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Venerdì, 22 Dicembre 2017 20:23

CASCHE... SCHIARA 1986

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            CASCHE 1986

Non era ovviamente servito il solerte impegno dell’ultima settimana di studio per recuperare le tante, troppe giornate passate lontano dai libri e dagli impegni propriamente scolastici, i tanti mesi in cui avevo francamente dimenticato, come anche l’anno prima del resto, il sapore del sudore lasciato sul Rocci o sul Castiglioni-Mariotti.

Sui fogli già ingialliti dopo poche ore di esposizione sulle vetrate del Tiziano, spiccavano, a fianco al mio nome che sembrava quasi scritto in grassetto per dare maggiore enfasi alla mia condotta scolastica, le 4 materie con le quali ero stato rimandato a settembre, oltre ovviamente al 7 in condotta.

Materie assolutamente pesanti da recuperare, sulle quali, oltre agli esiti abbastanza oggettivi di compiti ed interrogazioni, era indubbiamente pesato sulla valutazione finale il mio carattere piuttosto impulsivo e compulsivo di allora, che mi portava spesso a primeggiare nell’ironia e nell’umorismo tout court, piuttosto che nella consecutio temporum

L’estate era così passata in uno studio pesante, oserei dire febbrile, in cui alle sveglie mattutine, quasi contro natura, si alternavano le lunghe ore di ripetizione pomeridiana, ore lunghe e severe, con le quali si cercava di mettere una pezza al disastro palesato solo qualche settimana prima.

Ben presto era arrivato il fatidico giorno d’inizio degli esami, un mortale e secco “uno” “due” … tre e quattro visto il numero delle materie da recuperare … che non ammetteva appello alcuno.

Mi sembrava di essere andato piuttosto bene in italiano, dove la mia lacuna più marcata non era tanto l’aspetto sostanziale, che sarebbe dovuto essere lo scrivere decentemente bene da farsi capire, magari anche apprezzare, quanto piuttosto gli errori di grammatica banali, il segno grafico che diventava senza rimedio caco-grafia, le lettere invertite per una leggera dislessia, certamente non compresa dai dotti professori di quegli anni.

Il resto delle materie era stato dignitosamente affrontato, anche se la disillusione nel mondo scolastico andava sempre più radicandosi, proprio perché chi ti insegnava Dante con la parafrasi commentata accanto (voglio dire sullo stesso libro, poiché senza non sarebbe riuscito, anzi riuscita, ad avanzare di una terzina), paradossalmente era lo stesso docente che poi valutava il tuo scrivere, così, giusto per rimanere coerenti.

Al di là di questa nota vera, quindi anche legittima ad essere ricordata, riponevo comprovate speranze che le prove effettuate in un solare fine settembre avrebbero dovuto condurmi all’obiettivo finale, quello di accedere alla sospirata seconda Liceo Classico “Tiziano”.

Sulla scorta di queste adolescenziali certezze e spinto anche da quella che era diventata nell’ultimo anno una passione autentica, dunque assai accentuata come è proprio di talune tensioni giovanili, avevo proposto a quello che era ed è uno dei miei migliori amici di effettuare una gita sulla Schiara.

Su indicazione di alcune rarefatte informazioni raccolte dai “forti”, gli avevo proposto di affrontare quella via che da sempre, nel gruppo degli alpinisti bellunesi, era considerata una classica semplice “da fare”. Lo Spigolo Rossi-Cusinato alla 2^ Pala del Balcon era, infatti, una via degli anni ’50, tracciata lungo il pilastro sud-sud-ovest della 2^ Pala, una bella salita su roccia piuttosto buona, di difficoltà contenute, mai superiori al 4+°. Un itinerario che ogni neofita doveva di necessità percorrere prima di cimentarsi con le vie più complesse ed impegnative nel gruppo della Schiara.

Presi entrambi dal nostro piccolo, grande progetto, per quella che di fatto sarebbe stata la seconda arrampicata nel gruppo dello Schiara (nda: la prima era stata, banale ricordarlo, l’ascensione della Gusela del Vescovà con qualche errore d’interpretazione della via, posto che il primo tiro era stato fatto seguendo la logica linea di salita della via Normale, mentre il secondo l’altrettanta logica prosecuzione…lungo il secondo tiro della via Tiziano…) e sulle ali fragili dell’entusiasmo, avevamo anche deciso di acquistare una corda, quasi a suggello dell’evento o, forse, quale forma propiziatoria. Non certo confortati dai pochi soldi presenti nelle tasche, ormai lise dal troppo cercarli, avevamo anche condiviso il patto scellerato di acquistarla al 50% ciascuno e, parimenti, di poterla utilizzare secondo temi e modi convenuti, sempre al 50%. Cioè la miglior proposta da fare ad una corda nuova per comprometterne già dopo poche settimane affidabilità e sicurezza.

In ogni caso e, al di là degli aspetti gestionali che sarebbero stati prossimi e futuri, l’Ederlid fiammante, da undici millimetri, appena acquistata da † Gigi a Longarone, riverbava di un rosso brillante, con i suoi inserti blu e gialli tutti bene in evidenza e geometricamente posizionati sulla calza liscia e morbida. Una semplice corda che sembrava essere in termini emozionali già qualcosa in più della macchina che ancora non avevamo.

L’indomani, attrezzati piuttosto pesantemente, come era nostra erronea abitudine di allora, eravamo già alla Case Bortot, fiduciosi nei nostri mezzi psicofisici ed ancora di più sollevati, almeno io, da non dover più aprire libro alcuno se non quello di vetta.

Gli zaini, davvero al limite della decenza, considerato che portavamo con noi ben due corde da 11 millimetri e addirittura alcune lattine di frutta sciroppata…, non impedivano comunque un avanzare veloce, tanto che in poco più di due ore eravamo già in vista del 7° Alpini.

Le condizioni meteo, nel frattempo, erano andate cambiando in modo repentino. Il colore del cielo, sino ad allora di un azzurro di rara intensità, stava macchiandosi in più parti malamente di grigio. Il calore sentito sino a pochi minuti prima sotto il fogliame dei faggi del Calvario, aveva ormai lasciato posto ad un vento fastidioso, viatico non così benevolo per arrampicare sulle Pale del Balcon e per poi, sempre in giornata, raggiungere la vetta della Schiara e fare, infine, ritorno a Belluno.

Il gestore del rifugio, com’era prassi consolidata per quelli d’esperienza e per quelli che erano davvero profondi conoscitori del proprio mestiere, tanto più considerata la nostra età non proprio matura da un punto di vista alpinistico, aveva voluto conoscere la nostra meta, interrogandoci con domande pressanti e maliziose sulle caratteristiche della via. In realtà, l’itinerario lo conosceva a memoria per essere stato uno dei più forti alpinisti bellunesi degli anni ’70 e per aver aperto del gruppo dello Schiara numerose salite, era stato lo scrupolo di indagare se fossimo davvero consapevoli della nostra meta, oppure se fosse la mera casualità a guidarci sino ad impadronirsi della nostra volontà.

Fatto sta che l’essere forse riuscito a mettere con una certa disinvoltura diverse parole sensate una dietro all’altra, doveva averlo fatto positivamente riflettere sulla nostra assennatezza e prudenza, visto che avevo anche fatto diversi richiami a chi (nda: Berto Canzan) ci aveva dato le dritte sulla salita.

Con estrema disinvoltura e sicurezza avevamo, dunque, lasciato il rifugio per proseguire, poi, lungo il comodo sentiero che sale con un fare sinuoso tra i mughi, sino all’attacco della ferrata Sperti. Da qui, dopo un controllo meticoloso agli zaini e al loro contenuto, verificando se l’attrezzatura alpinistica fosse tutta in regola (nda: genietti allo sbaraglio, poiché era forse meglio aver effettuato prima questo genere di controllo …) e per evitare impicci durante la salita, avevamo proseguito agilmente sulle balze rocciose che adducono al terrazzo erboso ove è collocato il bivacco.

L’aria in quota era indubbiamente frizzante, le narici respiravano la brezza gradevole che dopo le vampate di calore rilasciate dai mughi sino a poco prima, riusciva ad allargare favorevolmente i polmoni. Il passo ed il ritmo davvero notevoli. Il dialogo pure. Parlavamo intensamente e piacevolmente di politica, donne, credo religiosi, di quanto stavamo per compiere (quasi stessimo affrontando un’epica impresa), dimenticando però di alzare la testa al cielo, dimenticando pure di girare il collo a valle ed iniziare magari a scorgere il colore di alcuni nuvoloni gonfi d’acqua, che non sarebbero stati forieri di bel tempo già nelle prossime ore.

A testa bassa, invece, avevamo nel frattempo iniziato a percorrere la cengia che taglia alla base, in modo assai netto, la 1^ Pala del Balcon e che, secondo, quanto avevamo compreso, doveva portarci nei pressi dell’attacco dello Spigolo Rossi.

Se la cengia, data la larghezza e la comoda percorribilità, era di per sé evidente, non lo era più da qualche minuto il contorno delle rocce attorno, ormai confuse nella nebbia che in pochi secondi aveva avvolto noi e le Pale del Balcon.

Convinti e supponenti nel nostro ardire, avevamo deciso di proseguire incuranti e con un pezzo di fotocopia ormai sdrucita in mano a ricordarci l’attacco della via, avanzavamo con un fare più perplesso che sicuro alla ricerca di quella nicchia nera, segnata come attacco della via.

La relazione, infatti, parlava in modo chiaro offrendo poco margine alle interpretazioni, anzi nessuna se vogliamo essere onesti, ma noi, solo dopo una buona mezz’ora di tentativi eravamo alla fine riusciti a trovare la famosa nicchia e ad allestire il primo ancoraggio proprio sulla volta, dove una rassicurante clessidra ci inviata ormai a salire.

In pochi attimi, incuranti della nebbia che ormai non permetteva di vedere alcunché e soprattutto ignari che quelle gocce non erano le lacrime che dopo avremo versato, ma gocce di pioggia vera, ancorché ancora limitate, avevamo iniziato la salita.

Due tiri gradevoli, come detto, su roccia molto buona, a tratti marmorea, mi avevano condotto piuttosto in alto, sfruttando per entrambe le lunghezze di corda tutti i 50 metri. Il mio compagno, Gibo, saliva rapido, noncurante della zavorra sulle spalle che era poi il suo zaino ed una buona parte del contenuto del mio.

La sosta del secondo tiro era stata fatta su una clessidra di roccia grigia particolarmente sana, dal diametro rassicurante, quindi piuttosto robusta, dove spiccava già un bello spezzone colorato tramite il quale mi ero autoassicurato ed assicurato a mia volta Gibo. Il terrazzino, piuttosto comodo, ci aveva alla fine permesso lo scambio di un paio di frasi non proprio di circostanza, considerato che la nebbia andava facendosi di minuto in minuto davvero più densa. Gibo voleva a questo punto effettuare il tiro successivo. Passatogli parte del materiale, lo avevo rassicurato sulla tenuta delle clessidre sulle quali francamente nutriva qualche dubbio e sulle condizioni generali della via, in particolare sulle difficoltà modeste che non avrebbero dovuto incutergli alcun timore, ma anche sullo stato di chiodatura, sufficiente.

Ora iniziava a piovere indubbiamente con maggiore intensità, tanto che alzando il capo si provava il classico fastidio delle gocce che si conficcavano dritte negli occhi già intrisi malamente di sudore.

Gibo stava salendo una sorta di muro grigio solcato qua e là da macchie gialle, più grandi in alto. Solo il nostro vociare sostenuto, ma sconveniente visto l’ambiente, riusciva a tenerci collegati. La corda rossa saliva ora più lentamente, con piccoli sussulti. Ne chiesi allora ragione e Gibo, rispondendomi un po’ trafelato mi rassicurava sul fatto che aveva incontrato una clessidra e stava inserendovi un cordino per poi rinviare. Lo avvisavo che stava piovendo con insistenza, invitandolo a velocizzare la manovra e a trovare la sosta successiva.

A questo punto, cosa che mi era parsa abbastanza strana per non dire impossibile, era il fatto che Gibo aveva asserito di non sentire la pioggia scendere. Una constatazione che mi fece subito supporre che fosse o sotto un tetto o su un tratto estremamente verticale, magari con sopra un qualche risalto, dove ancora l’acquazzone non si faceva sentire.

Quest’ultima ipotesi andava facendosi sempre più veritiera, poiché alla domanda che chiedeva ragione del procedere lento, la risposta era stata la difficoltà di trovare sia appigli sia appoggi. A quel punto gli suggerii di fare attenzione poiché non poteva essere sul percorso giusto proprio a causa delle difficoltà che stava incontrando. Gibo avanzava ancora di qualche metro…poi la corda si fermò del tutto. Un po’ per le condizioni meteo, un po’ per quel silenzio eccessivamente prolungato, avevo iniziato a preoccuparmi, quasi ad agitarmi poiché non c’era più alcuna comunicazione ed io, in un certo senso, temevo al solo pensiero di cosa stesse succedendo là in alto…

All’improvviso un urlo squarciò il canale tra la prima e la seconda pala … un urlo commisto di rabbia e paura, così intenso da essere udito sino al rifugio … caskeeee

Gibo stava volando…la sosta schizzata in aria, ed io con lei, per ricadere pesantemente sul terrazzino … mentre ancora l’ultima vocale del caskeeee mi rimbombava ferocemente nelle orecchie con forza inaudita. Ora il terrore aveva pervaso ogni muscolo, tremavo. Il terrore, che mi impediva di pronunciare anche solo un  “Gibo?”…, mi dilaniava, là impotente.

Se non avessi avuto risposta alcuna, se il mio compagno ed amico fosse ormai esangue … erano lampi che mi stravolgevano la volontà … poi, non so se attimi o secondi dopo, raccolte le residue forze nervose gridai con vigore il suo nome …. Non rispose direttamente, ma iniziò ad urlare “calacalacala” …

La corda per quanto gli insegnamenti fossero serviti a garantire una buona sicura limitando al massimo l’urto d’arresto, era tutta pitturata sulla roccia, dove tanti peletti rossi facevano bella mostra del lavoro patito … “calacalacala” … era quindi la risposta che mi aspettavo, la più importante: “era vivo”… Iniziavo, quindi, a calare lentamente preoccupato che il nostro cordone ombelicale non avesse riportato eccessivi sfilacciamenti, il tutto sotto un diluvio che aveva già tolto i peletti rossi dalla roccia e con l’acqua che ormai percolava da tutta la parete … “calacalacala” … continuava a ripetere Gibo come un disco rotto … Sentivo ancora il calore del moschettone sul quale era stato realizzato il mezzo barcaiolo, sentivo il rumore del mezzo barcaiolo che ora sprigionava acqua intrisa di sporco e paura … mi arrestai ad un tratto, comprendendo che non sarei mai riuscito a calare Gibo sino alla sosta … infatti, facendo due conti e guardando le poche spire rimaste a terra, mi dicevo mentalmente … era salito circa 25/30 metri prima di volare e questo non avrebbe permesso di manovrare con tranquillità, anzi… non sarei mai riuscito a calarlo in sosta neppure con un miracolo … Gridai allora a Gibo che avrei dovuto fermarmi, ma il “calacalacala” certo non aiutava a capire su come avrei potuto o dovuto impiegare l’altra corda che avevo nello zaino.

Ora vedevo le gambe spuntare dalla nebbia … muoversi alla ricerca di un qualche appoggio … armeggiavo con la corda blu, anche questa un Ederlid di 40 metri dello zio di Gibo. Non riuscivo a capire cosa e come fare … poi con calma e maggiore riflessione capii che avrei dovuto provare con una giunzione delle due corde e, quindi, un passaggio dei nodi sul freno (allora un mezzo barcaiolo), attraverso un gioco di autobloccanti, asole e contro-asole difficile, ma non impossibile. Avevo recuperato nulla dalla mia poca o nulla esperienza, ma tutto dalla teoria improvvisata che, proprio in questi frangenti, diventa il quid risolutore o quello che fa peggiorare la situazione spesso in modo irrimediabile…

Ebbene forse, anzi sicuramente per successivi momenti fortunati ero, alla fine, riuscito a calare Gibo sino in sosta ... ad abbracciarlo mentre ancora tremava (ed io con lui) … ed assicurarlo saldamente alla sosta che era stata senza ombra di dubbio la nostra salvezza.

Le sue dita sanguinavano, le sue mani e le sue braccia non riuscivano a fermarsi in una sorta di balletto irrisorio. Gli chiesi se avesse urtato la schiena o la testa … nessuna risposta …se non “o la boca seca come al carton” (nda: battuta che ancora oggi ricordiamo con estremo piacere) “dame da bere”.

Gli passai un Billy (nda: cartoncino contenente succo di mela che andava di moda a quegli anni), ma le mani che nel frattempo non si erano ancora calmate, non riuscivano ad inserire la cannuccia nell’apposito forellino. Lo aiutai e gli richiesi di dirmi con esattezza se accusava un qualche dolore.  “Dapartut” fu l’immediata risposta.

Compreso alla fine che, al di là delle escoriazioni sulle braccia e sulle mani, la parte che più doleva era la caviglia e non erano dunque state interessate parti vitali del corpo, giù lungo quei 12 e più metri di volo… decidevamo di non perdere ulteriore tempo ed iniziare le calate alla base della parete sotto una pioggia persistente… la prima calata utilizzando anche la corda magica blu… mi aveva fatto raggiungere una buona clessidra che avevo però ritenuto di rafforzare (sarà poi stato vero?) con un chiodo, quindi Gibo era sceso veloce assicurato dal basso… ora si trattava di recuperare la corda tirando per il capo giusto… più tiravo più la corda sembrava tornare indietro…continuava a piovere con rara intensità… chiesi a Gibo di darmi una mano … la corda non voleva scorrere… non c’era tanto tempo per pensare… l’unica mettere un paio di prusik e risalire sino alla sosta in alto e capire cosa fosse successo… l’adrenalina faceva per fortuna ancora il suo lavoro… dopo pochi minuti ero in sosta… una bestemmia detta a mezza voce… caz… non poteva, non poteva per forza scorrere la corda nella clessidra …, per forza, non poteva e non scorreva… aveva ragione lei  a restare ferma… mentre inserivo un cordino giallo riflettevo sul ragionamento fatto per essere riuscito a commettere quel tragico errore… il risparmio di cordini per le doppie successive… neanche avessimo dovuto fare decine di doppie sino a Bolzano Bellunese…

In circa un’altra ora raggiungevamo la cengia dopo che, forse preso dall’eccessiva stanchezza o ancora in uno stato di autentico tremore per quanto successo non l’avevo neppure vista ed avevo, malamente insultato da Gibo, continuato la mia corsa verso il canale a sud…

Gibo avanzava, anzi si trascinava con tutte le sue forze, la gamba e la caviglia erano alquanto doloranti… nebbia ed acqua che entravano ovunque facevano il resto… un po’ d’ansia per la discesa iniziava a fare capolino nei nostri pensieri… non ci concedemmo neppure una sosta al bivacco tale era il desiderio di ritornare velocemente al rifugio.

Lungo la discesa venivamo di tanto in tanto investiti dalle cascate che sembravano essersi tutte incanalate là…ogni tanto partivano piccole scariche di ghiaia smossa dalla acqua che sembrava inzuppare ogni cosa della montagna e di chi ci stava sopra… altre volte sassi più grandi sibilavano a pochi metri. Solo alle 16.30, cioè dopo ca. 4 ore dal volo e da quel “caskeee” che ancora per tante notti avrebbe accompagnato le mie veglie… raggiungevamo il rifugio, distrutti dalla fatica, ma felici di esserci arrivati.

Appena arrivati il gestore, che era poi a quei tempi Armando Sitta, ci venne incontro, chiedendoci cosa fosse successo visto che qualche ora prima aveva sentito urlare e dichiarando apertamente che con quel fortunale si era davvero preoccupato per noi.

Dopo qualche istante di concentrazione, dissi la mia balla del secolo, ricordando come Gibo correndo lungo il sentiero avesse messo male un piede sulla radice di mugo resa scivolosa dalla pioggia e su come si fosse procurato un brutto trauma alla caviglia.

Non vi fu alcuna risposta, ma lo scuotimento ripetuto del capo era stato il migliore degli epitei, quasi a dire ad alta voce “bocje mone”!

L’indomani, assai mogi, sguardo chino e dimesso, senza l’enfasi dell’andata avevamo già di buon mattino preso la via della discesa a valle. Non erano bastate cinque ore per scendere alle Case Bortot, un calvario al contrario flagellato da una miriade di tappe dovute non tanto al rosario che pur sapevamo a memoria e che andavamo arricchendo di varianti fantasiose, ma dalla caviglia di Gibo, ormai un melone rossiccio con già qualche sfumatura marrone e ripieno di venuzze rosse.

Lo Spigolo Rossi sarei tornato a farlo lo stesso anno con † Marco Zago e, successivamente altre volte, tra le quali slegato in invernale viste le difficoltà modeste (nda: invernale per modo di dire visto che la fine degli anni ’80 era assai poco caratterizzata dalla neve) con Dario Scagnet, Franco Fiamoi ed Enzo Megiollaro ed una volta da solo.

Con Gibo, invece, ancora oggi recuperiamo volentieri quei momenti, felici di poterli raccontare a oltre trent’anni di distanza.

Fabio Bristot

Letto 2065 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Gennaio 2018 12:45
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