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	<title>Belluno e dintorni &#8211; Fabio Bristot</title>
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	<description>a volte detto Rufus</description>
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	<title>Belluno e dintorni &#8211; Fabio Bristot</title>
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		<title>02.10.2026… GRAZIE DI ACCOMPAGNARE ANTONELLA … E DI ACCOMPAGNARE ANCHE NOI OGGI…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 17:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Una donna eccezionale. Forse qualcosa che va anche oltre questo aggettivo, che rischia di sembrare solo retorica di circostanza. Essere qui oggi, invece, non è una circostanza. È esserci per Antonella per cercare almeno di investigare quell’altrove che amava ed ama, Antonella non è stata una donna da raccontare: è stata una donna da vivere: [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Una donna eccezionale. Forse qualcosa che va anche oltre questo aggettivo, che rischia di sembrare solo retorica di circostanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere qui oggi, invece, non è una circostanza. È esserci per Antonella per cercare almeno di investigare quell’altrove che amava ed ama,</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella non è stata una donna da raccontare: è stata una donna da vivere: era infatti “di testa sua” perché aveva il coraggio, raro, di appartenere prima di tutto a sé stessa. E questo abito mentale mi porta a dire che Antonella non ha semplicemente vissuto la sua vita: l’ha riempita di sé, fino all’ultimo giorno e respiro quando su di esso è inciampata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella era di una vivacità straordinaria. Era, anzi, la vivacità: una presenza che riempiva gli spazi e li trasformava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna multitasking nel senso più autentico del termine: non si limitava a fare tante cose, ma ne faceva di più. E le faceva bene, con cura, con gusto, con intelligenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna che è stata l’antitesi della banalità e dell’ordinarietà. E vedere tante persone qui oggi credo ne sia la testimonianza più autorevole, in qualche modo la conferma che non sto dicendo cazzate gratuite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anto toccava qualcosa e lo trasformava. Lo rendeva bello, corretto, anche giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul lavoro, dove sapeva distinguersi per l’estrema determinazione e l’indubbia competenza come legale, ma anche nelle mille attività quotidiane: un piatto che diventava speciale, un tessuto che prendeva vita, un dettaglio di casa che si trasformava in armonia, un buco in una parete che io, ciompo, non riuscivo a fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva un talento naturale per migliorare ciò che la circondava, quasi sfinando la regola. E lo faceva senza ostentazione, come se fosse la cosa più normale del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sapeva trascinare le persone. Aveva energia, carisma, una forza comunicativa rara che creava partecipazione autorevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte eccedeva nel voler essere al centro dell’attenzione — ed è giusto dirlo — ma quella stessa caratteristica è stata anche la chiave dei rapporti veri e profondi che ha costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con lei non esistevano mezze misure: o si entrava davvero in relazione, oppure non si entrava affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi ha avuto la fortuna di starle vicino lo sa bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche negli ultimi mesi non si scorgeva affatto rassegnazione o farsi bastare la mediazione al ribasso. Si coglieva solo il vigore del suo umore, l’esserci a pieno tondo, con tutta sé stessa e con quelle che definiva le sue “abilità residue”, esercitate sino alla fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La malattia, infatti, non ha mai vinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo va detto con chiarezza, senza infingimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oltre cinque anni che abbiamo attraversato insieme, e assieme a molti di voi, sono stati la prova concreta di come la vita abbia continuato a prevalere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non una resa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo risoluzione, lucidità, coraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio raro, difficile perfino da raccontare fino in fondo a chi non c’è stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo provati da un dolore che, però, nasce tanto tempo fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un dolore che non si lascia ordinare, che non si lascia spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche se da quel 6 aprile 2021 sono passati tanti mesi, il tempo non ha ancora trovato il modo di addomesticarlo davvero facendoci trovare pronti al grande salto, come lei lo amava chiamare. Un percorso che ha avuto un inizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppi pensieri negativi sono stati generati e tarlati dalla causa prima di tutto quanto è poi successo in termini di malattia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non abbiamo certezze ed evidenze e, forse, non è questo il momento per cercarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non voglio fermarmi ai torti subiti, alle mediocrità di chi quei torti ha arrecato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è questo che definisce Antonella per fortuna … e voi, oggi, ne siete autentica testimonianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Voglio parlare delle cose belle e delle situazioni appaganti, perché sono quelle che restano davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono la cifra che l’ha connotata e che ancora la connota, perché la sua eredità ci abbraccia con potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Antonella è stato amore vero. Mai simulato, mai tiepido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un percorso intenso, a tratti esplosivo, fatto anche di errori — e non ho difficoltà ad ammettere i miei, per la maggior parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo un percorso autentico. Vivo, seppur calato in una dialettica alle volte complessa ed aspra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo amore oggi ha un nome: Caterina. È il dono più puro e, per questo, straordinario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In lei c’è continuità, c’è memoria, c’è futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E io lo custodirò per sempre, come qualcosa che ci appartiene in modo indissolubile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio per questo oggi il nostro percorso di coppia, spesso scoppiata, assume un valore ancora più forte: riconoscere a pieno tondo cosa abbia rappresentato per me Antonella nei momenti più veri e anche in quelli in cui le nostre strade sono sembrate non incrociarsi più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dire qualcosa di una persona significa attribuirle aggettivi, magari strumentali o impropri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora mi viene da dire — lasciandole davvero tutti i meriti — che non sono le mie parole oggi a tratteggiarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meglio lo fa il suo libro,&nbsp;<em>Di testa mia</em>, che resta forse il testamento più lucido, la sintesi più originale della sua cifra esistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quelle pagine c’è tutto: la sua libertà, la sua ostinazione, la sua capacità di pensare in modo autonomo, di non piegarsi, di restare fedele a sé stessa anche nei momenti più difficili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma diciamolo con onestà intellettuale: è un’eredità inestimabile per tutti noi che va oltre il tempo, perché racconta non solo ciò che ha vissuto, ma come lo ha vissuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo lungo periodo, il calore ricevuto è stato immenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’affetto degli amici di Antonella — e non riuscirò mai a citarli tutti — è stato una presenza costante, delicata, preziosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Permettetemi almeno di ricordare le amiche in modo random: Betty, Irma, Lorella, Ornella, Rita, Rosalba, Sandra, Lorena, Lucia, Monica, Milena, Tiziana, l’amica di sempre Susy, e le altre che certamente dimentico e alle quali chiedo scusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guido, Mauro e i tanti amici delle Marche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E insieme a loro mia sorella Marina e mia madre Raffaela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ricordo, senza menzionarli, anche i miei amici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo voglio menzionare tutti i sanitari che sono stati a fianco di Antonella e con Antonella, quelli dell’ULSS 1 Dolomiti, dell’ULSS 2 Marca Trevigiana e dello IOV di Padova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Desidero ringrazia con un abbraccio corale tutto il personale straordinario delle ADIMED, quello davvero speciale dell’Hospice, al quale ci siamo affezionati come non avremmo mai pensato, e infine — ma di certo non ultimi — quelli della Fondazione Cucchini, con i suoi instancabili e silenziosi volontari, che ringrazio con il cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte queste persone, con competenze e ruoli diversi, hanno saputo esserci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non in modo invadente, ma con quella professionale tenerezza che accompagna senza pesare: hanno reso le giornate di Antonella più leggere, più umane, più sopportabili. Alle volte anche riempiendole di euforia e spensieratezza, offrendo gesti, sguardi e abbracci senza filtri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo si chiama amore. Sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedere tanto affetto, così sincero e duraturo, anche da parte di persone che inizialmente non conoscevo, mi ha fatto capire ancora di più — e in qualche modo confermare — quanto Antonella abbia lasciato un segno profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un aratro passato nelle sensibilità di molti, dove ha saputo lasciar cadere semi fecondi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, alla fine, è questo che resta: l’impronta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la sua è stata, è e sarà sempre forte, nitida, impossibile da cancellare dal mio cuore e dalla memoria, che ancora si interroga su perché ci sia capitato tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Antonella era, ed è, una donna “di testa sua”. E forse è proprio questo il modo più giusto per dire che ancora è e sarà, senza differenza di tempo e di modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, dopo aver rinnovato il mio personale ringraziamento agli amici qua presenti, mi rivolgo prima a Federica, Angelica e Arianna, poi a Margherita che abbraccio con forza e in modo autentico assieme ai loro compagni e al loro padre, Carlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi voglio rivolgermi alla persona a me più cara in assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi rivolgo a quegli occhi macerati dal dolore, a quelle labbra serrate dalla fatica e dal peso di ricordi non ancora dolci, a quel viso che ogni cosa dice: Caterina, nostra figlia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caterina, siamo stati una squadra. Magari alle volte con limiti e difetti che ci hanno fatto fare qualche autogol.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma saremo ancora squadra, perché la mamma così avrebbe voluto. E mi piace pensare che lo voglia ancora, tenendo con noi anche Samuele e le amiche carissime di Caterina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è già ora di lasciarti andare. Ma non ti lasciamo sola, perché, da qualche parte dentro di noi, continuerai a camminare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie, Antonella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato prima un onore, poi un privilegio averti conosciuta e amata anche nelle incomprensioni che cercheranno di comprendere dove e cosa sia il tuo altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio&nbsp;</p>
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		<title>UNA ZANZARA GIALLA SULL’ARDO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 13:57:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[Due ragazze scappano dalla pianura. La canicola non dà scampo. Si stanno sciogliendo. Scappano dalla città e cercano allora un po’ di fresco lungo l’Ardo, alla cascatella posta appena sotto Vial, a poche decine di metri dal Pont de la Mortis. Una briglia crea una pozza d’acqua pulita e, poco più sopra, un fluire di [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Due ragazze scappano dalla pianura. La canicola non dà scampo. Si stanno sciogliendo. Scappano dalla città e cercano allora un po’ di fresco lungo l’Ardo, alla cascatella posta appena sotto Vial, a poche decine di metri dal Pont de la Mortis. Una briglia crea una pozza d’acqua pulita e, poco più sopra, un fluire di bollicine fresche continua ad alimentarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle giornate semplici che sembrano promettere soltanto silenzio e qualche sorriso. Una dolce frescura e acqua nebulizzata quanto basta per dare sollievo. Forse qualche tartina e, di certo, della frutta succosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi basta un attimo per cambiare il copione. Giulia scivola lungo il sentiero, piuttosto ripido, che conduce al luogo prescelto. A tradirla, molto probabilmente, anche i laccioli delle racchette rimasti ai polsi. Dopo il violento impatto sulla roccia, conseguente a un volo di circa quattro metri, pressoché verticali, resta a terra immobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha riportato un importante trauma al capo e la frattura di un arto. Lì sotto il telefono è inutile. Non c’è campo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’amica urla a squarciagola. Qualcuno, che si trova là per lo stesso motivo, risale veloce, in una manciata di minuti, fino a Vial per dare l’allarme. Il 118 attiva la Stazione del Soccorso Alpino di Belluno e l’elisoccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre volontari arrivano sul posto in pochi minuti. Uno di loro, addirittura, in qualche decina di secondi. Mettono la donna in posizione di sicurezza, lavano e proteggono la profonda ferita alla testa. Cercano poi di sistemarla in una posizione antalgica, per limitare quanto possibile il dolore. Poco dopo arriva anche l’équipe dell’elisoccorso: medico, infermiere e tecnico di elisoccorso. Vengono calati con precisione nei pressi del luogo dell’incidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuna parola di troppo. Ognuno sa cosa fare. Si lavora insieme, con quella sintonia che nasce dall’esperienza, dalla conoscenza e dalla fiducia reciproca. Giulia viene stabilizzata e le viene somministrato un potente antidolorifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi la barella. Piano. Con attenzione. Fa male. Giulia grida dal dolore. Bisogna traslarla per una decina di metri, quel tanto che serve per raggiungere il punto adatto all’evacuazione con il verricello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si richiama l’elicottero. Una zanzara gialla scende nell’Ardo, smuovendo l’aria della valle e increspando l’acqua del torrente. Non punge e non dà fastidio. Ha soltanto quel rumore, lontanamente simile al ronzio di quell’insetto. Recupera Giulia e il personale sanitario. Il tecnico di elisoccorso, Luigi, è l’ultimo a essere verricellato. L’ultimo a lasciare il luogo dell’intervento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi torna il silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I volontari della Stazione di Belluno raccolgono le bende sporche, gli involucri di plastica dei farmaci e quanto rimasto a terra durante il soccorso. Ne fanno una piccola borsa improvvisata, perché anche dopo un intervento il terreno deve rimanere pulito. Poi accompagnano l’amica a recuperare l’auto, più sopra, a Case Bortot.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro volontario raggiunge il Pronto Soccorso. Porta informazioni e ne raccoglie altre, cercando di favorire quello scambio di notizie che, in momenti come questi, diventa prezioso soprattutto per chi aspetta e per i familiari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche questi piccoli gesti fanno parte del soccorso. Non finiscono nei comunicati. Non fanno rumore. Non si vedono nelle fotografie. Ma ci sono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa volta finisce bene. Ed è, senza dubbio, la notizia più bella. Buona guarigione, Giulia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot – Rufus&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>SOBRIETÀ ALLA PIERO ANGELA </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 11:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere. Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato. Mi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi fa riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anni fa seguivo Giuseppe Cruciani con interesse. Era irriverente, spesso sopra le righe, talvolta persino volgare. Ma dietro quella scorza c&#8217;erano analisi lucide, sintesi intelligenti e una notevole capacità di leggere i cambiamenti della società. La provocazione era uno strumento, non il contenuto. Poi qualcosa è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra che il personaggio abbia completamente divorato la persona. La provocazione è diventata il prodotto, la volgarità il marchio di fabbrica, il trash cioè le scoaze, una strategia commerciale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni limite sembra dover essere superato perché, nel mercato dell&#8217;attenzione, chi urla di più occupa più spazio, diventa più figo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non è nemmeno un caso che abbia scelto di legarsi mediaticamente a figure come il sig. Vannacci. Quando la provocazione diventa un modello di business, è quasi inevitabile cercare personaggi che vivono della stessa logica: polarizzare, dividere, far discutere, spostare sempre più in là l&#8217;insulto o la proposta becera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco importa allora se il dibattito si impoverisce, diventi pressoché nullo: conta che il rumore non si arresti mai, possibilmente che cresca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma credetemi, c&#8217;è una differenza enorme tra essere controcorrente ed essere semplicemente sopra le righe. Tra essere intelligenti ed essere rumorosi. Tra far pensare e fare audience.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi chiedo: davvero il successo, per durare, deve trasformarsi in una caricatura di sé stesso? Davvero non può reggersi sulla qualità, sulla profondità, sull&#8217;intelligenza di una proposta? Forse il trash, cioè le scoaze, genera clic. Produce condivisioni. Fa ascolti. Fa anche soldi&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il rumore non è valore. È soltanto rumore: decibel, talvolta accattivanti, ma pur sempre decibel. Per questo, sempre più spesso, cambio canale o salto il post.E torno alla sobrietà di un Piero Angela. Una sobrietà che oggi qualcuno definirebbe &#8220;noiosa&#8221; e &#8220;lenta&#8221;, ma che aveva una qualità rarissima: rispettava l&#8217;intelligenza di chi ascoltava. Sempre. Non aveva bisogno di urlare, di scioccare o di provocare per lasciare un segno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, una nota personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caro Cruciani, se fossi fatto con la tua stessa pasta – e spero davvero che abbiano buttato lo stampo – ti direi di andare a fare in culo. Invece, caro Cruciani, preferisco invitarti di cuore a rileggere la tua parabola discendente con la stessa acutezza intellettuale che, qualche anno fa, ti riconoscevo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché gli ascolti possono crescere grazie al rumore, ma l&#8217;autorevolezza nasce da altro. E quella, una volta smarrita, è molto più difficile da ritrovare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buoni insulti e buoni decibel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot Rufus</p>
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		<title>BIANCO, VERDE, GIALLO O NERO NON CAMBIA&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 17:58:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">BEPI, TONI, DOWN, NANI O CHECCO NON CAMBIA</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sostenere la famiglia di Dowh Mukhtar, la minoranza del Consiglio comunale di Belluno ha portato nell&#8217;odierna adunanza del Consiglio una proposta molto semplice e lineare: destinare il gettone di presenza della seduta del 29 aprile 2026 alle spese funerarie. Pochi euro per un gesto simbolico che personalmente anche io avrei fatto e farei per ogni situazione analoga si venisse a verificare per qualsiasi lavoratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mukhtar era, infatti, un dipendente impiegato regolarmente in una ditta della città, conosciuto da chi lavorava con lui come una persona seria, capace e volenterosa. È morto in un tragico incidente, tornando a casa dal lavoro, di notte, in bicicletta: ha pesantemente urtato un muro. Una fine assurda, che avrebbe meritato rispetto e silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece, sui social, non sono mancati commenti indegni e volgari: qualcuno ha persino ironizzato sostenendo che Mukhtar avrebbe scambiato il muro per un albero di banane. Parole di un povero mentecatto vigliacco che dicono molto più su chi le scrive che su chi non può e non poteva più difendersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Consiglio, la proposta è stata sostenuta da tutte le forze della minoranza, oltre che dalla Consigliere Mella e Stefani. Il consigliere Ferro non ha partecipato al voto. Si sono espressi contro i tre rappresentanti di Fratelli d’Italia e il Consigliere La Grua. Il resto della maggioranza si è invece astenuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato politicamente più rilevante resta comunque un altro: è il fatto che il Sindaco si è astenuto. Un’astensione che pesa come un macigno di fronte ad un gesto simbolico, un gesto minimo di solidarietà verso una famiglia colpita da una tragedia che il Sindaco avrebbe potuto fare in modo autorevole, andando oltre gli ordini e gli schemi di partito, facendo una scelta di coscienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto, la delibera per fortuna è passata con 10 voti favorevoli Un esito che lascia aperte molte domande, non tanto sul risultato finale, quanto sul significato politico e umano delle scelte fatte in aula.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>GRIDO DI UN NONNO SENZA APP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 18:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete. Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo. Ho fatto cose con le mani, con la testa, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Io ho costruito ponti che attraversate senza guardarli. Ho lavorato su strade che oggi vi sembrano scontate. Ho realizzato palazzi e condomini dove vivete.             Ho passato anni in fabbrica, nei campi, nelle scuole, nei laboratori, negli uffici, nelle stalle, nelle miniere e a girare il mondo.                                                                        Ho fatto cose con le mani, con la testa, con il tempo che avevo e con le doti che possedevo. Qualche volta ho anche sbagliato.                                                            Ho fatto tutto questo ed altro con l’intelligenza naturale, tanto o poco che fosse.    Ho fatto tutto questo con l’unica versione di me stesso, priva di aggiornamenti e di backup.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque, ieri mi avete detto grazie perché avevo realizzato il futuro. E oggi, invece, mi dite che non so più stare al mondo, anzi che devo stare fuori dal mondo perché non so cosa sia una app.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma io non ho un’app. Non ricordo la password.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so dove cliccare e non capisco come chiudere una pagina o fare una ricerca con la vostra intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volete capirlo o no?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo prenotare una visita medica… e mi chiedono uno SPID. Devo ritirare un referto… e mi mandano su un portale con una login ed una password impossibile. Devo pagare una bolletta… e mi dicono “<em>lo faccia online, è facile”</em>. Voglio guardare negli occhi miei nipoti … e mi dicono di fare una call in videochiamata “<em>perché è banale!”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Facile per chi? Banale per chi? Per voi che siete nati e cresciuti dentro questo linguaggio. Per me è come parlare una lingua che non ho mai sentito nè studiato, ma dalla quale dipende la verifica del mio colesterolo o uno dei miei parametri sanitari o il poter vedere il sorriso di mio nipote Marco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho mai chiesto né preso scorciatoie nella vita, quella stessa vita che adesso mi impone di chiedere aiuto per esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo aspettare un figlio, un nipote, un vicino. Devo chiedere con vergogna: “<em>quando hai tempo, mi fai questa cosa?”, “Mi scarichi quella cosa che non ho capito perché una volta c’è scritto doc e altre volte pdf?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni volta non mi tolgono un file, ma mi sottraggono un pezzo di dignità. Ma la cosa più grave non è questa. La cosa più grave è che, se sbaglio… resto indietro.  Se non capisco… perdo un appuntamento. Se non riesco… rinuncio a curarmi. Se non apro la app giusta… vengo deriso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora ditelo chiaramente: un anziano oggi può stare male, o peggio, perché non sa usare un’app che deve avere una benedetta password che ogni tre mesi deve essere aggiornata assieme alla versione 12.03.01 del software dello smartphone e che&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è accettabile.  Perché io non sono un errore da aggiornare. Non sono un sistema obsoleto da inizializzare. Non sono neppure un file da mettere nel cestino </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono ancora una persona che ha costruito il mondo in cui vivete e la realtà che state attraversando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progresso che esclude allora non è progresso. È solo una scorciatoia per smettere di prendersi cura degli altri. Se per avere un diritto serve essere “bravi con la tecnologia”, allora non stiamo andando avanti. Stiamo lasciando indietro chi ci ha portati fin qui. Stiamo escludendo padri e nonni, cioè anche me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una società che fa questo non è affatto moderna. È conformista, ma con una forma che non riesce ad includere valori e saperi, sensibilità e vissuti. È una società che, alla fine, è solo più sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se devo sentirmi alienato nel posto che ho contribuito a creare e costruire, allora non è il futuro ad essere avanzato. È il presente ad aver dimenticato e a diventare civilmente retrogrado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>
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		<title>CIAOOOOO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 09:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto. Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.Non era per educazione. Non era per galateo.Non era neppure per formalità o maniera.Era una sorta di patto non scritto che stava [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel 1974 salivo al Rifugio 7° Alpini. Il mio primo rifugio, ma soprattutto il mio primo saluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.<br>Non era per educazione. Non era per galateo.<br>Non era neppure per formalità o maniera.<br>Era una sorta di patto non scritto che stava tutto in una mano alzata e in un sorriso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png" alt="" class="wp-image-2126" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-683x1024.png 683w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-400x600.png 400w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-768x1152.png 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI-750x1125.png 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2026/03/RUFUS_7-ALPINI.png 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Quando incroci qualcuno su un sentiero non stai, infatti, dicendo solo un banale “ciao”.<br>Stai dicendo: ti vedo perché mi sono accorto di te. Condividiamo la stessa passione e fatica.<br>Se serve, ci siamo e possiamo aiutarci reciprocamente.<br>In montagna il saluto è allora una forma di alleanza silenziosa.<br>Perché lì l’ambiente è indifferente all’uomo, può diventare aspro, talvolta tragico e nessuno si salva da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi si scende a valle.<br>E qualcosa cambia.<br>Ci incrociamo ogni giorno — in ufficio, sul pianerottolo, al bar, nel traffico — ma spesso non ci vediamo davvero. Abbassiamo lo sguardo. Scorriamo uno schermo, quasi fosse quello del nostro inseparabile smartphone.<br>Tiriamo dritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure anche a valle siamo tutti su un sentiero. Fatiche diverse, paure diverse, salite diverse.<br>Ma siamo sempre esseri umani che potrebbero, almeno per un istante, riconoscersi in questo escursionismo esistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo portare a valle quel saluto di montagna.<br>Non però quello distratto o quello automatico.<br>Quello vero ed autentico.<br>Quello che dice: ti riconosco. Non sei invisibile. Condividiamo lo stesso pezzo di strada.<br>Perché una società che smette di salutarsi è una società che smette di riconoscersi.<br>E senza riconoscimento non c’è comunità. C’è solo distanza. C’è solo una stanza con dentro il nostro disagio posto accanto ad un’altra stanza uguale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un buongiorno – ne siamo consapevoli &#8211; non cambia di certo il mondo. Ma può cambiare il clima umano di una giornata o di uno scampolo di essa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da lì, forse, nasce qualcosa di più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamoci. E… buongiorno!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>L&#8217;UOMO, IL CANE E VIA FELTRE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 07:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall&#8217;altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.Mi sorprendo a [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo vedo attraversare la strada con il suo cane ogni giorno, prima da un lato, poi dall&#8217;altro, due ombre leggere cucite dallo stesso passo incerto.<br>Camminano come se il tempo non fosse più una fretta, ma una memoria da custodire. In quell’andatura lenta colgo una dignità che nessuno applaude e nessuno, però, neanche saluta.<br>Mi sorprendo a seguirlo con lo sguardo ogni volta, come se cercassi una risposta ai miei quesiti che non so formulare apertamente. Lo guardo negli occhi, non per vezzo banale, ma per conoscere.<br>I suoi occhi sono laghi quieti, velati di lacrime trattenute.<br>Non piange, ma qualcosa in lui ha imparato a farlo in silenzio o, almeno, questo io colgo quando indago quello sguardo.<br>Il cane è la sua forza, la sua ultima possibilità per sentirsi e non recedere all&#8217;indifferenza. Lo guarda spesso fermandosi, lo accarezza e in questi gesti colgo un rapporto senza il quale quella persona sarebbe altro. Forse non sarebbe affatto.<br>Penso allora che dovremmo imparare a guidare negli occhi delle persone, non per curiosità, ma per rispetto.<br>Perché negli occhi si annidano le stanze chiuse, le assenze mai nominate, le carezze date al buio per non sentire il freddo.<br>Guardare davvero qualcuno ritengo sia un atto di coraggio lento, perché comporta avere tempo.<br>È accettare che ogni sguardo sia una storia che cammina accanto a noi, talvolta anche senza il cane.<br>E che, a volte, basta incrociarlo per non farla sentire sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>IL SILENZIO DI FORCELLA GRAVA – LA TRAGEDIA DEL GIUGNO &#8217;96</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 13:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago. Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">La partenza da una ridente cittadina veneta era avvenuta solo nella tarda mattina di un sabato di fine giugno. Una giornata da tempo pianificata, il cui obiettivo era il Rifugio Semenza, adagiato sotto i ripiani ghiaiosi del Monte Cornor, in Alpago.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Dopo un pranzo frugale consumato nell’autogrill poco fuori la tangenziale di Venezia, la comitiva, composta da undici persone, era risalita su un pulmino e un’auto, facendo meta verso le montagne dell’Alpago che già dalla pianura si intravedevano lontane, sulla destra rispetto all’asse autostradale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alle ore 15.50, dunque – non quando la montagna è ancora accogliente e, in qualche modo, indulgente, ma quando il tempo comincia a correre veloce e il giorno perde le sue ore – iniziano a percorrere i sentieri di quella che diventerà un’escursione tragica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Dalla Malga di Pian delle Laste, a circa 1.350 metri, salgono con un’idea in realtà logica e semplice: raggiungere il Rifugio Semenza, a 2.020 metri, seguendo il sentiero CAI 924 ed effettuando così una sorta di periplo del Monte Guslon. Una linea tracciata sulle mappe da tempo, una promessa da mantenere, fatta al gruppo dal capo gita durante una serata in un ristorante sul Lago di Garda.<br>Un itinerario che si compie di norma in 3.30/3.45, qualcosa più di 4.00 ore per i poco allenati e che, come tale, rientrava nelle capacità tecniche del gruppo, anche se l’orario di partenza non era stato tra i più indicati, nonostante le effemeridi fosse molto pronunciate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sentiero si snodava lungo i crinali della montagna senza particolari difficoltà tecniche. Qualche sosta di troppo, forse, già nella parte iniziale per consentire agli ultimi di ricongiungersi ai primi del gruppo. Ulteriori tappe prive di un motivo apparente, qualcuna per delle vesciche ed altre per fotografie di alcuni fiori, che allungano i tempi oltre il lecito iniziano a sforare la tabella di marcia in modo piuttosto marcato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, alcune nuvole cominciavano ad appoggiarsi alle pareti, mentre un’aria fredda faceva ondeggiare le cime dei larici, deliziosa cornice dell’itinerario prescelto. Nulla, però, lasciava presagire il peggio.                                                                            A Casera Pian di Stele, poco sopra i 1.400 metri, quella linea prescelta per l’escursione invece si perde. Il tempo cambia in modo repentino, tanto che intorno alle 19.30 il cielo inizia a rilasciare goccioloni freddi. La temperatura varia abbassandosi di svariati gradi. Il sole è scomparso e non illumina più i monti attorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo si ferma, qualcuno si veste, altri si ristorano con dei panini e delle tavolette di cioccolata che vengono fatte girare fra tutti.<br>Piove. Prima in modo calmo e ritmato, poi violento. Serve ripartire velocemente e portarsi quanto prima verso il rifugio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio a pochi metri dalla Casera si compie l’errore che si rivelerà tragico da parte del capo gita. Un errore di direzione, una deviazione netta, quasi di novanta gradi, sulla sinistra, dove si sale decisamente invece di traversare dolcemente. Si guadagna quota troppo in fretta andando così verso l’ignoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cadono anche i primi fiocchi di neve, misti ad acqua. Neve inaspettata e improvvisa: non è neppure fine giugno.<br>Inizia a serpeggiare la stanchezza e compaiono le prime crisi di panico delle escursioniste più giovani. La comitiva si allunga inevitabilmente lungo il conoide di ghiaia che sale ripido verso la forcella, al cui apice pensano si trovi il rifugio: è l’obiettivo.<br>Il vento spira forte. Raffredda la superficie bagnata creando prima un sottilissimo strato di ghiaccio, poi un verglass insidioso che compatta ghiaia e roccia in un tutt’uno. Più in alto nevica fitto e la visibilità diminuisce. La montagna ora sembra diventare più cattiva, o è così che sembrano aver pensato gli escursionisti quasi subito, alle prime avvisaglie delle difficoltà.<br>Il gruppo inizia a sfilacciarsi, la comunicazione si interrompe, anzi si sentono solo grida scomposte, via via più forti. Alcuni scivolano, faticando a restare in piedi, altri procedono a carponi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La zona sottostante Forcella Grava Piana, a 1.924 metri, li accoglie dunque ormai in pieno ambiente invernale. La dorsale del Monte Pianina, aperta, spoglia ed esposta, sembra un muro che non concede tregua. Dalle cime scende un vento gelido. E il tempo cambia ulteriormente con l’inizio di una bufera di rara intensità che porta con sé neve che si appiccica ovunque, vento forte, quasi esplosivo, freddo. Tanto freddo. I fulmini scaricano la loro potenza sulle creste. Il bagliore squarcia per pochi istanti la nebbia densa che avvolge ormai tutti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="964" height="644" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg" alt="" class="wp-image-2019" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image.jpeg 964w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-600x401.jpeg 600w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-768x513.jpeg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/image-750x501.jpeg 750w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Senza ramponi ogni passo è incerto. Cadono ancora. Mani e piedi iniziano a dolere per il freddo. Nessuno ha i guanti e tenere le mani in tasca aumenta solo le cadute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutta la comitiva, invece di pensare a un prudente rientro, insiste nel salire di quota perché il rifugio è lassù, a poche centinaia di metri, non può che essere lassù.                                                                                                                                                            Alla fine la fatica diventa crampo. Il crampo diventa immobilità. Le cadute aumentano. Tutti rallentano. Inizia a serpeggiare la paura. Un timore reale, perché ora si comincia a cadere in modo pericoloso lungo il sentiero, ormai sempre più ripido. O forse alcuni iniziano a uscire dal sentiero, salendo a caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Angelo, che si trova più in alto di tutti, è molto affaticato e con evidenti sintomi di congelamento; viene forse interessato da un fulmine caduto là vicino. Carla è, invece, ferma ormai da qualche minuto, spossata dalla fatica e dal freddo: non ha capi tecnici con cui vestirsi; quello che aveva con sé lo ha già tutto addosso, una maglia di pile leggero e una giacca di tessuto.<br>Sente le voci delle altre persone farsi flebili, lontane, indecifrate tra qualche strepito che si perde rimbalzando tra le pareti di roccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’uomo tenta di rialzarsi, ma il freddo lo ghermisce. Non si muove più. La moglie lo chiama con forza. Poi più nulla. All’inizio arriva un assopimento sottile e ingannevole. Le palpebre si fanno pesanti, i pensieri rallentano, il freddo sembra attenuarsi, ma non è così.<br>La donna resta accanto al marito, pochi metri più sotto, forse incapace di arrivargli vicino. Resiste finché può. Poi il freddo intenso vince anche lei. L’assideramento è letale per entrambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo, la disperazione investe gli altri membri del gruppo che, presi dal panico, si sparpagliano nel tentativo di portarsi a valle. I movimenti diventano via via più incerti. Scendono come possono, inciampando e scivolando sulla neve e sul ghiaccio, sulla ghiaia e sulla roccia, materia tutta uguale nel dramma che stanno vivendo. Cadendo si feriscono alla schiena: abrasioni profonde che bruciano, poi smettono di farsi sentire. Il torpore prende alcuni di loro, rallentando la progressione. Qualcuno si siede per riprendere fiato e fatica a rialzarsi. Strisciano come possono, sul dorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, al Rifugio Semenza, l’attesa diventa sospetto. Il gruppo non arriva. Cala la sera velocemente scossa da condizioni meteo che di rado si vedono così intense a giugno. Sono, infatti, oltre due ore di ritardo rispetto a quanto comunicato il giorno prima e confermato al mattino, poco prima di partire da parte del capo gita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione è reale perché motivata, l’allarme, quindi, è pressoché scontato da parte del gestore che, poco dopo le 21.35, chiama il 118 e direttamente il Soccorso Alpino della locale Stazione dell’Alpago.&nbsp;Poi la linea si guasta per le condizioni meteo straordinariamente inclementi per la stagione e verrà rispristinata solo qualche giorno più tardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A muoversi per primi sono alcuni uomini del Soccorso Alpino dell’Alpago, che salgono velocemente sino al rifugio percorrendo i due sentieri più ovvi, non essendo nota la pianificazione fatta dal gruppo.<br>Non trovano nessuno né all’andata né al ritorno, reso complesso dal ghiaccio che ricopre come una patina insidiosa tutto il tracciato. Capiscono che la situazione non è affatto banale. Chiamano altri nove volontari della stessa Stazione, dando indicazioni di avere al seguito vestiario molto pesante e ramponi. Anche qualche piccozza è consigliata, se c’è da rimuovere il ghiaccio lassù in alto, dove è presente senza soluzione di continuità oltre i 1.700 metri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’allarme è intanto partito anche per la Stazione di Belluno, che muove i suoi primi sei uomini, alcuni dei quali erano impegnati in un concerto di canti di montagna e che abbandonano immediatamente. Vengono allertati anche i Vigili del Fuoco, presenti con otto uomini effettivi in ambiente.<br>Arrivano poi gli altri volontari della Stazione di Belluno, uno dei quali viene lasciato in magazzino per raccordare le comunicazioni radio e quelle, molto difficili, effettuate con i telefonini. Lo stesso verrà poi sostituito da un altro volontario, dovendosi recare in ospedale per raccogliere le testimonianze dei primi feriti, e raggiunto poco dopo da un secondo volontario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2023" srcset="https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-649x1024.jpg 649w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-380x600.jpg 380w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-768x1212.jpg 768w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-973x1536.jpg 973w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-750x1184.jpg 750w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1-1140x1799.jpg 1140w, https://fabiobristotrufus.it/wp-content/uploads/2025/12/MAPPA-1.jpg 1167w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Inquadramento dei luoghi. Fonte. Carta Tabacco.</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sul campo ci sono dunque ventisette uomini del Soccorso Alpino, con la presenza di un medico, affiancati successivamente da otto Vigili del Fuoco che svolgono una serie di importanti funzioni logistiche e di raccordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando salgono, gli uomini del Soccorso Alpino non salgono leggeri. I ramponi li hanno. Avanzano lenti sul ghiaccio. Sanno che ogni chiamata ha già una forma definita, anche se non ha ancora un esito. In questa, la forma è chiara: fare tardi, perdere tempo, con il tempo che accenna a cambiare, può diventare fatale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel vento che spinge di lato, con il freddo che entra nelle mani, i soccorritori avanzano uno alla volta lungo il sentiero o a piccole squadre, seguendo le labili tracce lasciate a terra nei movimenti dissociati degli escursionisti. Altri si dispongono a ventaglio nel tentativo di ritrovare le persone. La progressione con i ramponi sul ghiaccio è concentrazione pura. Ogni passo va guadagnato in sicurezza.<br>Quando trovano i sopravvissuti, l’emozione non esplode. Si contrae. Si lavora. Si copre. Si parla con voce bassa. Il cuore, per ora, aspetta. Le ore passano come la fatica accumulata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è facile ritrovarli tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni soccorritore sente il limite avvicinarsi, ma non può permetterselo. Perché se cadi tu, qui, diventi parte del problema. Qui il soccorso non corre. Resiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si presume di averli raggiunti tutti, ma il dato non è certo poiché nella estrema confusione testimoniale sembrerebbero mancare ancora due o tre persone.&nbsp;Alcuni dei soggetti individuati sono feriti, anche in modo molto grave. Tutti comunque in uno stato ipotermico marcato. Alcuni presentano seri principi di congelamento e giacciono a terra, incapaci di muoversi; altri hanno profonde ferite lacero-contuse al dorso e sono sparsi sulle ghiaie del conoide imbiancato. Solo due, ad eccezione di qualche abrasione al volto e alle mani, non mostrano altri segni evidenti sul corpo, se non il terrore negli occhi e un marcato stato confusionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il medico del Soccorso Alpino fa quello che può con il contenuto dei due zaini sanitari portati al seguito. Stabilizza i pazienti là dove è possibile farlo, medicalizza con il materiale che si esaurisce velocemente.<br>Nessuno si era immaginato di soccorrere una comitiva così numerosa. Si pensava a quattro o cinque persone al massimo. D’altro canto, con la linea interrotta del rifugio, non era stato possibile raccogliere altre informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sono trascinati sul terreno gelato senza ramponi, strisciando su ghiaia e roccia. Vengono immobilizzati e coperti, per quanto possibile, con gli stessi indumenti dei soccorritori. Alcuni vengono condotti alla casera; altri, i feriti, assicurati alle barelle e con lentezza fatti scendere più in basso.<br>Il trasporto è lento e faticoso. I soccorritori procedono a turno, passo dopo passo, su un terreno che più in basso non presenta più verglass, ma resta instabile a causa del fango inzuppato dal violento temporale che ha colpito l’area a quota inferiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le soste sono brevi, necessarie. Qualcuno geme sulle barelle, qualcuno non parla più. Così per lunghe ore della notte, in un andare e venire convulso ed estremamente faticoso che prova duramente anche il personale del Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco che, nell’ultimo tratto, coadiuvano le operazioni.<br>Raggiunta la strada, vengono caricati sulle ambulanze e trasferiti all’ospedale di Belluno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Pronto Soccorso l’ingresso è rapido e ordinato. Le barelle entrano una dopo l’altra. I vestiti vengono tagliati via, le mani sono livide, i corpi rigidi per il freddo. I medici parlano a bassa voce, controllano parametri, annotano valori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il volontario del Soccorso Alpino di Belluno cerca di strappare qualche notizia certa sul numero di persone facenti parte del gruppo, sui nomi e cognomi, ma non c’è tempo. Lo stato di shock e l’impossibilità materiale di parlare non offrono indizi precisi e puntuali. C’è solo molta confusione, che si somma a quella già presente sul campo e che ancora non consente di stabilire il numero esatto delle persone coinvolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due soggetti – una ragazza e un ragazzo – vengono trasferiti in rianimazione. Intubazione, monitor, flebo. Il freddo non è solo sulla pelle, è dentro. Gli altri finiscono in chirurgia per le ferite al dorso causate dal trascinamento prolungato su rocce e ghiaia gelata.<br>Le informazioni arrivano, per forza di cose, a frammenti, passando rapidamente di reparto in reparto. Si apprende solo che le due persone più anziane, identificate come capigruppo, si trovavano molto in alto e che si era perso quasi subito il contatto visivo e uditivo. Nessuna certezza, dunque, se non quella della pioggia fortissima che batteva con violenza le ampie vetrate del Pronto Soccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo, gli uomini del Soccorso Alpino che si trovavano più in alto, ai quali si erano aggiunti quanti non erano più necessari per il trasporto dei feriti, puntano dritti alla forcella nel tentativo di rinvenire le altre due persone che sembravano mancare all’appello nella comprensibile confusione dei dati.<br>Si muovono nella bufera di neve quasi tentoni, rastrellando a pettine il terreno e mantenendo il contatto radio. Quando arrivano poco sotto la forcella spazzata dall’inclemenza del vento, si arrestano. Non è più una ricerca: è una scena drammatica. I corpi giacciono a terra immobili e senza vita, raggomitolati in modo innaturale, coperti da mezza spanna di neve. Uno dei due ne ha qualche centimetro in più: il segno inequivocabile di chi è morto per primo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il silenzio dice tutto prima delle parole. Davanti a un corpo senza vita non c’è sorpresa. C’è una pausa interiore, breve, trattenuta. Un respiro sofferto, che viene esorcizzato con parole talvolta prive di senso, ma necessarie per poter andare avanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ha senso muoverli ora. Sarebbe inutilmente faticoso e pericoloso. Sono quasi le tre di notte. Manca anche il raccordo con l’Autorità giudiziaria. È preferibile attendere. I soccorritori scendono quindi alla Casera di Pian delle Laste, raggiunta poco dopo le quattro del mattino, quando l’alba si preannuncia con i primi raggi ancora lontani, ma sufficienti a rischiarare la neve presente a terra. Una manciata di centimetri che rende il luogo irreale, quasi fatato, e ancora più sconvolgente dopo quanto accaduto nella notte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è modo di riprendere fiato, concedersi qualche decina di minuti di riposo, mentre ci si coordina con Belluno per il recupero con l’elicottero del 118 di Pieve di Cadore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il giorno successivo l’elicottero del Soccorso Alpino torna sul posto per il recupero delle salme. L’autorizzazione arriva dopo esitazioni: il verglass nella parte alta e la neve instabile rendono l’area estremamente pericolosa. Il recupero richiede ore. Quattro, cinque. Il tempo necessario per raggiungere i corpi, metterli in sicurezza e ricomporli, calarli con attenzione, metro dopo metro, evitando scariche e scivolate, fino a una piazzola ghiaiosa utile al recupero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rumore delle pale scandisce l’attesa. A terra si lavora in silenzio, concentrati. Nessun gesto è superfluo.                                      I corpi vengono traslati più a valle, dove le strade carrabili consentono il trasferimento fino al punto indicato dall’Autorità giudiziaria. È l’ultimo passaggio. Tecnico. Definitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I soccorritori, dopo aver raccolto i materiali e gli effetti personali delle due persone decedute, iniziano una discesa veloce, resa ancora fastidiosa dal ghiaccio che fatica a sciogliersi, nonostante il cambiamento delle temperature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando arrivano a valle, non c’è sollievo. Sono le 11.45. C’è silenzio. Quello che resta dopo aver fatto tutto il possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nota finale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste non sono storie eccezionali. Sono storie che si ripetono con una frequenza sempre maggiore sulle nostre montagne. Non diamo giudizi affrettati, ma meditati. Sono spesso tragedie che sarebbero potute essere evitate non perché la montagna cambi, ma perché può cambiare il modo in cui viene affrontata.<br>L’approccio corretto diventa allora lo snodo vero, quello che elimina le euristiche e tenta di ricondizionare il nostro sapere, il nostro pianificare e l’andare in montagna.<br>Prevenzione significa conoscere i propri limiti e riconoscere quelli degli altri. Saper rinunciare, correggere il possibile errore, fermarsi prima è uno degli obiettivi non detti che dovremmo sempre portare con noi, prima che nello zaino, nella testa.             La montagna non chiede promesse né atti eroici. Chiede prima umiltà, poi attenzione, cioè prudenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BOX TECNICO (Riferimento Carta Tabacco e rapporti CNSAS e testimonianze dirette).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Zona dell’incidente:</strong>&nbsp;Prealpi Bellunesi – area Pian delle Laste / Monte Pianina / Forcella Grava Piana</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quote principali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Casere di Pian delle Laste: 1.350 m</li>



<li>Casera Pian di Stele: 1.420 m</li>



<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sentieri ed altre aree</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>CAI n. 924: itinerario corretto verso Rifugio Semenza.</li>



<li>CAI n. 972: itinerario erroneo di salita da Pian de le Laste verso Forcella Grava Piana.</li>



<li>Sentieri secondari di dorsale: tracciati esposti e non protetti</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Condizioni ambientali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Freddo intenso con – 2/4 C°.</li>



<li>Vento forte &gt; 50/60 km/h (fenomeno windchill)</li>



<li>Presenza di verglass diffuso al suolo da 1.550 circa a quota 1.940.</li>



<li>Presenza di ca. 12/15 cm. di neve appena sotto Forcella Grava Piana e sino al suo apice.</li>



<li>Presenza di 3/4 cm. di neve da ca. 1350 che ha ricoperto il vergalss in una fase successiva rendendo davvero insidiosa la progressione.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durata temporale:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Forcella Grava Piana: 1.924 m</li>



<li>Rifugio Semenza: 2.020 m</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Soccorso del 22 e 23 giugno1996:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 43 Operatori del Soccorso Alpino, n. 15 VVF e n. 9 personale 118, di cui:<ul><li>CNSAS: n. 29 + 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago (e di Belluno, di cui n. 1 medico e n. 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza;</li></ul><ul><li>CNSAS: 14 Operatori di soccorso alpino delle Stazioni dell’Alpago e di Belluno, di cui 1 medico e 2 con funzioni di coordinamento, tenute dalla postazione radio della Stazione di Belluno e dall’Ospedale Civile San Martino a partire dall’arrivo della prima ambulanza</li></ul><ul><li>Vigili del Fuoco: 8 unità + 2 ai mezzi + 5 unità;</li></ul>
<ul class="wp-block-list">
<li>Personale 118: 3 ambulanze e 1 automedica + 1 elicottero con medico.</li>
</ul>
</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Diagnostica infortunati</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>n. 2 persone decedute</li>



<li>n. 9 feriti, di cui n. 2 in imminente pericolo di vita, n. 3 di media gravità e n. 4 di lieve entità.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">NOTA DELL’AUTORE:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, rielaborati in forma narrativa. Le considerazioni conclusive sulla prevenzione rappresentano una riflessione personale dell’autore e non costituiscono un accertamento di responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>IDIOTI, SIAMO DEGLI IDIOTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 13:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica con la "P"]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto Italia]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Un 35,29% di votanti nella provincia di Belluno non è un dato: è una condanna a morte politica. E&#8217; la condanna.<br>Quando metà di un territorio rinuncia a votare, quel territorio rinuncia anche alla propria voce. E in un’area montana fragile come la nostra, con alcuni innegabili servizi assenti o depotenziati rispetto al passato (elisoccorso notturno ancora promesso nel 2019 e mai attivato solo per fare un esempio) e un tasso di invecchiamento pauroso, … allora l’astensione diventa il colpo di grazia.<br>Chi governa potrà dire che “gli elettori hanno scelto”. Ma la verità è che ha scelto una minoranza, mentre la maggioranza si è arresa.<br>E la politica – quella che ama riempirsi la bocca con “la montagna non sarà lasciata indietro” – userà proprio questa resa come alibi perfetto.<br>No, non va bene così.<br>Non è normale che la provincia più fragile del Veneto sia anche la meno rappresentata.<br>Non è normale che chi vive qui debba accettare di contare la metà perché vota la metà.<br>Non è normale che il silenzio diventi un lasciapassare per altri anni di nostre lamentele e promesse dall’altra, tagli, centralizzazioni e servizi sempre più lontani dalle terre alte.<br>Con il 35,29% di affluenza, Belluno non manda un messaggio ai politici. Firma la propria irrilevanza. E l’irrilevanza, oggi, è la vera condanna a morte della montagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Bristot &#8211; Rufus</p>
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		<title>MARIA (nome di fantasia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bristot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 13:54:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Belluno e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[C’è una signora di 89 anni, in un piccolo ma ridente paesino del bellunese, che ogni giorno mi lascia un commento sotto le foto dei fiori o dei monti che pubblico su Facebook o, magari, su qualcos’altro di piacevole che trova nel corso della giornata. Sempre con simpatia, sempre con un pizzico di ironia elegante. [&#8230;]]]></description>
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<h1 class="wp-block-heading">C’è una signora di 89 anni, in un piccolo ma ridente paesino del bellunese, che ogni giorno mi lascia un commento sotto le foto dei fiori o dei monti che pubblico su Facebook o, magari, su qualcos’altro di piacevole che trova nel corso della giornata. Sempre con simpatia, sempre con un pizzico di ironia elegante. Saluta con garbo, come si faceva una volta. Non manca giorno in cui non ci sia con il suo modo gentile.<br>Qualche tempo fa l’ho incontrata per caso e le ho chiesto come mai questa sua abitudine, questo suo rapporto così fedele con i social.<br>Lei mi ha guardato con un mezzo sorriso e, con una sincerità disarmante, mi ha detto: “Stare su Facebook mi tiene viva… anche perché, alla mia età, ormai ho più amici nel telefono che attorno a casa.<br>In quella frase per me c’era tutto: la sua lotta serena contro la solitudine, il suo modo ironico e disincantato di stare al mondo, la sua scelta ostinata di restare viva dentro e davvero.<br>E da allora, ogni suo commento è diventato per me un promemoria di umanità: la vecchiaia può essere una montagna ripida, certo, ma si può ancora salire con leggerezza… magari appoggiandosi a un fiore, a un monte o a un semplice messaggio su Facebook.</h1>



<pre class="wp-block-preformatted">Fabio Bristot - Rufus

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