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Lunedì, 01 Gennaio 2018 21:19

IL RICORDO DI UN AMICO

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Introduzione.

            Quando si tratta di scrivere la biografia o una parte di essa di chi in qualche modo si voglia ricordare, dunque far rivivere attraverso ciò che la stessa è stata ed ha fatto nell’intima dialettica che questi due verbi crea, cioè di cosa questa persona abbia prodotto in termini di fatti ed azioni o cosa abbia saputo offrire in termini di emozioni e simboli nel corso della sua esistenza, ci si pone di fronte ad un profondo dubbio metodico: quale parte fare risaltare e come farla risaltare, se essere aderenti a dati, diciamo così storiografici, quindi anche di necessità storici, oppure arrotondare alcune spigolosità, farne una rappresentazione melensa o viva, vivace, alla fine verisimile o vera?

            Il dubbio questa volta è più marcato poiché la figura poliedrica di Matteo non si lascia imbrigliare in cliquettes o in forma manierate proprie di questi generi letterari o generi che in qualche modo si avvicinano alle biografie. Il dubbio è anche assai più marcato perché Matteo forse avrebbe preferito scriversi dal solo. Non tanto per autocompiacimento, ma forse e meglio per spirito di verità.

           

            Le rilevanti sfaccettature della personalità di Matteo, infatti, associate alla sua prolifica e polivalente attività tenderebbero, a seconda dei casi e del tempo, dare maggior spazio ad una piuttosto che ad un’altra di queste attività che trovano però tra loro un file rouge neppure tanto sottile.

            Senza ulteriori perifrasi, dunque, credo che ci si debba concentrare su uno dei liet motiv ricorrenti e di maggior spessore che Matteo ha saputo determinare ed interpretare, vale a dire l’uomo nel suo rapporto con il territorio, ed il territorio montano in modo del tutto particolare ed originale. Meglio ancora l’uomo “Volontario del Soccorso Alpino” nel suo rapporto con l’ambiente ostile ed impervio nella sua necessaria “complicazione” con l’utenza. Consequenzialmente, anche il Soccorso Alpino come corpo sociale importante di questo territorio, nel suo ineludibile rapporto con norme e discipline di vario livello ed interesse.

Il primo approccio. Ricordi personali.

            Era un tardo pomeriggio di aprile del 1990 quando Pippo (nda: Gianfilippo Leo), dopo essere usciti da un locale del centro, mi chiese se avessi voluto accompagnarlo da un suo caro amico che aveva lo studio non lontano da dove, sino a qualche minuto prima, avevamo per l’appunto consumato dei piccoli ma gustosi spuntini, innaffiati da qualche calice di vino rosso particolarmente amabile.

            Poiché non avevo nulla di particolare da fare e le sessioni d’esame collocate ancora un po’ più in là nel tempo e soprattutto nella mia testa, non ebbi da obiettare alcunché e ci recammo presso uno studio di un avvocato situato in centro, a Belluno, dovendo Pippo conferire di non so quali problemi di natura politica.

            Una leggera brezza impregnata di una pioggia sottile ed abbastanza fastidiosa ci accompagnò per il breve tragitto da percorrere, tra le luci della citta che andavano accendendosi.

            Salimmo velocemente le scale della palazzina alla fine di Via Psaro ed entrammo direttamente nella stanza dello studio dove questo Matteo si trovava (nda: così mi era stato presentato in poche, ordinarie parole che Pippo mi aveva riferito nel breve percorso per arrivare là).

Nonostante il fracasso del nostro calpestio sul marmo dell’ingresso, in parte anticipato dalla voce della segretaria che ci annunciava, Matteo non alzò subito lo sguardo ancora intento ad analizzare una serie di carteggi riposti in cartelline di colore pastello aperte su tavolo con un fare a mio avviso casuale, ma che in realtà non doveva essere tale. Una volta salutato affettuosamente da Pippo e dal sottoscritto che in realtà si aspettava di essere almeno corrisposto, Matteo passò con estrema velocità a riordinare quei faldoni secondo un’evidente percorso logico, riponendovi al loro interno una serie di atti e chiudendoli, ad uno ad uno, con dei grossi elastici verdi dalla dubbia resistenza, ma ancora in grado di sopportare quel compito.

            Finalmente alzò lo sguardo e, distendendo il viso in una risata, lancio ad indirizzo di Pippo una sorta di anatema – o almeno io così inizialmente lo interpretai: “Leo setu qua a romper i coionj?”. Risi nascostamente, di gusto ed a lungo poiché, pur nella pesantezza dell’incipit, avevo scorto un tono più pacioso che aggressivo, cioè del tutto famigliare, quello di una persona estremamente socievole e gioviale. Il fatto poi che parlasse dialetto faceva in qualche modo presagire una certa semplicità e genuinità nell’approccio.

            Alla fine salutò anche me con uno sguardo intenso e per certi versi curioso perché forse non riusciva a collocarmi con esattezza neppure nella cerchia dei conoscenti o, almeno io così credevo fosse.

            Nel frattempo avevo scorto in bel risalto proprio sul muro dietro alla sedia di Matteo un quadro che non poteva che essermi famigliare. Era la rappresentazione fotografica della Fortaleza con dedica di Bruno De Donà, icona patagonica che mi diede subito modo di creare un indiretto contatto con Matteo, rispetto al quale mi stavo chiedendo cosa centrasse con quella vetta, la cui salita era stata effettuata proprio qualche mese prima, a fine ottobre 1989.

            Dopo lo sguardo degli occhi, mi presentai con naturalezza, offrendo la mano in modo deciso ed aggiungendo, con un pizzico di legittimo orgoglio e malcelato gonfiore del petto, che uno di quei nomi scritti in calce, all’altezza del ghiacciaio inferiore della Fortaleza, era il mio. La risposta fulminea, quanto inaspettata: “no son mia insemenì, votu che non sapie con chi che parle”, mi sorprese per qualche attimo, sino a quando non mi diede la mano forte ed asciutta, complimentandosi per quella salita in Patagonia. 

            Così conobbi Matteo.

            Questo è stato Matteo nel CNSAS. Possiamo dire anche con un pelino solo di retorica – mi si creda non è però nulla di esagerato o manierato – Matteo è stato il CNSAS, per quanto una somma parte della sua classe dirigente non ne abbia compreso appieno la portata e quindi neppure la levatura.

            Proprio per la portata delle sue riflessioni ed introspezioni che si sono poi allargate sul futuro, Matteo ha saputo lasciare un solco profondo dentro il quale è stato possibile lasciare semi fecondi, alcuni dei quali avrebbero poi assunto un radicamento straordinario. Altri semi non sono stati individuati come tali ed altri ancora non innaffiati con la sapienza e la costanza che sarebbe stata richiesta, come più sopra si andava dicendo, da una parte del CNSAS che non ha saputo, ad esclusione di alcune regioni, mutuare quelle esperienze che si andavano compiendo in Veneto con ovvia relazione alla disciplina regionale del CNSAS.

            Matteo è stato per me questa complicazione di visioni ed aperture profonde sul presente, nel senso di completa e matura assunzione di quello che “ci” stava succedendo, associate a visioni, a lungo pensate e meditate, tese senza possibilità di equivoco ad un futuro strutturato e conseguente nella logica dell’impianto. Quanto sopra, forse banalmente esposto e ricordato, è stato Matteo.

           

            Ora, si apre alla parte più delicata di questa sezione. Un dubbio che è poi il metodo della correttezza biografica in premessa richiamato o, se vogliamo dirlo in un altro modo, della ricostruzione storica del rapporto di Matteo con il CNSAS negli ultimi anni e non solo, dunque, con lo scrivente.

            Da una parte, infatti, c’è il rischio che si può o meno calcolare cinicamente, di proporre, all’interno della stessa biografia, una sorta di panegirico finale volutamente celebrativo, nel quale il ricordo deve per forza di cose ammantare tutto di aspetti positivi e di aggettivi altisonanti con l’unico scopo di incensare.

            Può anche essere, come prima lasciato intravedere, una strada. Personalmente ed intellettualmente, mi violenterebbe seguirla, poiché non credo sia quella corretta né tantomeno quella auspicata dal lettore in genere e, più in particolare, voluta dal lettore che Matteo ha conosciuto. Inoltre, non credo, anzi ne sono convinto in profondità, che proprio lo stesso Matteo non avrebbe sopportato questa stortura e questa mancanza di fedeltà a quanto successo, oggettivamente successo, senza l’aggiunta di fronzoli forzosi o forzati.

            Dall’altra, invece, un altro percorso, netto e consequenzialmente vero nel rappresentare l’ultimo periodo, quello segnato da un percorso reciprocamente non condiviso, aspro e certamente incoerente rispetto a quello iniziale, che già aveva lasciato per fortuna i suoi segni distintivi migliori e più qualificanti.

            Io ho scelto, dunque, questa seconda strada, più dolorosa, assai dolorosa soprattutto per l’epilogo tragico in sé, ma, mi si creda, tragico anche per me, in attesa di una risposta che non è mai arrivata e, purtroppo, non arriverà più.

            Matteo è stato anche un amico autentico sino a quando (non ho mai capito il perché) ha deciso di assumere a modo di rapportarsi con me e con la struttura, in genere, l’attacco sconsiderato ad alzo zero sempre e comunque “a prescindere”. I casi sono stati molteplici e documentati. Hanno lasciato sul terreno amarezza, sguardi attoniti e, talvolta, incredulità, decibel, invece, inutilmente in aria assieme a compositi rosari da ambo le  parti esternati, sia chiaro.

            Non potevo non difendere quanto si andava facendo e realizzando e quanto era già stato fatto. Non c’è dubbio che, proprio a seguito di queste diverse, se vogliamo, visioni, mai peraltro esplicitate nei modi che sarebbe stato più logico avere, vi furono alcuni momenti molto pesanti. Momenti anche pubblici, per quanto rarefatti nell’intensità dalla breve durata, in cui siamo arrivati ad affrontarci con la baionetta del corpo a corpo.

            Avrei forse preferito una dialettica nel merito e non dover confrontarmi con il metodo dell’irruenza, così non è stato.

Conclusioni… in realtà un’apertura al futuro.

            Quando a maggio, nel corso di una riunione del Soccorso Alpino che stava andando, come al solito, troppo per le lunghe, ho saputo della malattia di Matteo e quanto questa, a causa dell’implicita gravita, fosse irreversibile, mi si è stretto il cuore in una morsa che mi ha lasciato solo qualche giorno più tardi.

            La sera stessa, infatti, rimasi sveglio per buona parte della notte, incapace di fermare il caleidoscopico mentale di immagini ed azioni legate a Matteo che andavano sovrapponendosi in un fare caotico ed emotivamente provante. La principale era indubbiamente quella che creava anche il maggior disagio, cioè il forte ed aspro rapporto creatasi negli ultimi anni che desideravo lenire.

       Non ho avuto però il coraggio di incontrarlo direttamente poiché le posizioni si erano, come è uso dire in siffatte circostanze, piuttosto radicalizzate e forse l’intelligenza aveva lasciato il posto ad una sorta di orgoglio, reciprocamente ferito in tutti e due parimenti. Una condizione mentale che, spesso più di altre, limita l’incontro e la fase dialogica tra le persone che si sono allontanate.

            Vi furono proprio nei giorni successivi a quella inaspettata notizia alcuni incontri ravvicinati in cui non riuscivamo ad andare oltre il mero saluto di circostanza. Incontri nei quali forse avrei dovuto fare il primo passo, ma che non riuscii mai a fare perché sarebbe quasi e solo sembrato un avvicinamento strumentale e prodotto più dal fatto di saperlo debole che dalla pura intenzione di riconciliazione che in realtà avrei voluto esercitare.

       Avevo dunque optato per scrivergli una lettera che recapitai brevi manu a casa sua, attraverso la quale volevo fare emergere il senso d’impotenza che provavo rispetto all’ineludibile e veloce percorso della malattia; tramite la quale volevo anche la mia vicinanza che si sarebbe voluta tradurre con forza in un abbraccio fraterno, memore dei momenti antichi ed in grado di spazzare la lontananza ed il forte gelo creatosi.

            Matteo però non rispose mai a quella lettera.

            Ho rispettato questa sua volontà sino alla fine senza voler forzare alcunché o voler generare pressioni di sorta tramite interposte persone.

Questa assenza, cioè la risposta serena o “bestemmiata” è per me ancora oggi, dopo anni, motivo di dubbi profondi ed interrogativi pressanti ai quali non so dare risposte, né in qualche modo ipotizzare tesi sostenibili.

            Ricordo, allora, più volentieri la sua presenza, poiché questa si manifesta davvero ancora oggi per le aperture prospettiche che ha creato e lasciato in eredità.

            Proprio su alcune criticità legate ancora una volta alla sfera del Soccorso Alpino, Matteo ha indicato senza tema di smentite il percorso da compiere e che, come in parte abbiamo già visto, in Veneto è stato seguito con indubbio profitto.

            Credo, inoltre, con una certa cognizione di causa e forse anche con una presunzione, tanto più avendo conosciuto la storia di Matteo o, meglio, il suo percorso storico-esistenziale che tutta la sua attività nel CNSAS sia stata alla fine inquadrabile, all’interno del più complesso scenario legato alla montagna, come lo sforzo di far emergere il così detto principio di sussidiarietà e darne compiuta concretezza attraverso atti e norme correlate.

Per quanti non conoscono a fondo la realtà del CNSAS è, forse, quantomeno strano che il principio di sussidiarietà, uno dei  fondamenti tra l’altro della Dottrina Sociale della Chiesa, proposto e teorizzato nell'enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI, possa essere adeguatamente accostabile alla realtà del CNSAS.

Ma, a costo di apparire lezioso, desidero riportare qualche passo proprio di quell’Enciclica ad illuminare gli scettici: "... siccome non é lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze (…) per affidarlo alla comunità, così é ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare" - ne deriverebbe - "un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società" – poiché - "l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa é quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle."

Questa mia tesi è comprovata da una lettera redatta in forma di breve relazione (*) che Matteo trasmise al CNSAS Nazionale e che, nella parte finale, ritornando ancora sulla vexata quaestio della Legge “74” in relazione alla portata dell’art. 118 della Costituzione nel testo riformato dalla Legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, contiene alcuni passi di asssoluto e mai superato valore.

(…) “Infatti – riporta Matteo – la norma in esame, dopo aver stabilito che il riparto delle funzioni amministrative tra lo Stato ed il sistema delle autonomie locali, si attua secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza (sussidiariteà verticale), all’ultimo comma testualente dispone che ‘Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cttadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attivitàà di interesse generale, sulla base del princioio di sussiddiarietà’ (sussidierietà orrizontale).”

Matteo prosegue rimarcando come così facendo “il legislatore non solo abbia inteso recepire un’istanza largamente sentita nella società civile, ma si è anche adeguato ad uno dei principi ispiratori del Trattato dell’Unione Europea (art. 5 – 3B Trattato CE), al cui rispetto sono vincolati tutti gli Stati membri della CE. Tale principio – prosegue concludendo Matteo – si articola su due piani:

  1. lo Stato interviene solo quando i cittadini e le formazioni sociali autonome non sono in grado di intervenire; le varie istituzioni statali pubbliche debbono creare le condizioni che permettono alla persona ed alle aggregazioni sociali di agire liberamente e non debbono sosttuirsi ad essi nello svolgimento della loro attività (sussidierietà orrizontale);
  2. l’intervento pubblico, ove necessario, deve attuarsi nel livello più vicino possibile al cittadino (sussidiarietà verticale)

Da qui, si comprende come proprio il CNSAS, ovviamente al pari di altri corpi sociali, ma anche con la stessa identica dignità propria degli inter pares, incarni quelle “membra” sopra richiamate da Pio IX e di come lo sforzo autentico e genuino di Matteo sia stato precipuamente indirizzato a farlo riconsocere, disciplinarlo ed esaltarlo nel primario interesse del territorio e di quelle comunità che là crescono, aspirano, lottano e, talvolta, raggiungono obiettivi qualificanti.

Credo che queste ultime parole siano il più lucido dei commenti e per questo totalmente sovrapponibile all’operoso lavoro che Matteo ha svolto a favore del CNSAS e della comunità della montagna che ancora oggi a queste tesi si aggrappa.

Grazie Matteo. Ciao.

                                                                                  Fabio Bristot - Rufus

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