concentrazione pura. Ogni passo va guadagnato in sicurezza.<br>Quando trovano i sopravvissuti, l’emozione non esplode. Si contrae. Si lavora. Si copre. Si parla con voce bassa. Il cuore, per ora, aspetta. Le ore passano come la fatica accumulata.</p>



<p>Non è facile ritrovarli tutti.</p>



<p>Ogni soccorritore sente il limite avvicinarsi, ma non può permetterselo. Perché se cadi tu, qui, diventi parte del problema. Qui il soccorso non corre. Resiste.</p>



<p>Si presume di averli raggiunti tutti, ma il dato non è certo poiché nella estrema confusione testimoniale sembrerebbero mancare ancora due o tre persone.&nbsp;Alcuni dei soggetti individuati sono feriti, anche in modo molto grave. Tutti comunque in uno stato ipotermico marcato. Alcuni presentano seri principi di congelamento e giacciono a terra, incapaci di muoversi; altri hanno profonde ferite lacero-contuse al dorso e sono sparsi sulle ghiaie del conoide imbiancato. Solo due, ad eccezione di qualche abrasione al volto e alle mani, non mostrano altri segni evidenti sul corpo, se non il terrore negli occhi e un marcato stato confusionale.</p>



<p>Il medico del Soccorso Alpino fa quello che può con il contenuto dei due zaini sanitari portati al seguito. Stabilizza i pazienti là dove è possibile farlo, medicalizza con il materiale che si esaurisce velocemente.<br>Nessuno si era immaginato di soccorrere una comitiva così numerosa. Si pensava a quattro o cinque persone al massimo. D’altro canto, con la linea interrotta del rifugio, non era stato possibile raccogliere altre informazioni.</p>



<p>Si sono trascinati sul terreno gelato senza ramponi, strisciando su ghiaia e roccia. Vengono immobilizzati e coperti, per quanto possibile, con gli stessi indumenti dei soccorritori. Alcuni vengono condotti alla casera; altri, i feriti, assicurati alle barelle e con lentezza fatti scendere più in basso.<br>Il trasporto è lento e faticoso. I soccorritori procedono a turno, passo dopo passo, su un terreno che più in basso non presenta più verglass, ma resta instabile a causa del fango inzuppato dal violento temporale che ha colpito l’area a quota inferiore.</p>



<p>Le soste sono brevi, necessarie. Qualcuno geme sulle barelle, qualcuno non parla più. Così per lunghe ore della notte, in un andare e venire convulso ed estremamente faticoso che prova duramente anche il personale del Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco che, nell’ultimo tratto, coadiuvano le operazioni.<br>Raggiunta la strada, vengono caricati sulle ambulanze e trasferiti all’ospedale di Belluno.</p>



<p>Al Pronto Soccorso l’ingresso è rapido e ordinato. Le barelle entrano una dopo l’altra. I vestiti vengono tagliati via, le mani sono livide, i corpi rigidi per il freddo. I medici parlano a bassa voce, controllano parametri, annotano valori. </p>



<p>Il volontario del Soccorso Alpino di Belluno cerca di strappare qualche notizia certa sul numero di persone facenti parte del gruppo, sui nomi e cognomi, ma non c’è tempo. Lo stato di shock e l’impossibilità materiale di parlare non offrono indizi precisi e puntuali. C’è solo molta confusione, che si somma a quella già presente sul campo e che ancora non consente di stabilire il numero esatto delle persone coinvolte.</p>



<p>Due soggetti – una ragazza e un ragazzo – vengono trasferiti in rianimazione. Intubazione, monitor, flebo. Il freddo non è solo sulla pelle, è dentro. Gli altri finiscono in chirurgia per le ferite al dorso causate dal trascinamento prolungato su rocce e ghiaia gelata.<br>Le informazioni arrivano, per forza di cose, a frammenti, passando rapidamente di reparto in reparto. Si apprende solo che le due persone più anziane, identificate come capigruppo, si trovavano molto in alto e che si era perso quasi subito il contatto visivo e uditivo. Nessuna certezza, dunque, se non quella della pioggia fortissima che batteva con violenza le ampie vetrate del Pronto Soccorso.</p>



<p>Nello stesso tempo, gli uomini del Soccorso Alpino che si trovavano più in alto, ai quali si erano aggiunti quanti non erano più necessari per il trasporto dei feriti, puntano dritti alla forcella nel tentativo di rinvenire le altre due persone che sembravano mancare all’appello nella comprensibile confusione dei dati.<br>Si muovono nella bufera di neve quasi tentoni, rastrellando a pettine il terreno e mantenendo il contatto radio. Quando arrivano poco sotto la forcella spazzata dall’inclemenza del vento, si arrestano. Non è più una ricerca: è una scena drammatica. I corpi giacciono a terra immobili e senza vita, raggomitolati in modo innaturale, coperti da mezza spanna di neve. Uno dei due ne ha qualche centimetro in più: il segno inequivocabile di chi è morto per primo.</p>



<p><br>Il silenzio dice tutto prima delle parole. Davanti a un corpo senza vita non c’è sorpresa. C’è una pausa interiore, breve, trattenuta. Un respiro sofferto, che viene esorcizzato con parole talvolta prive di senso, ma necessarie per poter andare avanti.</p>



<p>Non ha senso muoverli ora. Sarebbe inutilmente faticoso e pericoloso. Sono quasi le tre di notte. Manca anche il raccordo con l’Autorità giudiziaria. È preferibile attendere. I soccorritori scendono quindi alla Casera di Pian delle Laste, raggiunta poco dopo le quattro del mattino, quando l’alba si preannuncia con i primi raggi ancora lontani, ma sufficienti a rischiarare la neve presente a terra. Una manciata di centimetri che rende il luogo irreale, quasi fatato, e ancora più sconvolgente dopo quanto accaduto nella notte.</p>



<p>C’è modo di riprendere fiato, concedersi qualche decina di minuti di riposo, mentre ci si coordina con Belluno per il recupero con l’elicottero del 118 di Pieve di Cadore.</p>



<p><br>Il giorno successivo l’elicottero del Soccorso Alpino torna sul posto per il recupero delle salme. L’autorizzazione arriva dopo esitazioni: il verglass nella parte alta e la neve instabile rendono l’area estremamente pericolosa. Il recupero richiede ore. Quattro, cinque. Il tempo necessario per raggiungere i corpi, metterli in sicurezza e ricomporli, calarli con attenzione, metro dopo metro, evitando scariche e scivolate, fino a una piazzola ghiaiosa utile al recupero.</p>



<p>Il rumore delle pale scandisce l’attesa. A terra si lavora in silenzio, concentrati. Nessun gesto è superfluo.                                      I corpi vengono traslati più a valle, dove le strade carrabili consentono il trasferimento fino al punto indicato dall’Autorità giudiziaria. È l’ultimo passaggio. Tecnico. Definitivo.</p>



<p>I soccorritori, dopo aver raccolto i materiali e gli effetti personali delle due persone decedute, iniziano una discesa veloce, resa ancora fastidiosa dal ghiaccio che fatica a sciogliersi, nonostante il cambiamento delle temperature.</p>



<p>Quando arrivano a valle, non c’è sollievo. Sono le 11.45. C’è silenzio. Quello che resta dopo aver fatto tutto il possibile.</p>



<p><strong>Nota finale</strong></p>



<p>Queste non sono storie eccezionali. Sono storie che si ripetono con una frequenza sempre maggiore sulle nostre montagne. Non diamo giudizi affrettati, ma meditati. Sono spesso tragedie che sarebbero potute essere evitate non perché la montagna cambi, ma perché può cambiare il modo in cui viene affrontata.<br>L’approccio corretto diventa allora lo snodo vero, quello che elimina le euristiche e tenta di ricondizionare il nostro sapere, il nostro pianificare e l’andare in montagna.<br>Prevenzione significa conoscere i propri limiti e riconoscere quelli degli altri. Saper rinunciare, correggere il possibile errore, fermarsi prima è uno degli obiettivi non detti che dovremmo sempre portare con noi, prima che nello zaino, nella testa.             La montagna non chiede promesse né atti eroici. Chiede prima umiltà, poi attenzione, cioè prudenza.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>



<p></p>



<p><strong>BOX TECNICO (Riferimento Carta Tabacco e rapporti CNSAS e testimonianze dirette).</strong></p>



<p><strong>Zona dell’incidente:</strong>&nbsp;Prealpi Bellunesi – area Pian delle Laste / Monte Pianina / Forcella Grava Piana</p>



<p><strong>Quote principali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Casere di Pian delle Laste: 1.350 m</li>



<li>Casera Pian di Stele: 1.420 m</li>



<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p><strong>Sentieri ed altre aree</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>CAI n. 924: itinerario corretto verso Rifugio Semenza.</li>



<li>CAI n. 972: itinerario erroneo di salita da Pian de le Laste verso Forcella Grava Piana.</li>



<li>Sentieri secondari di dorsale: tracciati esposti e non protetti</li>
</ul>



<p><strong>Condizioni ambientali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Freddo intenso con – 2/4 C°.</li>



<li>Vento forte &gt; 50/60 km/h (fenomeno windchill)</li>



<li>Presenza di verglass diffuso al suolo da 1.550 circa a quota 1.940.</li>



<li>Presenza di ca. 12/15 cm. di neve appena sotto Forcella Grava Piana e sino al suo apice.</li>



<li>Presenza di 3/4 cm. di neve da ca. 1350 che ha ricoperto il vergalss in una fase successiva rendendo davvero insidiosa la progressione.</li>
</ul>



<p><strong>Durata temporale:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p><strong>Soccorso del 22 e 23 giugno1996:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 43 Operatori del Soccorso Alpino, n. 15 VVF e n. 9 personale 118, di cui:<ul><li>CNSAS: n. 29 + 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago (e di Belluno, di cui n. 1 medico e n. 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza;</li></ul><ul><li>CNSAS: 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago e di Belluno, di cui 1 medico e 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza</li></ul><ul><li>Vigili del Fuoco: 8 unità + 2 ai mezzi + 5 unità;</li></ul>
<ul class="wp-block-list">
<li>Personale 118: 3 ambulanze e 1 automedica + 1 elicottero con medico.</li>
</ul>
</li>
</ul>



<p><strong>Diagnostica infortunati</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 2 persone decedute</li>



<li>n. 9 feriti, di cui n. 2 in imminente pericolo di vita, n. 3 di media gravità e n. 4 di lieve entità.</li>
</ul>



<p>NOTA DELL’AUTORE:</p>



<p>Il racconto si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, rielaborati in forma narrativa. Le considerazioni conclusive sulla prevenzione rappresentano una riflessione personale dell’autore e non costituiscono un accertamento di responsabilità.</p>



<p></p>
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			</item>
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		<title>IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI</title>
		<link>https://fabiobristotrufus.it/2025/11/25/idioti-siamo-degli-idioti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 13:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno [&#8230;]]]></description>
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<p>Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.<br>Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno ancora promesso nel 2019 e mai attivato solo per fare un esempio) e un tasso di invecchiamento pauroso, … allora l’astensione diventa il colpo di grazia.<br>Chi governa potrà dire che “gli elettori hanno scelto”. Ma la verità è che ha scelto una minoranza, mentre la maggioranza si è arresa.<br>E la politica – quella che ama riempirsi la bocca con “la montagna non sarà lasciata indietro” – userà proprio questa resa come alibi perfetto.<br>No, non va bene così.<br>Non è normale che la provincia più fragile del Veneto sia anche la meno rappresentata.<br>Non è normale che chi vive qui debba accettare di contare la metà perché vota la metà.<br>Non è normale che il silenzio diventi un lasciapassare per altri anni di nostre lamentele e promesse dall’altra, tagli, centralizzazioni e servizi sempre più lontani dalle terre alte.<br>Con il 35,29% di affluenza, Belluno non manda un messaggio ai politici. Firma la propria irrilevanza. E l’irrilevanza, oggi, è la vera condanna a morte della montagna.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>MIO NONNO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 11:20:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Mio papà, negli ultimi suoi giorni, aggrappato come mai ai ricordi, si soffermava spesso a raccontarmi scampoli di vita di mio nonno Angelo.Lo faceva con calma, come si fa con le cose che contano. Lo faceva con dolcezza come era giusto che fosse dovendola attribuire ad un ricordo famigliare.La cosa più strabiliante era il fatto [&#8230;]]]></description>
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<p>Mio papà, negli ultimi suoi giorni, aggrappato come mai ai ricordi, si soffermava spesso a raccontarmi scampoli di vita di mio nonno Angelo.<br>Lo faceva con calma, come si fa con le cose che contano. Lo faceva con dolcezza come era giusto che fosse dovendola attribuire ad un ricordo famigliare.<br>La cosa più strabiliante era il fatto che avesse negli occhi &#8211; quando lo ricordava &#8211; una luce antica e nelle parole l’odore della terra.</p>



<p><br>“Coltivava e raccoglieva &#8211; con le mani, con la schiena, con la sua stessa vita &#8211; tutta una serie di prodotti della terra. Nella stagione buona poteva raccogliere anche quattro o cinque quintali di piselli, una cifra variabile che andava dai centottanta ai duecento quintali di patate, novanta o cento di mele e qualche altro centinaio di chili di fagioli.<br>Faceva fieno sul Monte Serva, dove la terra è dura e l’aria sapeva solo di silenzio e sudore.<br>Là ogni lenzuolo pieno di fieno portato a valle era un respiro e pezzo di fiato per andare avanti nella vita.<br>Tuo nonno sapeva potare e incalmare le piante con straordinaria abilità, le trattava come persone: le capiva, le ascoltava, le curava sino a gemmazione avvenuta.<br>Tuo nonno è stato provato dal dolore estremo con quattro figli persi: un colpo al cuore che nessun uomo dovrebbe reggere.<br>Eppure si alzava ogni mattina all’alba, perché la terra non aspettava, perché la vita, anche se ferita, andava seminata di nuovo.<br>Tuo è stato Assessore all’agricoltura del Comune di Belluno, non per ambizione, ma per servizio.<br>Perché sapeva che quella terra — dura, severa, bellissima — era di tutti, e che andava rispettata come una madre.<br>Era buono, generoso, un poco anche ostinato.<br>Di quella bontà che non chiedeva applausi, ma che si misurava in calli, non in parole.<br>La sua eredità? Un insegnamento inciso nella pelle: la dignità non si eredita, si conquista, zolla dopo zolla, forcata dopo forcata….”<br></p>



<p>Ecco, mi commuovo a ricordarlo, ma mi sento anche orgoglioso.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>22 AGOSTO 2009/2025 &gt;&gt; FALCO I-REMS…. DARIO, FABRIZIO, MARCO e STEFANO… UN RICORDO DA CONDIVIDERE ASSIEME</title>
		<link>https://fabiobristotrufus.it/2025/08/21/2-agosto-2009-2025-falco-i-rems-dario-fabrizio-marco-e-stefano-un-ricordo-da-condividere-assieme/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2025 09:53:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il giorno 22 agosto 2009, alle ore 15.04, in località Rio Gere (Cortina d’Ampezzo), cadeva l’elicottero del Suem 118 di Pieve di Cadore (Belluno) impegnato in una missione di ricognizione e perlustrazione alla base del Monte Cristallo alla ricerca di possibili infortunati lungo il fronte di una frana causata da un evento meteo piuttosto intenso [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="711" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-711x1024.jpg" alt="" class="wp-image-1940" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-711x1024.jpg 711w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-416x600.jpg 416w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-768x1107.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-1066x1536.jpg 1066w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1-750x1081.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/4_AMICI-1.jpg 1070w" sizes="(max-width: 711px) 100vw, 711px" /><figcaption class="wp-element-caption">Screenshot</figcaption></figure>



<p>Il giorno 22 agosto 2009, alle ore 15.04, in località Rio Gere (Cortina d’Ampezzo), cadeva l’elicottero del Suem 118 di Pieve di Cadore (Belluno) impegnato in una missione di ricognizione e perlustrazione alla base del Monte Cristallo alla ricerca di possibili infortunati lungo il fronte di una frana causata da un evento meteo piuttosto intenso abbattutosi in zona solo qualche decina di minuti prima <strong>(1)</strong>.<br>L’impatto con i cavi elettrici di una linea di media tensione a servizio degli impianti di risalita della zona, provocava lo strappo del rotore principale, quindi dell’intera trasmissione, facendo precipitare l’elicottero nel sottostante torrente, dopo 50 metri di volo inanimato.<br>Morivano all’istante il pilota Dario De Filip, il tecnico del Soccorso Alpino Stefano Da Forno, il medico del 118 Fabrizio Spaziani ed il tecnico aereonautico Marco Zago, anch’essi entrambi appartenenti al Soccorso Alpino. I corpi venivano recuperati dal personale del Soccorso Alpino di Cortina d’Ampezzo e personale della Guardia di Finanza.</p>



<p>Appena compresi il tenore delle numerose chiamate radio fatte dal 118 e che rimanevano senza risposta, partii immediatamente da Belluno assieme ad un volontario della mia Stazione. Arrivai in zona assieme al Dott. Angelo Costola, primario del Suem 118, in poco meno di un’ora. Una corsa folle verso un luogo che ha segnato per sempre la mia vita e la sta tutt’ora segnando.<br>Arrivato, nonostante avvertissi una forza straordinaria che mi suggeriva di scappare ovunque, non potei sottrarmi dal traslare, assieme ad altro personale del Soccorso Alpino, i corpi che venivano elitrasportati con l’elicottero del 118 di Bolzano alla sede della Stazione Soccorso Alpino di Cortina d’Ampezzo dove, successivamente, vennero ricomposte le salme e dove vennero effettuati i riconoscimenti, oltre gli accertamenti previsti per legge.</p>



<p>Ricordo come i minuti e le ore successive siano state un coacervo di emozioni devastanti, indicibilmente pesanti anche nel comunicare quanto successo ai famigliari e parenti, poi alla comunità bellunese tutta, da subito straordinaria nel condividere questo dolore e sostenere tutti noi.<br>Da quell’ora in cui le lancette di un’intera collettività sono sembrate fermarsi in una zona senza tempo, in quegli attimi rallentati da una eco di morte che è sembrata rimbalzare ovunque con le sue note stridule, si sono accavallate in tutto il corpo del Soccorso Alpino “Dolomiti Bellunesi” e del 118 le sensazioni ed emozioni più forti e contrastanti.<br>Registravo da una parte un dolore commisto a rabbia in molte persone, dall’altra lo stupore congiunto ad incredulità per quanto successo; in altre ancora, poche per fortuna, un profondo disorientamento e una marcata voglia di rinuncia; in molte, fermezza e tenacia nell’affermare solo noi stessi ed il nostro servizio. Registravo anche tanto altro ancora, di cui nessuno potrà dire e scrivere perché troppo doloroso.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="960" height="504" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/Falco.jpg" alt="" class="wp-image-1936" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/Falco.jpg 960w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/Falco-600x315.jpg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/Falco-768x403.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/Falco-750x394.jpg 750w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p>Grazie alla collaborazione della contermine provincia di Treviso, il servizio di elisoccorso in quelle giornate non subiva interruzioni: con le lacrime agli occhi ed il cuore spezzato già da un vuoto incolmabile il personale del Soccorso Alpino e quello del 118, nella stessa giornata della sciagura e nella domenica successiva, venivano portati a termine undici interventi di soccorso con l’elicottero del 118 di Treviso Emergenza.<br>Poi, qualche giorno dopo, venne il silenzio ovattato della Piazza Duomo di Belluno, il 25 agosto, giorno delle esequie. Il profumo intenso dei fiori in chiesa ha avvolto quei tantissimi manichini vestiti di rosso che accompagnavano quei quattro amici fragili all’ultimo saluto. In uno spazio irreale senza orizzonte, 10.000 mani salutarono con un battito composto, pieno di calore, Dario, Fabrizio, Marco e Stefano… con il passaggio dell’elicottero sopra Belluno quasi a portare loro il saluto finale.</p>



<p><br>In quelle ore, in quei giorni, in quelle settimane, alle parole di rito, alle frasi di circostanza, ad una certa retorica funebre propria di circostanze similari, ha fatto contraltare – ed è giusto rimarcarlo – la straordinaria riconoscenza che la comunità della montagna, anzi è preferibile definirla “umanità della montagna”, ha voluto attribuire a Dario, Fabrizio, Marco e Stefano, congiuntamente alla vicinanza offerta ai famigliari, al Soccorso Alpino “Dolomiti Bellunesi” e al Suem 118 di Pieve di Cadore.<br>Le strette di mano vigorose, i volti riflessivi e gli abbracci avvolgenti che tanti di noi hanno ricevuto anche a distanza di tantissimo tempo dalle persone comuni sono state il segno più evidente ed il miglior viatico per il proseguo di un’attività complessa e spesso contrastata, ma fondamentale e decisiva per la montagna bellunese e per l’utenza turistica …<br>Elaborare il lutto – è stato così per tutto il Soccorso Alpino Bellunese ma anche per la grande famiglia del 118 –, è stato un processo lungo, articolato e non ancora concluso. Elaborazione, nella quale il ricordo di Dario, Fabrizio, Marco e Stefano si è unito e si è sovrapposto incessantemente al colore pallido dei nostri monti, ai boschi ormai ramati dell’autunno arrivato quell’anno molto velocemente e al rumore soffuso dell’elicottero che continuava a solcare i nostri cieli in quei mesi e continua a farlo tutt’ora in questi anni.<br>Il dolore, però, dopo 16 anni si è parzialmente saputo trasformare anche nella gioia nel ricordo delle loro risa autentiche, delle loro facce buffe, quando intente nel gioco e nello scherzo tra compagni, trasformarsi anche in serenità nello scorgere il profilo dei loro volti orgogliosi per aver offerto, sino a morire, tutto se stessi alla montagna e a chi la frequentava.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="681" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-1935" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-1024x681.jpg 1024w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-600x399.jpg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-768x511.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-1536x1021.jpg 1536w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-2048x1362.jpg 2048w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-750x499.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/08/funerali-uomini-suem-227-1140x758.jpg 1140w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Belluno, 25 agosto 2009. Piazza Duomo, funerali dei 4 uomini del Suem.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Oltre a queste emozioni ed aspetti che riguardano l’intimità del cuore e dell’animo umano, rimane però aperta e del tutto irrisolta la problematica legata agli ostacoli al volo, causa della caduta dell’elicottero e della morte dell’equipaggio di “Falco”.<br>Rispetto a questa potente criticità, per quanto mi è stato possibile fare, mi ero mosso prima in Regione Veneto con l’approvazione della L.R. n. 16/2012, legge però limitata operativamente dalla mancanza di una norma a valenza e caratterizzazione nazionale; successivamente, in accordo con la Direzione nazionale del CNSAS, ho tentato di promuovere analoghe iniziative a livello romano in modo del tutto trasversale con l’unico obiettivo di arrivare a far licenziare una legge degna di questo nome sul tema degli ostacoli al volo. Vennero, infatti, trasversalmente presentati addirittura tre Disegni di Legge, rispettivamente a cura dell’on. D’Incà, dell’on. De Carlo e dell’on. De Menech… restati però trasversalmente… lettera morta e decaduti, come prassi, a fine legislatura.<br>Sono certo che sino al prossimo dramma resterà tutto inalterato, cioè nulla verrà fatto in termini legislativi. Poi, come è sempre successo ad ogni tragedia (troppe stante i numeri), il politico di turno si strapperà di nuovo le vesti in modo enfatico per cambiare le cose e legiferare al riguardo. Mutuando Giuseppe Tomasi di Lampedusa&nbsp;nel Gattopardo mi sento di affermare con sicumera certezza che “Se vogliamo che tutto rimanga com&#8217;è, bisogna che tutto cambi&#8221;, cioè prenderemo ancora una volta atto dell&#8217;ampollosità gridata del cambiamento apparente che, in realtà, non arriverà mai per garantire maggiore sicurezza a chi opera con l’elicottero assicurando servizi essenziali salva-vita come quelli del 118 o degli Enti dello Stato per altre fattispecie operative.<br></p>



<p>21 agosto 2025 Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>



<p>PENSIERO LETTO IN DUOMO IL 25.08.2009<br></p>



<p>Dario, Marco, Fabrizio e Stefano se ne sono andati come solo le gocce di rugiada sanno fare, al mattino, quando imperlano i fili d’erba tra le rocce ed un sole tiepido inizia a colorarne di ocra e rosa le pareti.<br>Se ne sono andati nel fragore di un silenzio che non riesce più a scaldarci di gioia e risa perdutamente ormai lontane, ma che in ogni attimo, in ogni istante, ci ricorda, ci insegna e ci ammonisce a dover mantenere inalterata la passione per la montagna e per le sue comunità, la solidarietà e lo stesso spirito che ci farà proseguire nel servizio.<br>Loro avrebbero fatto altrettanto. Loro, così avrebbero voluto.<br>Grazie Dario, Marco, Fabrizio e Stefano.<br></p>



<p>FABIO BRISTOT – RUFUS</p>



<p></p>



<p><strong>(1) La nuda cronaca dell’incidente&nbsp;</strong><br>(Relazione ufficiale)<br>Alle ore 14.19 ca. del 22 agosto 2009 perveniva alla Centrale Operativa del&nbsp;Suem 118 di Pieve di Cadore (Belluno) una chiamata da parte dei Carabinieri che notiziavano il Suem della caduta di una frana che avrebbe coinvolto delle persone in località Rio Gere/Misurina (Auronzo/Misurina).&nbsp;L’operatrice del Suem 118 con il consueto, metodico filtro, nella necessità di ottenere maggiori dettagli geografici, appurava che non si trattava di Misurina, ma della località notoriamente riconosciuta e denominata come Rio Gere (Passo Tre Croci – Cortina d’Ampezzo) situata a quota mt. 1.698.</p>



<p>Alle 14.23 veniva, quindi, notificato all’equipaggio dell’elicottero del SUEM 118 di Pieve di Cadore (A 109 GRAND – I REMS), impegnato in quel momento nell’effettuazione in una missione SAR sul Passo Giau a favore di una escursionista marchigiana con un trauma ad un arto, che si sarebbe resa necessaria una ricognizione/perlustrazione sulla frana in questione, una volta ospedalizzata la paziente.&nbsp;La decisione veniva ovviamente assunta a fronte delle informazioni pervenute e in base alle prerogative della Centrale Operativa del SUEM 118, ovvero ai sensi dei vigenti protocolli operativi e specifiche competenze di legge ascritte al Servizio Sanitario Nazionale e al Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.&nbsp;<br>In attesa che l’intervento di soccorso sul Passo Giau fosse portato a termine, la Centrale Operativa del SUEM 118, per tramite del Tecnico di Centrale del CNSAS notiziava di quanto accaduto il Capo Stazione CNSAS di Cortina d’Ampezzo ed allertava, alle ore 14.28, la Stazione di Cortina d’Ampezzo perché la stessa si portasse sul posto ed iniziasse ad effettuare le ricerche via terra di eventuali soggetti travolti o in difficoltà, vista anche la particolare frequentazione turistica della zona in questione.<br>L’elicottero atterrava poco dopo, alle 14.25 ca. alla piazzola del Codivilla Putti (Cortina d’Ampezzo) e, fatta velocemente ospedalizzare la paziente per mezzo di un’ambulanza, decollava alle ore 14.32 ca. per la località di Rio Gere.&nbsp;Giunto nell’area di riferimento alle “ore 14.36 secondo le comunicazioni radio” (1), l’elicottero iniziava immediatamente le operazioni di perlustrazione/ricognizione per tramite del proprio equipaggio formato da&nbsp;Stefano Da Forno&nbsp;Tecnico di soccorso alpino e Tecnico di elisoccorso;&nbsp;Fabrizio Spaziani&nbsp;Medico anestesista del SUEM 118 e Tecnico di Soccorso Alpino;&nbsp;Luca Pislor&nbsp;Infermiere professionale del SUEM 118;&nbsp;Marco Zago&nbsp;Tecnico aeronautico della ditta Inaer Helicopter Italia S.p.a. e Tecnico di soccorso alpino e&nbsp;Dario De Felip&nbsp;Pilota della ditta Inaer Helicopter Italia S.p.a.</p>



<p>La ricognizione veniva, infatti, immediatamente effettuata, anche per evitare di dover fare un atterraggio che avrebbe fatto perdere tempo prezioso, stante la possibilità che vi fosse stata qualche persona travolta dalla frana e/o dall’acqua e per questa ragione bisognosa di un intervento assolutamente rapido.&nbsp;La prima ricognizione sul luogo iniziava, dunque, alle 14.35 ca. (le foto effettuate dal Tecnico di elisoccorso con la fotocamera Olympus modello 850 SW di proprietà del CNSAS dimostrano, attraverso la documentazione fotografica con rispettivo ordine cronologico, che la prima foto è stata fatta a partire dalle ore 14.37 ca. in una posizione però piuttosto avanzata, mentre le foto scattate dal Medico iniziano con la rispettiva sequenza cronologica alle ore 14.35 ca.).</p>



<p>La ricognizione durava sino alle ore 14.44 ca., orario in cui viene scattata l’ultima foto ed orario in cui presumibilmente l’elicottero ci accingeva ad effettuare le manovre di atterraggio a Rio Gere, in quanto la foto è stata effettuata pressoché al livello del piano stradale.&nbsp;<br>Al riguardo, possiamo affermare con sufficiente certezza che lo stesso sia atterrato alle 14.44/45 ca. in località Rio Gere con l’ausilio a terra di Nicola Bellodis (Operatore di Soccorso Alpino della Stazione CNSAS di Cortina d’Ampezzo) e di Ruben Moroder (Tecnico aeronautico della ditta Air Service Center) che casualmente si trova a passare per il Passo Tre Croci.<br>Alle 14.46 ca. Fabrizio Spaziani chiamava la Centrale Operativa del SUEM 118 dando informazioni sull’esito della prima ricognizione ed asserendo che sarebbe stata effettuata una successiva ricognizione, considerato l’esito incerto della prima, principalmente dovuto alla particolare tipologia dell’evento e, forse, dalla necessità di scansionare anche parti del terreno poste più a monte del punto più alto raggiunto nel corso della precedente perlustrazione.<br>Nel frattempo veniva fatto scendere l’Infermiere professionale, Luca Pislor, al fine di monitorare un paziente cardiopatico che si trovava nei pressi di un camper (nda: Fabrizio Spaziani asseriva nella stessa telefonata che lo stesso non aveva particolari problemi clinico-sanitari), mentre il resto dell’equipaggio stazionava nei pressi dell’elicottero, raccogliendo indicazioni/testimonianze su quanto occorso (nda: la frana) e circa la non remota possibilità che qualche escursionista potesse in qualche modo essere stato coinvolto a monte della stessa.&nbsp;<br>L’elicottero non effettuava, dunque, nessun scarico del materiale medico-sanitario e dell’attrezzatura CNSAS, condizione che fa supporre la volontà di effettuare una ricognizione veloce e definitiva per poi rientrare alla base di Pieve di Cadore una volta imbarcato l’Infermiere.&nbsp;Alle ore 14.58/59 ca. l’elicottero lasciava Rio Gere per quella che sarebbe stata l’ultima ricognizione.&nbsp;</p>



<p>Alle 15.07 ca. un’escursionista che si trovava in zona telefonava a SUEM 118 dichiarando di aver sentito sino a poco prima il rumore di un elicottero (nda: la chiamata dura 1.53’) e poi, a seguito di un tonfo, di non essere più stato in grado di sentire alcun rumore.&nbsp;<br>Questo è l’orario ufficiale che compare nei rapporti SUEM 118/CNSAS quale orario del sinistro, anche se va ricordato che l’incidente è occorso, come di seguito indicato, qualche minuto prima.&nbsp;Infatti, secondo la documentazione fotografica rilevata sulla macchina digitale del SUEM 118, con l’ultima foto effettuata da Fabrizio Spaziani (nda: è stato verificato con attenzione il cronologico e la taratura della stessa), si rileva l’orario delle 15.04.46 ca. È, quindi, piuttosto attendibile, anche alla luce della rappresentazione fotografica analizzata dal CNSAS e che indica con chiarezza il posizionamento di un larice rispetto ai cavi dell’elettrodotto, che l’impatto con gli stessi sia avvenuto qualche decimo di secondo dopo, posta anche la velocità di traslazione ridotta con la quale veniva fatta la ricognizione allo scopo di osservare con scrupolo il terreno sottostante.</p>



<p>A questo punto l’elicottero con il denominativo “Falco” veniva chiamato via radio più volte dalla C.O. del SUEM 118 senza ricevere risposta alcuna, parimenti lo stesso veniva fatto dal personale CNSAS della Stazione di Cortina d’Ampezzo, che si trovava a Rio Gere, con il medesimo esito.&nbsp;<br>Il Delegato del CNSAS, Fabio Bristot, che si trovava per motivi diversi nel magazzino della Stazione CNSAS di Belluno, comprendendo la situazione ed ancor prima che venissero sospese le chiamate a Falco, congiuntamente ad un Operatore del CNSAS di Belluno (nda: Matteo Fontana), sentite le reiterate comunicazioni radio prive di risposta, partiva immediatamente per Cortina, avvisando il Vice Delegato, Gianni Mezzomo ed il Coordinatore dei Tecnici di elisoccorso, Sergio Albanello, di quanto si andava profilando. Lungo il percorso il Delegato transitava per la Centrale Operativa di Pieve di Cadore dove recuperava il Direttore del SUEM 118, Dott. Angelo Costola, per effettuare assieme il viaggio verso Cortina d’Ampezzo.<br>L’elicottero veniva successivamente chiamato via radio ancora per qualche decina di secondi, quindi, la Centrale Operativa del SUEM 118 di Pieve di Cadore provava ad effettuare anche dei contatti via cavo con i membri dell’equipaggio con esito negativo. A questo punto il Tecnico di Centrale del CNSAS presente al SUEM 118 indirizzava le squadre del CNSAS di Cortina, già impegnate via terra, sulle zone oggetto della perlustrazione aerea, attività che peraltro era già in corso di effettuazione.</p>



<p>Andava chiaramente delineandosi la tesi di un possibile caduta dell’elicottero e, dopo qualche tempo di comprensibile, quanto drammatico imbarazzo, oltre che di verifica di quanto forse era tragicamente occorso, la Centrale Operativa del SUEM 118 allertava alle 15.14 il SUEM 118 di Bolzano per l’immediato invio di un elicottero sul luogo dell’evento. L’elicottero denominato “Pelikan 2” (EC 145) decollava alle 15.22 dalla base di Bressanone (BZ) ed arrivava sul luogo dell’evento alle 15.35 ca. Qui imbarcava Paolo Bellodis, Guida Alpina e Tecnico di elisoccorso del CNSAS, per effettuare una ricognizione puntuale sul luogo dell’evento.&nbsp;Poi era la volta dell’elicottero del SUEM di Treviso, allertato alle 15.20 e decollato alle 15.25 dalla piazzola dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso che atterrava sul posto alle 15.42 a disposizione del CNSAS.<br>&nbsp;<br>Precedentemente, nei minuti che seguono le 15.05/15.08, quanti si trovavano sul piazzale di Rio Gere, ovvero Luca Pislor e Ruben Moroder ed altri si rendevano conto dell’avvenuto ed effettuavano invano diverse chiamate radio sia sulla frequenza del SUEM 118 sia su quella del CNSAS, tutte con esito negativo.<br>Qualche istante dopo, Luca Pislor e Ruben Moroder, salivano in macchina assieme a Lorenzo Gaspari (nda: ex componente del CNSAS) e raggiungevano la zona posta a valle del supposto luogo dell’evento, da dove proseguivano a piedi, pervenendo ben presto ad individuare la sagoma dell’elicottero caduto a&nbsp;quota mt. 1.945 ca. in coordinate 46° 33’ 44,0” N – 12° 11’ 35,4” E, riverso sul fianco sinistro con la prua posta a 238°&nbsp;(1).<br>Trascorrevano pochi attimi per rendersi oggettivamente conto (nda: Moroder controllava il polso carotideo di Da Forno, De Filip e Spaziani, mentre non riusciva a fare lo stesso per Zago risultando il suo corpo posizionato sotto quello del pilota) che tutti i membri dell’equipaggio erano deceduti.&nbsp;</p>



<p>Nel frattempo, le squadre del CNSAS di Cortina con a capo Roberto Santuz, Vice Capo Stazione, convergevano numerose sul luogo ove era precipitato il mezzo, congiuntamente al Medico di Stazione, Fabio Bellotto, che a sua volta certificava la morte dei quattro. A seguire, si portava nei pressi anche personale SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza) e personale dei VVF, prima impegnato al monitoraggio della frana.&nbsp;&nbsp;Nello stesso periodo di tempo, dalla Centrale Operativa del SUEM 118, veniva anche allertato ed inviato sul posto il Centro Mobile di Coordinamento del CNSAS con proprio personale, nella supposta necessità che le operazioni di recupero potessero essere complesse ed impegnare il personale CNSAS a lungo (nda: sino alle 15.26 non si avevano notizie né informazioni di sorta).<br>Successivamente, una volta che i Carabinieri nella persona del Cap. Filippo Vanni, sopraggiunto sul posto, avevano dato l’assenso alla rimozione delle salme previa autorizzazione della Procura della Repubblica di Belluno, si iniziavano le operazioni di estrazione dei corpi che risultavano ancora collocati all’interno del relitto dell’elicottero.</p>



<p>Gli stessi venivano recuperati non senza difficoltà a causa del loro posizionamento e alla presenza di un coacervo di lamiere e componenti distrutti dell’aeromobile.&nbsp;&nbsp;Infatti, la posizione stessa dell’elicottero collocato sul fianco e la sua precarietà sul terreno, oltre al comprensibile, marcato disagio degli Operatori del CNSAS, rendeva difficoltoso il recupero, tenuto anche conto dello stato delle salme e del fatto che era stato necessario tagliare cinture di sicurezza al Pilota e al Tecnico e, parimenti, tagliare la longe al Medico e al Tecnico di elisoccorso.<br>Una volta fuori dell’abitacolo, le salme venivano riposte nei sacchi salma e, quindi, elitrasportate dall’elicottero del SUEM di Bolzano con n. 2 rotazioni successive alla piazzola del Codivilla Putti per essere poi traslate a cura del personale CNSAS nel garage della Stazione di Cortina, come da indicazioni fornite dal Capo Stazione Mauro Da Poz.&nbsp;</p>



<p>Presso la struttura del CNSAS le salme venivano ricomposte e messe a disposizione del medico del SUEM 118 di Bolzano e delle Autorità competenti intervenute sul luogo. Il Primario del SUEM 118, dott. Angelo Costola, e il Delegato del CNSAS Fabio Bristot, provvedevano poi al riconoscimento delle salme e, quindi, il Medico provvedeva, a partire dalle 17.12 ca., ad accertarne le cause del decesso, stilando allo scopo idonea documentazione.&nbsp;Da allora Enti ed Autorità, tra cui il Prefetto ed il Comandante Provinciale dei Carabinieri, oltre che al Medico legale preposto agi accertamenti del caso, si sono via via avvicendati per gli iter previsti e per quanto disposto in casi similari. Quindi, arrivano sul luogo dell’evento anche Autorità politiche tra cui il Sindaco di Cortina d’Ampezzo, Andrea Franceschi, il Presidente della Provincia di Belluno, Gianpaolo Bottacin e i Consiglieri Regionali Dario Bond e Guido Trento.<br>Contestualmente, sul luogo della tragedia, il personale CNSAS, vista la precaria instabilità del mezzo e la possibilità che lo stesso potesse ribaltarsi o, peggio, essere trascinato a valle a causa di possibili ulteriori rovesci in zona, lo ancoravano con cavi metallici alla parete rocciosa antistante.<br>Alle 21.35 ca. il personale CNSAS intervenuto sul luogo dell’evento e, successivamente, nei pressi del magazzino della Stazione CNSAS di Cortina chiudeva ufficialmente l’intervento.&nbsp;Lasciava il luogo anche il Delegato CNSAS che raggiungeva il Vice Delegato CNSAS, presso la Centrale Operativa del SUEM 118 di Pieve di Cadore.</p>



<p></p>
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		<title>ANDREA, MAUDI E DAVID 13 ANNI. ANCORA CON NOI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 08:32:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[Talvolta avvertiamo la necessità di gettare un ponte tra noi e il dolore, tra la memoria e la vita. Anche oggi questo ponte ci ha permesso di continuare a compiere un percorso durato tredici anni, di attraversare il tempo forse con più serenità, con meno tragica ansia, forse alle volte anche con un sorriso. Il [&#8230;]]]></description>
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<p>Talvolta avvertiamo la necessità di gettare un ponte tra noi e il dolore, tra la memoria e la vita. Anche oggi questo ponte ci ha permesso di continuare a compiere un percorso durato tredici anni, di attraversare il tempo forse con più serenità, con meno tragica ansia, forse alle volte anche con un sorriso. Il loro sorriso. Non posso però dimenticare quella tragica corsa verso Domegge di Cadore con Alex e Federico, sotto il Cridola, con la radio accesa, la gestione tremenda delle fasi successive e il profumo dei fiori in chiesa…</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>



<p></p>
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		<title>PATENTINO PER LA MONTAGNA? NO, GRAZIE! UNA NUOVA CULTURA “DELLA” E “PER” LA MONTAGNA? SI, SUBITO!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2025 17:47:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Mi hanno chiesto un parere sul patentino per andare in montagna. Ho dovuto contare diverse decine di respiri prima di declinare l’invito. Poi, ho sentito la necessità di riflettere prima di rispondere e rispondermi. Lo faccio, quindi, ora con una similitudine che spero venga compresa nella sua autenticità. Un soggetto impara ad andare in macchina [&#8230;]]]></description>
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<p><br>Mi hanno chiesto un parere sul patentino per andare in montagna. Ho dovuto contare diverse decine di respiri prima di declinare l’invito. Poi, ho sentito la necessità di riflettere prima di rispondere e rispondermi. Lo faccio, quindi, ora con una similitudine che spero venga compresa nella sua autenticità.</p>



<p>Un soggetto impara ad andare in macchina perché ha la patente nel portafoglio oppure perché ha imparato e mutuato da ragazzo dai gesti responsabili del padre e, magari, anche da quelli di qualche fratello maggiore, perché ha assunto informazioni nel tempo legate alla conoscenza delle strade e alla relativa segnaletica, perché ha maturato nel tempo una consapevolezza alla prevenzione degli incidenti, perché la cultura dell’auto e della mobilità piano piano lo ha fatto matura come autista??</p>



<p>Ecco, il patentino per andare in montagna, oltre ad essere la negazione della libertà che io voglio ancora trovare quando frequento l’ambiente montano (almeno là…), pur nel rispetto degli altri e dei potenziali soccorritori (lo sono dal 1994, anche con ruoli di una certa responsabilità e non ho mai rinunciato a parlare e praticare l’informazione e la prevenzione rivolta alla contrazione degli incidenti e degli infortuni…), è la ricerca esasperata di ciò che per natura non si lascia disciplinare (è un po’ come andare al mare), ma che ugualmente impone regole severe da seguire. Queste regole, anzi principi per essere ricorretti, non possono che essere quella cultura dell’automobilista a cui prima accennavo che va traslata anche per la montagna: cultura della montagna che, per scontata logica, non si acquisisce con patenti, ma con il desiderio di imparare con umiltà e fatica di e confrontarsi in modo onesto con l’ambiente.</p>



<p>Non entro neppure nel merito dell’improponibilità organizzativa e gestionale (es. una stima di 5/7 milioni di persone appassionate dei monti, dei quali almeno 1,5/2 milioni di soggetti che, con continuità, arrampicano, fanno ferrate, effettuano gite di scialpinismo ed escursioni che dovrebbero essere formate da qualche centinaio di professionisti??); degli aspetti legati al controllo, a quelli di carattere ispettivo e, eventualmente, sanzionatorio; delle problematiche di carattere assicurativo che ne discendono; delle criticità evidenti legate ai turisti di provenienza straniera… elementi, questi, che sono già di per sé, oltre a quanto già detto, un limite straordinario per rendere anche lontanamente perseguibile l’idea.</p>



<p>Mi piace allora pensare che quella del patentino per andare in montagna sia stata un’intelligente provocazione o, al massimo, una boutade estiva per poter parlare seriamente di quella che, non mi stancherò mai di chiamare con il suo nome corretto, si chiama, diversamente, cultura della montagna e questa, come detto, non passa affatto per l’ottenimento di alcuna patente poiché è sostanzialmente altro per nostra fortuna.</p>



<p>Con questa canicola, varrebbe la pena concentrarsi su questo, senza disperdere inutili energie.</p>



<p>Fabio Bristot – Rufus</p>
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		<title>CONTENTONSE 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 15:43:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
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					<description><![CDATA[E SFIDO CHIUNQUE A DIRE CHE NON SIA COSI’ Il 14 maggio 2019 la Regione Veneto approvava con propria deliberazione le Schede sanitarie, ovvero una specie di piano regolatore, con proprie gerarchie funzionali, atto a disegnare e strutturare puntualmente il modello della sanità per ciascuna delle singole ULSS della nostra regione.&#160; Per far meglio comprendere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>E SFIDO CHIUNQUE A DIRE CHE NON SIA COSI’</strong></p>



<p>Il 14 maggio 2019 la Regione Veneto approvava con propria deliberazione le Schede sanitarie, ovvero una specie di piano regolatore, con proprie gerarchie funzionali, atto a disegnare e strutturare puntualmente il modello della sanità per ciascuna delle singole ULSS della nostra regione.&nbsp;</p>



<p>Per far meglio comprendere di cosa si tratta, queste schede individuano la scelta di quali ospedali siano HUB (ospedali centrali di riferimento), quali SPOKE (ospedali periferici) e quali quelli di Comunità (ospedali o strutture intermedie tra l&#8217;assistenza domiciliare e l&#8217;ospedale vero e proprio); le specialità per ogni area funzionale;&nbsp; quali e quante siano le Unità Operative Complesse (UOC) e quelle semplici (UOS); le dotazioni immateriali (personale medico, infermieristico, operatori socio sanitari, ecc.) e le dotazioni materiali e strumentali (elicotteri, auto mediche, ambulanze, ecc.); il numero dei posti letto ed altri importanti parametri quali le reti ospedaliere, ecc. Tutti elementi, questi, che concorrono a disegnare il modello sanitario delle Ulss, quindi anche quello della nostra Ulss 1 Dolomiti, oltre a disegnare la strutturazione su base regionale della sanità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="856" height="509" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/OSPEDALE.jpg" alt="" class="wp-image-1906" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/OSPEDALE.jpg 856w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/OSPEDALE-600x357.jpg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/OSPEDALE-768x457.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/OSPEDALE-750x446.jpg 750w" sizes="(max-width: 856px) 100vw, 856px" /></figure>



<p>Al di là del lieve o parziale ridimensionamento registrato a quanto in precedenza previsto, va rilevato che alcuni obiettivi sono stati oggettivamente disattesi. È il caso dell’elisoccorso notturno di Pieve di Cadore, cioè delle prestazioni dell’elicottero rese H24 anche con attività di volo HEMS e HHO (operazioni con verricello e/o gancio baricentrico). Non è un caso che per tutti gli interventi di soccorso in ambiente montano di carattere notturno vengano incessantemente chiamati gli elicotteri di Trento e di Bolzano, mentre altre tipologie (piazzole ospedaliere e non) dall’elicottero di Treviso.&nbsp;</p>



<p>Infatti, c’era la netta previsione riscontrabile nelle suddette Schede” e totale garanzia della Ulss n. 1 che l’elisoccorso notturno H24 sarebbe partito da lì a pochi mesi (con semplice ricerca web vedasi le decine di dichiarazioni effettuate dai vari Direttori generali succedutisi nel corso degli anni). Ciò non è mai in realtà avvenuto. Anzi, senza che nessun Sindaco abbia battuto palpebra, Treviso si è lestamente accaparrato il servizio al posto di Belluno. Ripeto, neanche un sussulto di dignità da parte di chi, in fondo, ci rappresenta anche per tutela i nostri sacrosanti diritti.</p>



<p>Ma andando oltre questa parziale criticità, di per sé evidente agli addetti ai lavori ma anche, purtroppo, agli utenti, in questa sede va rilevato un altro aspetto di natura più generale: è la valutazione sull’inconfutabile immobilismo bellunese.</p>



<p>Difatti, sono passati alcuni anni da quel 2019, un periodo che riteniamo però che sia trascorso invano, poiché nessuno, ad ora, salvo alcune prese di posizione del Comune di Belluno in un recente passato, ha promosso una benché minima attività di monitoraggio e controllo su cosa sia successo e cosa stia succedendo nei nostri ospedali e quale sia il livello quali-quantitativo dei servizi e delle prestazioni erogate ai cittadini.&nbsp;</p>



<p>Precisato a scanso di equivoci che la sanità veneta – ribadirlo fa bene a tutti noi – è senza dubbio tra le migliori del nostro Paese, va altrettanto ammesso che nel bellunese, senza tema di essere smentiti, è qualcosa di innegabilmente diverso dal resto del Veneto: morfologia e rete viaria, dispersione della popolazione, talvolta il maltempo, comandando e condannano spesso l’abitante della montagna a tratte lunghe ed estenuanti verso la città capoluogo e in molti casi verso altre strutture extraprovinciali. Ma non sono gli unici elementi a farne una realtà diversa.</p>



<p>Al proposito, sia sufficiente riflettere con grande serenità d’animo che, di notte, se un cittadino di Davedino (Livinallongo del Col di Lana) o di Valgrande (Comelico Superiore) abbisogna di una prestazione urgente, tempo dipendente (per evitare la morte o per non acuire la possibilità di insorgenza di esiti invalidanti), deve essere di necessità centralizzato su Treviso, così da poter disporre di attività d’eccellenza legate alla neurochirurgia e/o a quelle derivate dal fatto di essere sede, ad esempio, di “trauma center”. Tutte azioni queste che comportano un percorso di ca. 150 km percorribili in oltre due ore, neve e traffico permettendo. Se invece il paziente viene elitrasportato con l’elicottero di Treviso (cosa invero poco frequente come attestante dai dati), il tempo di attesa è di ca. 45’ per la sola tratta di andata… quando invece se fosse attivo l’elisoccorso notturno di Pieve di Cadore, i tempi sarebbero contratti a ca. max 20’ per coprire l’intera provincia (meno della metà), garantendo i certi benefici della famosa golden hour. Ma tant’è!</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="843" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-1024x843.png" alt="" class="wp-image-1904" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-1024x843.png 1024w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-600x494.png 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-768x632.png 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-750x618.png 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA-1140x939.png 1140w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/MAPPA.png 1404w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Cosa è successo in questi anni? Si è assistito da parte della politica locale ad una immotivata ed arbitraria rinuncia a voler comprendere dinamiche e processi legati alla sanità bellunese e, in genere, si è notata una comoda preferenza ad appellarsi, invece, al salvifico modo di dire tutto bellunese del “contentonse”, potrebbe andare peggio. Un classico.</p>



<p>Ci saremo, allora, diversamente immaginati che, forti delle enunciazioni di principio su autonomia e specialità di cui talvolta amiamo gonfiarci il petto, la conferenza dei sindaci in questo periodo si fosse ritirare ad elaborare strategie di medio lungo periodo sia nel settore sanitario sia in quello socio-sanitario che, proprio nel nostro territorio, rischia di essere fortemente penalizzato per varie motivazioni per lo più note agli stessi sindaci (nda: a proposito come sia con gli ATS?).</p>



<p>Al vedo, cosa abbiamo in mano? Cosa ha prodotto la ns. politica a livello locale in questi sei anni. Poco? Nulla! Agli atti non c’è la benché minima traccia di un pensiero al riguardo, di una tesi perseguita con determinazione, di relazioni ed elaborazioni esplicative della stessa. Nulla, ad eccezione di qualche stentato richiamo alla telemedicina o a qualche lamentazione sui medici di base. Persi anni. Perse occasioni.</p>



<p>Allora è bene ricordare che i livelli prestazionali dei servizi sanitari sono uno degli elementi che qualificano un territorio, ma soprattutto sono uno degli asset che, assieme all’abitazione (averne una), al lavoro (poter avere un reddito) e ai trasporti (andare dove ho prioritariamente bisogno), comportano che l’abitante della montagna non sia costretto a scendere nelle valli più abitate o addirittura scappare in pianura, ma resti là ove è nato a difesa non tanto di una sterile identità socio-culturale che il bellunese non ha mai saputo maturare, ma della sua stessa esistenza fisica.</p>



<p>La responsabilità di questo comportamento, che nel migliore dei giudizi, può essere assimilato ad una grave negligenza, sta tutto nella politica, si badi, la politica nelle sue diverse entità e colorazioni, senza distinzioni di una o l’altra parte.</p>



<p>Rattrista prendere atto, ma tutto ciò conferma che vige ed è radicato il “contentonse” di cui sopra, vezzo ancestrale-psicologico che non ci fa schiodare dal provincialismo al quale siamo avviluppati, impotenti ed incapaci di disegnare una parte di idealità, quindi anche di futuro. Non possiamo, infatti, negare che la sanità non sia uno spicchio importante per l’orizzonte prossimo futuro dei territori e delle prossime generazioni: nostri figli e nipoti.</p>



<p>Forse, c’è ancora il tempo per fare qualcosa. Se così fosse (è) Serve allora sterzare con decisione a 180 gradi.</p>



<p>Cosa fare nel concreto di un percorso di straordinaria importanza per tutte le nostre comunità?</p>



<p>Al netto della gerarchia Hub/Spoke che comporta una volontà politica netta e definitiva per decidere quale ospedale sia hub e quale sia spoke (andiamo quindi oltre la consueta&nbsp;<em>querelle&nbsp;</em>Belluno-Feltre), si ritiene con cognizione di causa che, almeno in una fase iniziale, il percorso di analisi e valutazione sia alla portata anche di chi non ha particolare scienza come chi scrive. Sarebbe, dunque, sufficiente prendere le vecchie schede socio-sanitarie e confrontarle con quelle del 2019, analizzando in dettaglio (nda: non è una valutazione di ordine politico ma di ordine meramente matematico) se l’UOC o c’è o non c’è, se ci sono ancora tutte le UOS o alcune sono state accorpate o eliminate; se l’elicottero vola H24 sì o no; se sono diminuite e di quanto le prestazioni di bassa e media intensità effettuate negli ospedali di Agordo e Pieve di Cadore che ora vengono fatte a Belluno o a Feltre; il posto in letto in più o c’è o non c’è e così via.&nbsp;</p>



<p>Da qui, verificare cosa è stato sottratto nel tempo e cosa è stato magari anche aggiunto, lasciando anche il beneficio d’inventario. Quindi, analizzare in modo ancora più attento lo stato di fatto in ordine ai servizi ora presenti rispetto alle previsioni del 2019, cioè dire cosa era stato previsto e cosa è stato fatto in realtà, se è stato fatto senza soluzione di continuità oppure a singhiozzo. Quindi, provare ad azzardare il parametro valoriale più difficile che è quello di giudicare se nei suddetti servizi c’è stata la qualità minima richiesta (combinato disposto di professionalità offerta nei tempi richiesti dalla situazione clinico-sanitaria e dove questa prestazione è avvenuta, cioè vicino a casa o addirittura in altra provincia?!).</p>



<p>Va da sé che dopo questa analisi che – lo ripetiamo – non può prestarsi ad essere assolutamente giudicata come atto della politica, trattandosi di una pura e squisita analisi matematica, i nostri amministratori e le istituzioni che rappresentano devono tornare in campo con la consapevolezza di dover raggiungere alcuni obiettivi minimi e soprattutto tornare in campo se hanno anche l’ambire di portare a sintesi e coniugare necessità reali delle nostre comunità andando oltre il rituale compitino.</p>



<p>È pressoché scontato che in autunno, dopo le elezioni regionali, venga di nuovo messo mano all’architettura della sanità veneta e completata di certo dopo le Olimpiadi, ciò anche a prescindere dal percorso della definizione dei LEP a livello nazionale, percorso che avrà in ogni caso una sia importanza. Si parlerà di razionalizzazione e non di tagli, di ottimizzazione e non di sottrazione. Ma la sanità bellunese nel corso dell’ultimo quindicennio ha già dato. Basta considerare l’attuale valenza degli ospedali di Agordo e Pieve di Cadore, verificare con carta e penna cosa erano sino a poco tempo fa e cosa sono ora quali Ospedali di Comunità farebbe riflettere meglio.</p>



<p>… Da qui la necessità, visto che l’orgoglio e la dignità sembrano essere sostantivi desueti e non sempre caratterizzanti il bellunese, che i nostri rappresentati per antonomasia, i sindaci, creino senza oltre procrastinare momenti autentici di incontro e di decisioni sul modello di sanità che vogliamo. Traducano tutto questo in proposte autorevoli e tecnicamente perseguibili, presentino alle categorie economiche e sociali il frutto del loro lavoro e, infine, si battano, per una volta assieme, in difesa della sanità bellunese che qualche pezzo di autentico pregio nel tempo ha di certo perso.</p>



<p>Penso solo all’elisoccorso notturno. Fortemente voluto da tutti i sindaci nel 2018/2019, dopo le prime sperimentazioni effettuate per primi in Italia addirittura nel 1998 come gli antesignani che eravamo, promesso dall’Ulss n. 1 per un quinquennio (vedasi decine di atti in questo senso ed altrettante decine di comunicati diversi), ufficializzato dalla stessa Regione Veneto con le Schede del 2019… ed ora lasciato a Treviso senza che nessuno, dico nessuno degli amministratori se ne sia neppure accorto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="774" height="516" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/ELISOCCORSO_NOTTURNO.jpg" alt="" class="wp-image-1905" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/ELISOCCORSO_NOTTURNO.jpg 774w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/ELISOCCORSO_NOTTURNO-600x400.jpg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/ELISOCCORSO_NOTTURNO-768x512.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/07/ELISOCCORSO_NOTTURNO-750x500.jpg 750w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></figure>



<p>Per ultimo, due parole sul ruolo della Provincia. Verificato che l’Ente non ha particolari competenze in materia, va detto che in una situazione come questa dovrebbe avocarle a sé, quanto meno come momento consultivo, a prescindere da ciò che la vigente legislazione dispone. Una Provincia che dovrebbe mettersi a fianco dei sindaci e delle comunità per rilanciare una cornice autorevole sul tema “sanità bellunese”, per farsi anche attrice di una proposta complessiva, forte e determinata per permettere di sopravvivere a noi stessi e dare certezze alle generazioni future.</p>



<p>Infine, non può essere soggiaciuto lo straordinario ruolo sussidiario, anzi del tutto sostitutivo del ruolo degli Enti locali e della politica tutta, che hanno avuto e continuano ad avere comitati ed associazioni, gruppi di persone e semplici cittadini. La società civile più attenta e consapevole che è stata costretta a sostituirsi a soggetti istituzionali e a rivendicare attenzione sulle criticità esistenti in campo sanitario e socio-sanitario. Ma sino a quando questi importanti soggetti delle nostre comunità potranno avere fiato per promuovere iniziative, assumere posizioni sulle varie problematiche, avanzare proposte, criticare ed evidenziare situazioni di marcato disagio?</p>



<p>Si parta, allora, quanto prima a ragionare e poi a fare con la necessaria concretezza. Ogni giorno c’è, infatti, qualcuno che da questa provincia scappa, un altro bimbo che non nasce, anzi più d’uno, altri ancora che pensano di trasferirsi e molti altri che hanno rifiutato di venire a stabilirsi per assenza di alcuni servizi minimi (es: la casa) soprattutto nelle aree più interne del territorio.</p>



<p>Buon lavoro.</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>



<p></p>
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		<title>REITERATA MAGIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 12:56:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono posti opprimenti che amplificano il tuo disagio, provocando magari anche una bava di tristezza che scalfisce il sorriso che da tempo fatica a dischiudersi. Altri luoghi, invece, dilatano il cuore. Aprono l’orizzonte, alterano il tempo, dilatando l’animo sino a rasserenarlo.Uno di questi luoghi in cui sono andato decine di volte si trova a [&#8230;]]]></description>
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<p><br>Ci sono posti opprimenti che amplificano il tuo disagio, provocando magari anche una bava di tristezza che scalfisce il sorriso che da tempo fatica a dischiudersi. Altri luoghi, invece, dilatano il cuore. Aprono l’orizzonte, alterano il tempo, dilatando l’animo sino a rasserenarlo.<br>Uno di questi luoghi in cui sono andato decine di volte si trova a Salet (46°11&#8217;2.05&#8243;N 12° 6&#8217;49.21&#8243;E), località vicino a San Gottardo (Sospirolo &#8211; Belluno), un pugno di case alle pendici dello Spiz di Vedana, con delle belle radure a contorno.<br>Quando transiti in quella zona sembra di entrare in una vecchia pellicola western con i tratti e gli elementi inconfondibili però delle nostre montagne. Senti la lentezza del paesaggio, la calma che scorre assieme al torrente a lato del cammino, assapori con il cuore fotogrammi speciali che variano ad ogni tuo passo come la prospettiva. <br>Il percorso si snoda con gioiosa indolenza lungo alcune zone prative che sconfinano verso lo sfondo, dove si staglia il monte Coro: con la sua forma caratteristica, sembra abbracciare tutta la valle seminata qua e là anche di vari recinti di cavalli, ora pieni ora vuoti, secondo necessità.<br>Costeggi poi un’ampia prateria che, da metà primavera ad inizio estate, è lussureggiante come uno smeraldo appena sgrezzato. Varia, invece, nel periodo autunnale nelle tonalità del giallo tenue, screziato dal verde pastello che ancora non si arrende ai primi rigori della stagione.<br>Più in alto, si riescono a cogliere le varie sfumature di grigio delle paretine presenti nelle articolate pendici rocciose dei Monti del Sole. Queste si alternano alle balze boscate di un bel verde che, là, assume le tinte del pistacchio e che terminano nel cielo alto e profondo.<br>Camminando lungo tutto il percorso sei sempre avvolto in una miscela di odori dell’erba che macera quando è appena tagliata, quello dell’acqua stagnante che contrasta con il profumo di quella che scorre invece impetuosa sul letto di ghiaia del torrente. Poi avverti, appena ti sposti più addentro, l’effluvio che sale dal sottobosco e quello selvatico degli animali di passaggio che, alla sera tarda, scendono ad abbeverarsi delle acque abbondanti e fresche del Cordevole.<br>Ti fermi all’improvviso. Ammiri due giovani puledrini di poche settimane che stanno giocando a lato della femmina che ha dato loro la vita: risaltano giocosi nella bellezza del dipinto, senza sapere di essere diventati ignari attori dell&#8217;odierno film.<br>E’ tutto così bello che tornare alla vita che consuma i giorni diventa gioco forza un contrasto insanabile. Ma tanto per oggi ti basta, perché Salet è il bello, bello che hai attorno e, per qualche istante, nel cuore.<br></p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>I FIORI VIOLA, UN SEGNO DELICATO DI PIETÀ  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 12:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[Poco più di una ventina di anni fa, una coppia di anziani stava provvedendo all’approvvigionamento di legna per l’inverno, tagliando e recuperando alcune piante in un bosco molto ripido in zona Col de Salta, località dell’attuale comune di Borgo Valbelluna. I due, invero molto in là con gli anni, erano impegnati nel taglio di alcuni [&#8230;]]]></description>
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<p>Poco più di una ventina di anni fa, una coppia di anziani stava provvedendo all’approvvigionamento di legna per l’inverno, tagliando e recuperando alcune piante in un bosco molto ripido in zona Col de Salta, località dell’attuale comune di Borgo Valbelluna.</p>



<p>I due, invero molto in là con gli anni, erano impegnati nel taglio di alcuni alberi di piccole e medie dimensioni presenti nel crinale sottostante una strada di intromissione boschiva che serviva l’intera area. Qualche rovere, svariati carpini neri ed alcune acacie erano le essenze che, una volta secche, avrebbero portato calore nell’abitazione della coppia.  </p>



<p>Il marito tagliava con pazienza le piante e poi le sezionava per facilitarne il successivo trasporto che, non senza poca fatica, veniva effettuato per le sezioni più modeste dalla moglie, che le trascinava sino dove poteva. L’uomo, ogni tanto saliva dal pendio sbuffando per la fatica, portando sul piano le taglie più grosse e pesanti in direzione delle altre che, man mano, venivano accatastate.</p>



<p>Così, con una merenda frugale a base di pane fresco, ricotta e salame, consumata con sobrietà all’ombra di un paio di betulle, si era conclusa la mattinata. Poi, dopo un sorso di caffè freddo, bevuto direttamente da una bella bottiglietta smaltata, il lavoro era ripreso con la stessa intensità di prima.</p>



<p>Ma l’uomo, forse per gli sforzi impropri per l&#8217;età, prodotti senza risparmiarsi, aveva accusato poco dopo la pausa pranzo, un forte malore al petto. Si era accasciato a terra tenendosi a dei ciuffi d’erba e, dopo qualche istante, a causa del terreno particolarmente impervio, era rotolato a valle per alcune decine di metri. Il poveretto, dopo essere scivolato lungo alcune balze rocciose, era andato alla fine ad incunearsi in un canalino roccioso, percorso sul fondo da un torrentello.</p>



<p>Eravamo stati immediatamente allertati come Stazione del Soccorso Alpino di Belluno per competenza territoriale e per garantire il necessario supporto all’elisoccorso che non riusciva ad intervenire direttamente sul target, proprio a causa della conformazione del terreno e della zona particolarmente boscata.&nbsp;Il medico era stato, infatti, calato in prima battuta dal nostro tecnico e, successivamente, coadiuvato nelle varie operazioni rianimatorie anche dalla nostra squadra giunta nel frattempo sul posto. Nonostante le manovre messe in atto in modo oltremodo professionale e protrattesi per un lungo periodo, non si era riusciti a salvare quel povero boscaiolo. L’infarto era stato purtroppo fulminante e, pertanto, non si era potuto che constarne il decesso e richiedere al magistrato di turno l’autorizzazione per la rimozione della salma.</p>



<p>Il recupero dell’anziano era stato effettuato con una serie di manovre tecniche in realtà non particolarmente complesse, ma piuttosto laboriose che avevano permesso di traslarlo in poco più di mezz’ora sino alla mulattiera, dove si trovava ancora la falciatrice e il piccolo carretto ad essa collegato per il trasporto della legna tagliata di fresco.</p>



<p>La moglie, che sino ad allora era stata in compagna di alcuni parenti sopraggiunti sul luogo dell’evento, una volta intraviste le ultime dinamiche del recupero, ci venne immediatamente incontro richiamando la nostra attenzione con un rapido gesticolare delle braccia. Ci intimò, con una nostra certa sorpresa, di fermarci immediatamente proprio là ove eravamo e di depositare la barella a terra: voleva aprire a tutti i costi il sacco salma e non ci fu verso di fermarla a causa della determinazione con la quale voleva raggiungere il suo proposito. Ci disse che voleva lasciare a <em>“so om, come che lu al fea co ela, an segno picenin”</em>&nbsp;(nda: non ricordo bene se avesse detto “un segno” o “un presente a ricordo”).</p>



<p>Nessuno di noi comprese inizialmente quelle parole e non potemmo che esaudire il suo desiderio, liberando il corpo dalle cinghie che lo tenevano vincolato nella barella ed aprendo infine il sacco dove era stato riposto l’anziano.</p>



<p>La donna si portò allora a pochi metri dalla scarpata, sulla verticale esatta del punto preciso in cui era avvenuto quel tragico evento. Si inginocchiò e colse tra le foglie secche dei fiori viola, presenti in un buon numero a causa del terreno umido. Dopo alcuni istanti era già di ritorno, si era nuovamente inginocchiata ed aveva iniziato a comporre le mani del marito, unendole tra loro sul petto. Poi, con calma, aveva infilato quei fiori sgargianti appena colti tra le sue dita che, via via andava ad intrecciare non senza prima averle accarezzate ad una ad una.</p>



<p>Dopo qualche attimo di raccoglimento, lo baciò sulla fronte e gli disse <em>“ades te posse assar andar.”</em></p>



<p>Noi volontari, ancora con l’imbragatura addosso, durante tutte quelle fasi avevamo avvertito un nodo in gola serrato più delle corde che avevamo utilizzato. Dopo quanto avevamo appena visto, ci eravamo quasi tutti girati a guardare qualcosa di immaginario nel bosco, incapaci di fronteggiare le nostre stesse emozioni: ognuno di noi stava rigandosi le guance di lacrime calde e aveva gli occhi gonfi al cospetto di tanta umana pietà e della straordinaria dolcezza con la quale una donna, che aveva appena perso il suo compagno di una vita, aveva voluto porgergli l’ultimo, delicato saluto.”</p>



<p>Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>CONTENTONSE? ANCHE NO!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 10:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
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					<description><![CDATA[La nostra provincia, poco più di un secolo fa, contava una popolazione di 259.275 abitanti; poi è passata, solo una cinquantina d’anni fa, a 221.255, per crollare, infine, a una popolazione che raggiunge gli attuali 197.767 abitanti. Un devastante –23,7%, la cui drammatica portata forse non è stata ancora appieno compresa dalla politica, dopo la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La nostra provincia, poco più di un secolo fa, contava una popolazione di 259.275 abitanti; poi è passata, solo una cinquantina d’anni fa, a 221.255, per crollare, infine, a una popolazione che raggiunge gli attuali 197.767 abitanti. Un devastante –23,7%, la cui drammatica portata forse non è stata ancora appieno compresa dalla politica, dopo la stagione delle analisi, della convegnistica e delle enunciazioni che nulla, in almeno tre decenni, hanno prodotto in termini di riconversione di questo trend devastante. Oggi, possiamo quindi vantare un indice di vecchiaia pari a 255,2/100, cioè ci sono 255 persone anziane con età superiore ai 65 anni ogni 100 giovani con età compresa tra 0 e 14 anni (Sondrio, assimilabile a Belluno, ha, ad esempio, il rapporto di 174,6/100). Un disastro!</p>



<p>Provo a calarmi allora in alcune riflessioni socioculturali e socioeconomiche magari senza averne una profonda conoscenza e mancandomi anche magari la tecnica espositiva. Forse teorie avventate sui massimi sistemi. Si, può essere che sia davvero così, ma non temo il giudizio o la pubblica irrisione.</p>



<p>Senza la Legge 31 maggio 1964, n. 357, modifica di quella licenziata all’indomani della tragedia del Vajont, la provincia di Belluno avrebbe senza tema di smentita ora fattezze alquanto diverse. Sarebbe rimasta un territorio estremamente debole per una serie di oggettivi indicatori e non si sarebbe mai giovata di finanziamenti a fondo perduto e di altre specifiche agevolazioni che hanno invece garantito un processo di industrializzazione diffuso, sin a partire da metà degli anni sessanta e per almeno i due decenni successivi, in vaste aree del nostro territorio. Ma senza quelle 1910 persone morte, inermi vittime dell’ingordigia dell’uomo come si dimostrò con l’evidenza degli atti processuali, si sarebbero attuati quei processi che hanno generato effettivo benessere e prosperità tra le nostre comunità? La risposta è pressoché scontata ed è un “no” senza mediazioni possibili.</p>



<p>Va in ogni caso rimarcato il fatto che si fosse però realizzato (forse non poteva essere altrimenti) un sistema economico non infrangibile e tutto sommato delicato, eccessivamente accentrato su alcuni distretti industriali a discapito di altri; che si fosse rinunciato troppo presto allo sviluppo del turismo; che, parimenti, lo stesso fosse avvenuto con tutto il settore agro-zootecnico e boschivo, diventato in pochi decenni il simulacro di un mondo che non c’era più e la cui assenza la stiamo soprattutto pagando nelle aree più interne, quindi fragili, del nostro territorio.</p>



<p>Questo processo che, si badi, non sto affatto rinnegando, ha però lentamente portato a svuotare le terre alte e medio alte, concentrando nel fondo vallata la maggior parte delle maestranze che là preferiscono spostarsi per comodità e necessità, condizionando strutturalmente l’abbandono di ampie porzioni del territorio. Non siamo stati, infatti, in grado di prevedere e contro bilanciare questo fenomeno con opportune e continuative politiche soprattutto rivolte alla montagna priva di ski aree (pensiamo a tutta l’area della Valbelluna, del Feltrino, del Cadore e dell’Agordino che corrisponde alla parte mediana della nostra provincia) né si è ritenuto che il settore primario potesse determinare ancora un effettivo traino diretto sull’economia in termini di produzione di prodotti, sia su quella derivata, come quella che si lega naturalmente al turismo.</p>



<p>Associato a questi fattori ormai storicizzati, è necessario considerare, poi, un altro elemento: l’incomunicabilità politica (e non solo) tra valli e paesi confinanti che, spesso, non riescono a parlarsi per raggiungere una comune strategia e che ha cristallizzato un campanilismo assai radicato. Questo innegabile stato di cose è esso stesso freno per affermare il principio identitario “della” e “per” la nostra terra. Troppe frammentazioni e una guida politica priva da troppo tempo di riconosciute e dimostrate leadership hanno prodotto la difficoltà ad amalgamare in un peso specifico superiore la tanta frammentata pluralità delle tante vallate e delle tante comunità operose.</p>



<p>Verrebbe però, allora, da dire “contentonse” (accontentiamoci) stiamo tutto sommato bene nel nostro lamentarci, anzi non lamentiamoci. Noi Bellunesi facciamo al massimo un po’ di gazzarra su qualche tavolo del bar, ma con grande difficoltà riusciamo, poi, a reagire in modo organico, creando la necessaria e conseguente massa critica. Contentonse, dunque, perché non val la pena fare altro, proporre altro. Si, “contentonse!”</p>



<p>Un “contentonse” che, alla prova dei fatti, però si è dimostrato e si manifesta sempre più come del tutto arrendevole rispetto alle criticità reali già da tempo presenti. Un “contentonse” che non ha, infatti, sconfitto la denatalità della nostra provincia. Un “contentonse” che non ha piegato l’isolamento. Un “contentonse” che non ha modificato la scolarizzazione dei nostri ragazzi e la dispersione scolastica. Un “contentonse” che non ha aumentato il livello quali-quantitativo delle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie”. Un “contentonse” che non ha modificato i servizi legati alla mobilità sul e verso il nostro territorio. Un “contentonse” che non ha modificato in modo sensibile le sorti generali del governo del territorio.</p>



<p>Insomma, un “contentonse” declinato nelle tante sfaccettature della politica che non è riuscito a colmare il deficit tutto bellunese che non sta solo nella mancata autonomia legislativa e amministrativa che discende anche dal raffronto con i territori vicini, ma è prima di tutto un modus operandi compenetrato nelle nostre stesse azioni: un habitus mentale che non riusciamo a variare e neppure a mitigare. Un verbo che, fuor di metafora, enuncia in realtà una condizione psicologica propria delle persone rinunciatarie, quelle che si limitano a gestire sempre e comunque l’ordinario: senza voler neppure tentare di affrancarsi da uno stato particolare per tentare almeno di volare un poco più alto.</p>



<p>Dunque, dove vogliamo andare senza avere una strategia comune di medio e lungo periodo che sia delineata da una cornice chiara e da attori altrettanto evidenti nel ruolo e competenti nell’attuarla? Soluzioni che dovevano essere enunciate e perseguite da una politica autorevole, ora china da troppo tempo sull’ordinarietà delle analisi e sulla mediocrità di una visione che termina solo qualche metro più in là, in un orizzonte piegato tutto infelicemente su sé stesso, non mi pare ce ne siano.</p>



<p>Ci si lustra, ad esempio, gli occhi con i Fondi di Confine, ma sono il perpetrarsi della raccolta di pur importanti briciole sparse però ad alimentare il campanile e non già una visione strategica. Come membro attivo e mediamente pensante di questa nostra comunità, sento il dovere di suggerire alla politica le uniche prospettive, già peraltro delineate, che non possono più trovare tentennamenti: da una parte si deve ridare immediata elettività all’Ente Provincia, rappresentanza che la mediocre riforma Delrio (Legge 7 aprile 2014, n. 56) ha tolto, pur riconoscendo alla Provincia di Belluno. Dall’altra – e non è processo meno importante perché già attuabile – serve dare applicazione immediata al titolo III della Legge regionale 8 agosto 2014, n. 25 – Interventi a favore dei territori montani e conferimento di forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria alla provincia di Belluno in attuazione dell’articolo 15 dello Statuto del Veneto.</p>



<p>Ma le nozze, si sa non si fanno con i fichi secchi e neppure con i barbagigi, si fanno con un bel corredo che potrebbe finanziare queste deleghe importanti e strategiche. Oltre ai circa 18 milioni di canoni idrici servirebbe avere la certezza che almeno una parte del fatturato attuale delle derivazioni idroelettriche venisse gestito in provincia di Belluno, dalla Provincia di Belluno senza dover passare con il capello in mano davanti a nessuno. Sembra che, la cifra sia del tutto ragguardevole come da fonte autorevole si è appreso in questi giorni (nda: Ass. G. Bottacin). Stiamo cioè parlando di una cifra che si aggira sui 130/150 milioni di euro netti su base annua. Non straordinaria, ma sufficiente per ragionare, programmare ed eseguire.</p>



<p>Allora, serve muoversi in ordine concentrato (diverso dall’ordine sparso come sino ad ora avvenuto) e dar seguito anche a quanto previsto dall’art. 15 della stessa L.R. che al comma 5 prevedeva la creazione diun tavolo unitario di rappresentanza denominato&nbsp;<em>“Conferenza degli enti locali bellunesi”, costituito su impulso della Provincia attraverso il quale gli enti locali bellunesi possono partecipare alla formazione degli atti normativi e programmatori regionali afferenti le materie di cui all’articolo 13, comma 1</em>”.</p>



<p>In attesa delle medaglie olimpiche,&nbsp;continuiamo invece impavidi ad essere stritolati da una parte dalla pessima riforma fatta a livello nazionale in relazione ai territori interamente montani a bassa densità abitativa; dall’altra, da un neocentralismo regionale che non ha dato matura e compiuta attuazione ai principi enunciati.</p>



<p>Per questo unico motivo, è la ragione del nostro stesso essere provincia e Provincia, serve un nuovo patto politico e sociale, il patto, del tutto trasversale alla politica bellunese e agli orticelli che essa talvolta produce con scarso raccolto. Politica bellunese che, per una volta, una volta sola, metta in disparte dissapori ed appartenenze ad una o all’altra bandiera, ed unisca come forse mai fatto le forze migliori e le progettualità più potenti per ricondurre a sistema e finalizzare quanto sopra esposto con tutte le azioni del caso. Lo stiamo aspettando da troppo tempo ed è questa la strada che intravedo come unica possibile. Il resto sono, infatti, modesti cerotti apposti su un corpo politraumatizzato che nulla più servono.</p>



<p>Contentonse, dunque? Anche no!</p>



<p>                                                                                                              Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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